Oltre la comunicazione: l’azione verbale come via per il Nuovo Mondo

“Dio si manifesta in ogni cosa, ma la parola costituisce

 uno dei Suoi mezzi preferiti per agire, giacché esso è il pensiero trasformato in vibrazione.

Parlando, introduci nell’aria intorno a te ciò che prima era soltanto energia.

Stai sempre molto attenta a tutto quello che dici – continuò Wicca. La parola possiede un potere più

 grande di molti rituali”.

(Paulo Cohelo)

“Siamo il respiro di una narrazione vivente che si nutre di testi.

Un buon cibo dona gioia e una buona vita ”.

(Simone De Clementi)

Le parole sono importanti. Le parole fanno, creano mondi. In questi giorni ne abbiamo prove tangibili. La nostra vita ha avuto una variazione di qualità, verso il basso, non tanto per il diffondersi di un virus, quanto per la narrazione di questo evento. La narrazione presentata, da giornalisti, scienziati, politici, autorità è stata per lo più volta a colpire i nostri pensieri e le nostre emozioni portandoci verso uno stato di non salute. Come? Beh, è semplice: ogni pensiero, ogni riflesso a livello della mente fa attraversare a tutta la nostra chimica interna un cambiamento. Il nostro corpo sta meglio o peggio con il variare delle parole che ascolta, che dice, che pensa. E il cambiamento provocato dalla narrazione in questo inizio 2020 non è certo stato bello.

Il cattivo uso della narrazione è un fenomeno che accade spesso. In modo consapevole a volte, inconsapevolmente altre: il fatto è che non vi è molta differenza, gli esiti sono quello che conta. La soluzione è facile ed è a nostra portata. È una soluzione innovativa, poiché l’innovazione passa da molte strade. Vi sono eventi che, se ce ne accorgiamo, ci danno la possibilità di migliorare, di evolvere, di fare qualcosa di davvero importante per noi e per gli altri tra moltissime cose che facciamo soltanto per obbligo o per routine. I mutamenti ambientali, i flussi migratori e la loro gestione, le condizioni economiche dei nostri tempi, gli allarmi epidemiologici collegati alle emergenze sanitarie e molti altri segni raccontano, se ci facciamo caso, di competenze su cui investire. Competenze utili, se non indispensabili, per abitare i tempi che ci stanno venendo incontro.

“Parole oltre la cornice”
(foto di Elisabetta Arici)

Mai come ora appare evidente che nel Nuovo Mondo, nella società che è alle porte, le cosiddette competenze relazionali (soft skills) saranno necessarie per collaborare, per convivere, per realizzare business e servizi, per fare un salto di qualità nella politica, nella Pubblica Amministrazione, nella Scuola, nella sanità e nel sociale, nell’impresa. Ovunque. Andranno a permeare ogni segmento della società in modo importante, non per obbligo ma per richiesta. Saranno in una parola strategiche e di fatto lo sono già: il fatto è che non ci abbiamo dato troppa importanza, ci abbiamo pensato poco.

È giunto il tempo di occuparcene, perché il risultato che possiamo ottenere è il miglioramento della nostra vita, della nostra convivenza civile. Certo, queste competenze vanno profondamente ripensate. Nell’ultimo decennio si è investito con più o meno convinzione soprattutto sull’area “comunicazione”. Molte volte con qualità e progettualità, altre volte con approssimazione; a volte con interessanti sperimentazioni, altre volte con luoghi comuni e inesattezze. Chi ha puntato davvero sulla qualità ne ha tratto giovamento, in ogni contesto: interno, esterno, nelle vendite, nel marketing, nel miglioramento del benessere lavorativo, nella motivazione di individui e gruppi.

Oggi sono dell’idea che questo paradigma vada profondamente rivisto. Per penetrare con più precisione e coscienza nell’argomento e, soprattutto, per rendere queste competenze effettive nella realtà odierna, profondamente differente da ciò che è stato.

È tempo di cambiare visione passando dal concetto di comunicazione, parola di trasmissione e passività, di equivoco e di opinione, a quello di azione verbale.  L’azione verbale è la coerente corrispondenza tra parole pensate, pronunciate o scritte e azioni, tra codici di comportamento e comportamenti, tra regole e gioco, inteso nel senso ampio di ogni attività organizzata umana. L’azione verbale si occupa delle relazioni e delle interazioni che si creano tra le persone, partendo dalle parole.  È qualcosa di ampio, di vasto, di attivo che prevede comportamenti basati sulla reciprocità, capaci di stimolare la critica e la crescita conseguente di singoli e gruppi al fine di ottenere un incessante miglioramento dei soggetti interessati e, addirittura, delle istituzioni stesse. L’azione verbale è capace di andare oltre la spinta corporativa e settoriale che vede tante piccole realtà dialogare al loro interno senza riuscire a rapportarsi con gli altri, tante famiglie sociali e professionali chiudersi al loro interno, con i propri linguaggi, i propri segni, i propri riti senza trovare intersezioni di interessi e di intenti.

L’azione verbale è poi un’azione testuale, cioè un’attività capace di prendere in considerazione ogni testo: immagini, suoni, parole, simboli, gesti, abiti sono tutti esempi di “textum”, ovvero di intrecci di interazione. Una parola giusta può in sintesi essere smentita da un’immagine, da un suono, da un gesto e viceversa. Ogni testo è capace di creare un mondo e la scelta consapevole delle parole è in grado di mutare il mondo in cui ci troviamo a vivere. Abbiamo nelle nostre mani insomma una grande responsabilità.

È subito chiaro che le varie forme in cui la comunicazione è stata declinata, come per esempio “comunicazione per vendere”, “comunicazione assertiva”, “comunicazione di crisi” eccetera, vengono molto ridimensionate per lasciare più spazio a una cornice più grande, più completa, che pur affrontando le specifiche di particolari situazioni trova unità in una visione più generale, “olistica” nel significato etimologico del termine. In questa cornice occorre lavorare sulle competenze relazionali in profondità, costruendo una metacompetenza capace di coinvolgere attivamente le persone. Le metodologie didattiche adatte al compito sono più fluide di quelle tradizionali e basate sul gioco, sulla rappresentazione, sulla conoscenza dei punti di forza e dei punti di debolezza dell’individuo e sull’espressione in situazione dei contenuti appresi. Teoria certo, ma soprattutto una costante pratica, un lavoro di affinamento progressivo con un costante aggiornamento. In questa cornice l’altro è visto come alleato, come elemento allenante che sprona a ottenere sempre migliori risultati. La competizione lascia il posto alla collaborazione, alla correzione reciproca tesa al raggiungimento dei risultati migliori.

È facile entrare con gioia in tempi migliori, con la coscienza e la consapevolezza che siamo noi a crearli, ogni giorno, con le nostre scelte. E con le nostre parole. Se vogliamo davvero innovare e cambiare il nostro Paese, Pubblica Amministrazione in primis, è importante aiutare tutti, dipendenti, dirigenti, decisori politici ed economici, cittadini a fare un salto di qualità. Per il loro bene, per il nostro. Occorre fare certo, ma occorre anche scegliere le parole giuste, i testi più efficaci. Saranno proprio queste nuove modalità a costituire un nuovo Filo di Arianna capace di condurci in quella che Karl Popper definiva “Società Aperta”.

Nuovi contenuti, nuove modalità didattiche, nuovi obiettivi. Corsi che sono percorsi di vita, di esperienza, di consapevolezza. Ingredienti nuovi e magici per cambiare la solita zuppa. Le idee ottime hanno fatto il loro tempo: è tempo di creare qualcosa di veramente straordinario.

Simone De Clementi

Nuovi orizzonti per la Pubblica Amministrazione

Parlare di accesso, dopotutto, significa parlare di distinzioni e divisioni, di chi sarà incluso e di chi sarà escluso. L’accesso sta diventando un potente strumento concettuale per riformulare una visione del mondo e dell’economia, ed è destinato a diventare la metafora più efficace della nuova era”                                              (Jeremy Rifkin)

“Davanti ai nostri occhi c’è un nuovo Stato, c’è una nuova organizzazione della Pubblica Amministrazione che tuttavia non riusciamo a vedere. Più che capire dobbiamo accorgerci e poi praticare. Ciò che facciamo è più santo di ciò che affermiamo” (Simone De Clementi)

Parlare e scrivere oggi di Pubblica Amministrazione (P.A.) significa non soltanto prendere atto di quel che c’è (regolamenti, leggi, procedure) ma avere la capacità di immaginare ciò che sarà, anticipando problemi e scenari per trovare le soluzioni più efficaci. Viviamo in un’epoca di passaggio  che ci annuncia a gran voce che nulla sarà come prima: in questo senso siamo come esploratori che stanno penetrando nuove terre: le carte geografiche conosciute possono dare un aiuto solo parziale, perché occorre disegnarne di nuove.

Tra le molte trasformazioni che premono alle porte del nostro mondo, ve ne sono a mio avviso due particolarmente rilevanti che interessano oggi la Pubblica Amministrazione, ovvero l’insieme degli Enti Pubblici che caratterizzano la vita di uno Stato, la sua organizzazione e la sua azione nelle materie di sua competenza. Queste due trasformazioni sono già sotto i nostri occhi e paradossalmente non le vediamo. Per farlo occorre spostare lo sguardo dalle nostre abitudini, da dove portiamo abitualmente l’attenzione, dai nostri comportamenti quotidiani. Soltanto così possiamo accorgerci di loro, e dei mutamenti che esse comportano: nella nostra percezione nessun cambiamento è stato mai così rapido e così esteso.

In questo scenario possiamo scegliere: o prepararci a scansare le insidie e rimanere sulla difensiva o aprirci alla sorpresa, alla novità. Per chi sceglie la seconda strada, quella della meraviglia e del progetto, è scritto questo  articolo: persone consapevoli di contribuire alla costruzione di qualcosa di nuovo, attraverso gesti e parole nuove, attraverso una tenace concretezza.

La prima sfida riguarda l’impatto delle nuove tecnologie che, come ben anticipava Jeremy Rifkin nel 2000, “è un processo che sta cambiando radicalmente la struttura della società e il nostro modo di vivere”. Questa sfida, è facile intuirlo, comprende un aspetto tecnico, legato all’hardware, ai software. A macchine e programmi che nei fatti possano da un lato semplificare il lavoro dei dipendenti, dall’altro garantire trasparenza, velocità, sicurezza al cittadino. Si tratta di raggiungere un equilibrio virtuoso che permetta di realizzare una “burocrazia leggera” più consona alla realtà del Terzo Millennio. Ma l’aspetto tecnico non basta. Occorre una maggiore diffusione di elevate competenze digitali tra i dipendenti e di una coscienza diffusa dei rischi della cultura digitale. Questo comporta sia una volontà politica capace di indirizzare scelte e decisioni realmente democratiche, sia investimenti importanti nel settore. Oggi non è solo il denaro, non sono solo i beni materiali a creare diseguaglianze. Il nuovo volto dell’emarginazione passa e passerà sempre più attraverso la cittadinanza digitale, il libero accesso alla Rete, la possibilità di essere connessi, sia per lavorare sia per aver accesso a servizi e informazioni che ci rendono parte della comunità.

Vi è un aspetto politico-filosofico, che deve garantire i fondamentali valori della Costituzione, e vi è poi il lato della visione e dell’allocazione delle risorse. In questo senso la Pubblica Amministrazione dovrà investire sulla formazione dei suoi dipendenti, ma anche su sistemi di sicurezza, di protezione da attacchi hacker, su polizze assicurative capaci di proteggere dalla perdita di dati, su sistemi unificati capaci di connettere le informazioni  dei diversi uffici  con procedure compatibili. I servizi sociali dovranno prendersi carico anche degli “analfabeti digitali” per garantire la titolarità di diritti e l’erogazione di prestazioni.  Su questo oggi abbiamo ancora molto lavoro da fare. Un po’ per cultura (ciascun ufficio o area o dipartimento ha spesso il suo programma, il suo antivirus, i suoi processi, le sue abitudini) un po’ per visione (s’investe mediamente poco in queste voci, che peraltro sono strategiche, preferendo spese in settori d’immediato riscontro).

Esempi di rischi (dal sito dell’Agenzia dell’Entrate)

La seconda sfida è ancora più importante. Si tratta di dare valore alla Pubblica Amministrazione con gesti concreti. In una società sempre più complessa e plurale chi lavora nella Pubblica Amministrazione deve sempre essere portato a dare il meglio. Per questo è fondamentale investire in iniziative capaci di motivare e creare un importante spirito d’appartenenza nel personale, a qualunque livello. Oggi chi lavora in questa variegata realtà (Comuni, Provincie, Regioni, ASST, Ospedali, Ministeri, Enti, Università, Ispettorato del lavoro e molto altro ancora) percepisce spesso un abisso tra azione pratica e professione di principi, tra il fare e il dire. Da una parte si professano con orgoglio principi nobili ed elevati, dall’altra si pratica miseramente proprio l’antitesi di quei principi. È il caso della tanto gettonata meritocrazia, dei nuclei di valutazione, della trasparenza amministrativa, della privacy e di molto altro. Enunciazioni nobili che spesso nascondono il loro contrario. In questo modo non si porta in alto la pubblica Amministrazione, ma la rende anemica, depressa. È tempo di invertire la rotta conformando parole e atti. Se vogliamo dare valore alla P.A. dobbiamo investire in essa. E dobbiamo investire in denaro, organizzazione e conoscenza.  L’isitituzione di una scuola ad hoc, capace di fornire delle basi comuni sia su saperi tecnico/giuridici che relazionali, è certo una buona idea che va perseguita con urgenza e visione.  In una scuola simile è importante trovare spazio per studiare le best practices diffuse su tutto il territorio nazionale e anche nell’Unione Europea e adottare una didattica esperienziale. Infatti, diffondere esperienze, soluzioni in territori e organizzazioni omogenee tenendo sempre uno sguardo sul futuro è il vero obiettivo. Un obiettivo che può essere raggiunto con il contributo di diversi professionisti, accademici, esperti in P.A. ma anche provenienti da realtà differenti. Chi innova spesso è estraneo rispetto al campo che vuole innovare.

Per far questo occorre diffondere benessere organizzativo, fiducia, motivazione nei dipendenti a ogni livello gerarchico. Attaccamento al posto di lavoro e orgoglio. La via del miglioramento passa attraverso la formazione e la selezione del personale: come scrive Simon Sinek “assumere qualcuno valutando il suo curriculum è facile. Assumere qualcuno valutando se è la persona “giusta” per noi lo è molto meno”.

Occhi al sole, per star bene
(foto di Elisabetta Arici)

Il motivo è piuttosto ovvio: se cerchiamo qualcuno che svolga soltanto un lavoro, ci fermeremo alle competenze, al fatto del superamento delle prove di concorso. Sono fatti. Ma se cerchiamo la persona “giusta” per la nostra organizzazione, oltre ai fatti (superamento delle prove oggettive) vi sono le sensazioni e le tecniche che ci consentono di scegliere personale con le competenze necessarie ma al tempo stesso capace di condividere i valori e le modalità specifiche di quel luogo, di quelle persone, di quella parte di organizzazione. Si tratta in poche parole di trovare la tessera più adatta nel nostro mosaico, non un pezzo qualsiasi.

Il primo atto è difendere e sostenere la Pubblica Amministrazione, con lungimiranza e forza. E capire che la più grande ingiustizia è trattare tutti come se fossero uguali. Siamo uguali nei diritti e nei doveri, non nelle prestazioni. Queste variano da persona a persona, nel tempo. Se non ne teniamo conto stiamo perpetrando la più grande ingiustizia possibile: stiamo di fatto fiaccando motivazione ed entusiasmo per promuovere un comodo quanto ingiusto egualitarismo.

Affermo questi concetti da cittadino e professionista che crede nelle potenzialità della P.A. in tutte le sue forme. Sono convinto (e il dato è facilmente dimostrabile) che vi sia molta retorica e poca verità nella classica disputa tra pubblico e privato. Il pubblico non ha in sé ogni vizio e, soprattutto, il privato non è così virtuoso e innovativo come spesso viene dipinto. Per fare confronti è indispensabile tenere presente anche le differenze tra le differenti realtà.  Il nostro futuro passa da un’alleanza virtuosa tra queste realtà, non da competizioni o sterili accuse. Il futuro ci aspetta: soltanto con una costruttiva collaborazione potremmo scoprire in noi il potere di realizzarlo.

Simone De Clementi

Verso un nuovo paradigma: gestire i conflitti con la pratica collaborativa

“La disciplina mentale non richiede alcuna credenza o fede, ma soltanto la presa di coscienza che lo sviluppo di una mente più calma e limpida è un obiettivo nobile” (Dalai Lama)

“Prima di entrare in un conflitto è importante avere gli strumenti per comprenderlo, per gestirlo. E quando padroneggiamo questi strumenti ci accorgiamo che la maggior parte dei conflitti semplicemente si risolvono” (Simone De Clementi)

Non è facile scardinare certe credenze. Sono come scritte nel nostro DNA, tramandate dalla cultura, dalla famiglia, dalla scuola, dal pensiero dominante. Una di queste credenze è quella che afferma che “bisogna prendere un avvocato solo per fare la guerra”, per avere ragione, per distruggere chi sta dall’altra parte. Una visione particolare, che intende i professionisti come pugili pronti a suonarsele, perché pagati, e spesso non si sa bene il perché, qual è l’obiettivo, che cosa davvero vogliamo e, ancor di più, che cosa possiamo ottenere.

Accade in molti casi: che ci sia di mezzo un’eredità, una lite per un confine, un problema di vicinato o con un professionista o altro poco importa. La credenza è forte e permane anche nel campo delicato del diritto di famiglia: le separazioni, pensiamo, devono essere sanguinose e litigiose. È nella loro natura.

Il libro di Armando Cecatiello “Separarsi bene con la pratica collaborativa” (Cornaredo, red!, 2017, 157 pagine, 10,00 euro TEMPO STIMATO DI LETTURA: DIECI GIORNI), presenta un punto di vista differente. Partendo dalla constatazione che la fine di una relazione è sempre un momento non facile, un’esperienza che porta con sé sofferenza, l’autore si chiede se sia sempre necessario aggiungere risentimento, desiderio di vendetta, rabbia, un mix di elementi che rovina la vita di tutte le parti coinvolte. Spesso l’esito dei processi di divorzio è fatto di storie di distruzione personale, familiare e finanziaria: una sconfitta, in ogni caso, per tutti.

Per fortuna esiste un altro modo di vedere le cose, un altro sentiero che è possibile percorrere quando i rapporti s’incrinano, gli interessi divergono. Si tratta della pratica collaborativa, una modalità di risolvere le controversie che ha avuto il suo esordio negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, ad opera di Stuart Webb, avvocato di Minneapolis e giunta in Italia attorno al 2010.

Il cuore della pratica collaborativa è una negoziazione centrata sugli interessi e sui bisogni delle parti che riconoscendosi e legittimandosi, divengono protagoniste di tutto il percorso. Come scrive l’avvocato Cecatiello, il metodo non contenzioso è “la via attraverso cui si riscopre la capacità di comunicare efficacemente e di individuare le soluzioni più vantaggiose, piuttosto che demandare a un giudice ogni decisione sul futuro”. In questo percorso, le parti sono affiancate da un team interdisciplinare di professionisti formati al procedimento collaborativo (avvocati, facilitatori della comunicazione, esperti finanziari) che li supportano nella fase di accordo: chi infatti è più competente nel risolvere le divergenze di una separazione se non gli stessi coniugi?

La lettura ha il pregio di esporre chiaramente e attraverso esempi concreti il cuore della pratica collaborativa e il suo cambiamento di paradigma rispetto allo schema classico. Se è vero che questo modello non può essere sempre adottato (come scrive Cecatiello “la pratica collaborativa non può essere utilizzata nel caso in cui una delle parti non si senta libera di decidere, stia subendo pressioni, sia sotto ricatto o tema gravi ripercussioni su di sé o sui figli minori”), è pur evidente che propone concretamente un approccio alle separazioni, ma in generale ai conflitti, fondato sulla trasparenza, sulla fiducia, sul riconoscimento dei reciproci bisogni e desideri. Propone una via che conduce a una società non già meno litigiosa, ma più responsabile, più giusta, più propensa a guardare al futuro che a perdersi in un crogiuolo di sentimenti nocivi, come la rabbia e il rancore. In alcuni Paesi la pratica collaborativa è stata estesa nell’ambito commerciale e nel settore del diritto del lavoro: i risultati sono stati eccellenti. Il messaggio è che possiamo trovare accordi convenienti, ma ancor più precisamente che è importante mantenere una buona relazione tra le parti anche dopo l’accordo.

L’approccio collaborativo ha infine il merito di farci riflettere sulla figura dell’avvocato e su che cosa ci aspettiamo quando ci rivolgiamo a lui. La lettura del libro ha rafforzato in me alcune convinzioni e mi ha sollecitato molte riflessioni. Un bravo avvocato deve certamente entrare quasi “in simbiosi” con il cliente raccogliendo ogni tipo d’informazione sul caso e rappresentando chi lo paga. Ma non essendo coinvolto in prima persona, distaccandosi da emozioni e passioni che spesso possono condurre a visioni distorte, un buon avvocato deve saper negoziare nell’interesse di una causa più grande che prevede la soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Un buon avvocato deve anche saper dire dei no capaci di far intraprendere strade più vantaggiose. Se ci pensiamo, la negoziazione è la strada attraverso cui persone con valori e interessi anche molto diversi devono percorrere per trovare soluzioni costruttive per vivere e lavorare insieme in gioia e serenità. E un buon avvocato deve essere capace di affiancare il cliente per fargli vedere la soluzione migliore, che è già presente nella situazione e va solo portata alla luce.

La credenza che un avvocato serva solo per litigare lasciamola al passato, al mondo che vogliamo lasciarci alle spalle. Diamo valore a questi professionisti, diamo valore alla nostra vita, al nostro tempo. Facciamoci aiutare quando siamo offuscati dalle tenebre del nostro cuore, scegliamo persone capaci di riportare la luce nella nostra vita. Professionisti che sanno essere guerrieri in un senso più vasto. Come diceva Toro Seduto Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità”. Ecco, questo è un buon modo di intendere il mestiere di avvocato. Ricordiamocene quando lo cerchiamo, chiediamogli di trovare soluzioni vantaggiose, non di scatenare guerre nella maggior parte dei casi inutili. Chiediamogli di gestire i conflitti, non di alimentarli. I primi a rimetterci, in fondo, siamo noi stessi.

Simone De Clementi

Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

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“Ritmo inattuale” Foto di Elisabetta Maria Arici

Resilienza: nuove rotte per attraversare le prove della vita

“Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”
(Friedrich Nietzsche)

 “Tutto sulla Terra è resiliente: montagne, oceani, vegetali, animali. Essere resilienti, in fondo, significa essere vivi. Non esistere soltanto, ma essere vivi e coscienti di esserlo”

(Simone De Clementi)

“Resilienza – di Sergio Astori posato su una cassetta artistica di Elisabetta Arici”

Un libro può darci intelligenza, a volte sapere. Raramente la grazia di vederci trasformati al termine della sua lettura. Sergio Astori riesce a farlo con “Resilienza” (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, 140 pagine, 16,00 euro), il suo ultimo lavoro, che accosta chiarezza espositiva a contenuti di grande interesse.

Ero timoroso prima di aprire il libro: vi sono termini che un filosofo guarda con sospetto. Quando le parole diventano una moda, quasi uno slogan, non è facile portare alla luce ragionamenti e riflessioni capaci di fare crescere, di portare luce. E resilienza oggi è una parola passepartout, usata e abusata, quasi violentata dalla moda, dal momento. La maggior parte delle volte è utilizzata senza anima, appare vuota, scontata. È un puro suono, qualcosa che serve a dimostrare agli altri che in qualche modo si è aggiornati. Si ripete, ma non si è esplorata la sua anima, la sua essenza.  Bravo l’autore a proporre una lettura innovativa, multidisciplinare, propria; è stato capace, come indicato nel sottotitolo, di andare oltre, trovando nuove rotte.

Il libro di Sergio Astori, psichiatra e docente dell’Università Cattolica di Milano, è dunque una piacevole sorpresa, per almeno due ragioni. La prima è che l’autore intreccia l’esperienza personale, professionale, con eventi di cronaca che ci hanno toccato nel profondo e che, forse, inconsapevolmente ci segnano come uomini e donne nel nostro quotidiano ancora oggi. Il riferimento all’11 settembre è più di un fatto biografico: è una riflessione su ciò che uno snodo drammatico della storia può lasciare nel nostro inconscio.  Quella dell’autore è una narrazione che coinvolge e che dà sostanza ad aspetti importanti del significato della parola resilienza, come ad esempio la capacità di adattamento e la modalità individuale di affrontare il cambiamento.  Resilienza è una parola ricca, usata in discipline differenti, dalla biologia all’ingegneria, dal mondo degli affari allo sport.  Ma proprio in questa pluralità si coglie l’importanza di un vocabolo che può diventare una risorsa per la nostra società, a patto di salvarla dalla deriva del “nulla” che spesso l’accompagna.

La seconda ragione, ancor più sorprendente, è che il libro di Sergio Astori propone anche degli strumenti per “fare” e “diffondere” la resilienza. Innanzitutto a livello individuale, ma poi sorprendentemente, anche nei gruppi, nelle comunità. Le schede, inserite tra le pagine con una grafica differente, e la sintesi a fine di ogni capitolo sono le modalità con cui questo proposito prende forma. In questo senso il libro ci aiuta a ricapitolare quanto appreso a poco a poco, ci fa degli esempi concreti, diviene strumento di lavoro sia intellettuale sia professionale.

Il libro è importante per questo: rifugge dall’aggiungere altri significati, altre sfumature alla parola ma scava, va in profondità e, come scrive l’autore, “preferisce documentare diverse situazioni nelle quali si è concretizzata la dimensione resiliente dei fanciulli, delle famiglie e delle comunità”.

Il testo ha il merito di essere scritto con chiarezza e di essere capace di condurci oltre la “routine” della vita quotidiana, della stanchezza che spesso si annida proprio nei lavori di relazione, di educazione, di aiuto. Un percorso utile per insegnanti, per medici, per avvocati. Ma anche per tutti i professionisti della cura, indistintamente, e per ogni persona alla ricerca di una crescita personale.

L’Opera di Astori indica che l’anima umana, quando solca il mare della vita, può essere scossa dai venti e dalle maree, da ciò che accade intorno: ma, seguendo le stelle, fuor di metafora il nostro cuore, ha in sé la forza ed il coraggio per partecipare ad ogni attività, per far fronte a tutto. Siamo teneri e tenaci, adattabili, versatili. Resilienti. Siamo in grado di far fruttare e perfezionare tutti i beni spirituali e materiali di cui disponiamo.  Basta accorgersene e allenarsi, praticare. Prima nelle piccole cose, poi in ogni sfida. Sergio Astori fa riferimento con rara finezza alla “viva essenza umana” di Romano Guardini e scrive: “[…] resilienza è anche capacità di misurarsi con la rottura dell’integrità di una vicenda e di un percorso, accettando di guardare alla propria ferita. Chi è resiliente è anche paziente perché rinuncia alla pretesa del tutto e subito”.

In questo Passaggio d’epoca sono molteplici le prove che ci troviamo a fronteggiare. È importante guardarle con gioia e con la capacità di flettere la nostra anima, il nostro corpo. °In fondo, stiamo già cambiando, il nostro DNA lo racconta. Tempi nuovi ci attendono e noi li possiamo abitare.

Il libro di sergio Astori lo pre-annuncia, staccandosi dai messaggi conformisti di chi nel nostro tempo vuole frenarci. È dunque un libro inattuale a tutti gli effetti, un libro da leggere e da mettere nello zaino che porteremo nel Nuovo Mondo.

Simone De Clementi

  • RESILIENZA (INGEGNERIA): Capacità di una struttura (come un ponte o un edificio) di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi;
  • RESILIENZA (BIOLOGIA): Capacità di un tessuto di ripararsi dopo aver subito un danno;
  • RESILIENZA (PSICOLOGIA): Abilità di un individuo di superare in modo efficace le situazioni avverse, di risollevarsi dopo una crisi, di rinascere dopo un trauma;
  • RESILIENZA (ECOLOGIA): Capacità di un Ecosistema di sfuggire a un livello irreversibile di degrado

Oltre gli occhi: l’arte di Elisabetta Maria Arici

L’anima è la nostra dimora; gli occhi ne sono le finestre, e le parole i messaggeri

(Kahlil Gibran)

“L’arte, se è tale, ci deve condurre per mano verso i luoghi conosciuti dell’anima che non abbiamo visto mai. Ed è li che si deve svelare l’artista, non prima, non dopo”

(Simone De Clementi)

Perché un filosofo parla, scrive di arte? Perché la Bellezza è la materia prima di ogni pensiero, di ogni sapere, di ogni emozione.

In Occidente ce ne siamo dimenticati da un pezzo, ma è giunto il momento di invertire la rotta. L’arte, la sua espressione, la ricerca del bello non può essere  sganciata da ogni attività filosofica, da ogni riflessione, da ogni progetto sul nostro futuro: non più. Viviamo sotto la tirannia dell’efficacia, dell’ efficienza, della velocità,  dello scientismo. La via che conduce al bello, alla ricerca di strade espressive è poco battuta. L’arte sta ai margini e mancano le emozioni. Il nostro è un “sapere ignorante”.

Ecco allora che il filosofo è come un esploratore: cerca, indaga, scorge là dove gli occhi non si sono ancora posati. Segnala ciò che racconta il futuro che arriva, non la nostalgia del passato; si sposta da dove vanno le masse, da dove guida la moda per scorgere messaggi, simboli, colori in grado di raccontarci chi siamo davvero, aldilà di ogni convenzione e conformismo.

Un’Opera vera genera pensieri veri; artisti piccoli incarnano pensieri mediocri, artisti grandi danno vita a idee maestose, in grado di farci evolvere verso un futuro positivo.

È per questo che cerco l’oltre. E quando lo incontro  non solo lo descrivo, ma mi ci immergo, lo solco come mare inesplorato. La materia e il pensiero sono uno, lo si intuisce facilmente.

Incontrando Elisabetta Maria Arici, conoscendo la donna e l’artista, il suo lavoro e il suo pensiero, si aprono nuovi orizzonti, si vedono terre mai viste. È lei che come sciamano ci conduce a vederle, preparandoci, spiegando nuovi linguaggi. Un’artista che ha il coraggio di sondare la sua anima, di essere donna vera ma al contempo in grado di andare aldilà di ogni genere. Indefinibile, perché davvero cosciente che ogni etichetta è un limite, ogni scuola un modello da superare. Grata alla vita, allieva dei quattro elementi e della Natura, capace di cogliere i suggerimenti dell’Invisibile per renderlo Visibile: questa è Elisabetta, pittrice in continua ricerca, in continua evoluzione che rispecchia nell’arte il cammino di un’ esistenza.

Un’artista a tutto tondo, capace di donare emozioni a chi ha il coraggio di viverle. Nei suoi quadri sembra quasi svelarsi l’Inconscio Collettivo così caro a Jung, forme, colori, tratti capaci di parlare un linguaggio universale.

In questo Oceano di conoscenze comuni, universali, Elisabetta da voce ai paesaggi a lei cari, trasformandole in immagini archetipiche. Nelle sue tele c’è stratificato un tesoro immenso, depositato dagli occhi dei nostri antenati, come se fosse frutto di smisurate esperienze figlie di un numero incalcolabile di vite. Passato, presente e futuro si fondono, l’immagine è respiro, ricordo e premonizione ad un tempo.

Per questo le opere di Elisabetta piacciono, attirano persone di ogni tipo, di ogni provenienza e cultura: lo fanno perché parlano un linguaggio universale, comprensibile a diversi livelli a tutti. Il colore la fa da padrone, ma le proporzioni, le geometrie, le linee rispettano un’Armonia celeste. Il suo occhio è fotografico e riporta questa precisione nel quadro; ma i soggetti arrivano con colori ed energia direttamente dal sogno o forse da un mondo oltre il nostro chissà, quasi a prefigurare ciò che ancora non vediamo in questa terra.

Le immagini di Elisabetta, siano esse fiori, paesaggi, Angeli, mantengono un contatto diretto con una dimensione spirituale molto più autentica di quella fisica, svelano un sapere metafisico, iniziatico. Nella sua Opera l’artista è onda di vita che ci precede, incaricata di svelarci un pensiero nuovo, un mondo diverso con il suo messaggio di luci e di ombre, di pennellate decise e vigorose.

Se proprio urge una definizione, la chiamerei ELEMENTISTA. Nei suoi quadri troviamo l’energia e l’azione del Fuoco; le idee e il pensiero dell’Aria; le emozioni e i sentimenti dell’Acqua; la generosità e la prosperità della Terra. Il tutto fuso dal linguaggio del colore universale, fluido, vivificante.

E i modelli? Perché cercare paragoni, similitudini e non soffermarsi sull’originalità del suo codice, della sua estetica? La forza di Elisabetta Arici è la capacità di uscire dalla biografia per entrare nella narrazione universale, di uscire dal “compitino”, dalla riproduzione esatta della realtà per esplorare l’onirico. La forza di regalarci opere uniche, non gesti tecnici riproducibili in serie come la macchina industriale ha suggerito alla modernità, finita da un pezzo.

Elisabetta non è mai scontata, seriale, già vista. Ecco un motivo per avere una sua opera, ecco ciò che attrae davvero chi fa filosofia, chi vuole esplorare nuovi sentieri. Chi è davvero inattuale.

Come me.

Simone De Clementi

“Atte” (Elisabetta Maria Arici, acrilico su tela, 2016)