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Appunti per il tempo che verrà

“Ciò che contraddistingue le menti davvero originali non è l’essere i primi a vedere qualcosa di nuovo, ma il vedere come nuovo ciò che è vecchio, conosciuto da sempre, visto e trascurato da tutti” (Friedrich Nietzsche)

“Una crisi, dolorosa, profonda, quasi assurda può portare in sé i semi di una grande rinascita, di un mondo più giusto e migliore. Tocca a noi decidere, tocca a noi accorgerci se cambiare la rotta o proseguire indifferenti verso il Nulla” 

(Simone De Clementi)

Qualcosa non andava. Ora ce ne rendiamo conto. Anzi, molti tra noi in questo periodo hanno avuto una conferma di qualcosa che avevano in qualche modo già intuito. Meglio mettere ora, mentre siamo ancora in emergenza e Dio sa fino a quando, queste cose per iscritto. Per riflettere, immaginare il mondo che ci sarà dopo. E realizzarlo insieme, con una visione differente. E con Amore.

Iniziamo dalle nostre città, dai nostri Paesi. Le abbiamo spesso svuotate dei servizi essenziali, dei negozi che garantivano il necessario per la nostra vita: alimentari, botteghe, artigiani, negozi di prima necessità. Perfino farmacie.  Il consumismo e la legge del profitto ci ha portati a costruire grandi centri commerciali, con grandi negozi, con grandi parcheggi, ma lontani dalle nostre case. Perfetto: quando però non possiamo uscire da un territorio, da un comune, capiamo l’importanza del negoziante nel nostro paese, nel nostro quartiere. Comprendiamo l’importanza di un servizio, aldilà di ogni questione di prezzo. E, se ci pensiamo, vediamo anche che sono proprio quei grandi centri commerciali che hanno fatto chiudere i negozi nei nostri paesi. Abbiamo fatto del consumismo una divinità, anche quando i primi segnali di poca sostenibilità iniziavano ad arrivare. Ora questi luoghi appaiono per quel che sono: irreali, alienanti, inutili, perché sono lontani e perché con una pandemia in corso non è proprio il massimo andare in posti con un casino di gente. La città di domani dovrebbe tenerne conto, e far tornare a vivere le attività commerciali nei comuni, nei rioni, nelle frazioni è segno di lungimiranza e di umanità, di nuova economia. Di incontro e di solidarietà, di innovazione e di qualità della vita.

Città viva (Foto di Simone De Clementi)

Lo stesso discorso vale per i servizi. Chiusi molti uffici postali, ci sono pochi studi medici (pochi dottori per scelta e diciamolo, sbagliata, grazie al numero chiuso), uffici pubblici ridotti e spesso decentrati.  E molto altro, basta metterci la testa. Può essere tutto informatizzato? Direi di no. Con i servizi educativi, con i servizi alla persona e con i servizi pubblici non si risparmia, si investe. Si investe bene, ovvio. Ma si investe. Ricordiamoci di chi ha chiuso ospedali, ambulatori, uffici. Ricordiamoci di chi ha diminuito i mezzi pubblici. Di chi ha chiuso scuole, asili, centri ricreativi. Tutto in nome dell’ottimizzazione, del risparmio. In realtà hanno fatto tagli senza senso che hanno peggiorato la nostra vita, perché gli sprechi, diciamolo, erano proprio da altre parti. Ospedali senza posti letto, forze dell’ordine senza benzina e mezzi, comuni spesso sotto organico e con uffici obsoleti, strade e ferrovie inadeguate, meno servizi. E tasse sempre e comunque più alte. Qualcosa da ripensare forse l’abbiamo.

Vogliamo parlare poi della scuola, di ogni ordine e grado, maltrattata, violentata, ridotta al silenzio? I bravi docenti non bastano perché non hanno gli strumenti, spesso quelli essenziali. Molte scuole sono vecchie, inadeguate. I programmi certamente lo sono. Il rispetto dei ruoli, fondamentale per ogni agenzia educativa, perso. Poca meritocrazia, tanta approssimazione. Anche a livello universitario, il più alto grado d’istruzione del nostro Paese. Tanta fuffa, più laureati ma nella maggior parte dei casi di livello inferiore, con meno qualità. Le tesi della triennale sono spesso una vergogna, una mancanza di rispetto verso i candidati, verso la loro intelligenza. È lo specchio del Paese, meno qualità da un lato, più approssimazione dall’altro. E questo in ogni campo: nella politica, nazionale, regionale, comunale in ogni schieramento; nelle professioni, nelle arti e nei mestieri. Nella scienza, nella medicina, nella formazione.

Il lavoro poi. Più che diffondere benessere, crescita personale, merito si ha il coraggio di proporre ancora il sacrificio come valore, la quantità al posto della qualità, l’adulazione dei superiori al posto della meritocrazia, il potere personale al posto di un’ organizzazione razionale. In qualunque realtà ciò che conta sono la relazione, la fiducia e l’armonia. Queste cose sono alla base di ogni successo, di ogni capacità di competere lealmente sul mercato. Il lavoro è la via che deve garantire non soltanto sussistenza ma anche dignità a una persona. Dunque va pagato. E chi lavora meglio va pagato di più, garantendo un minimo a tutti. Le aziende che hanno innovato, premiato, trattato bene e scelto con oculatezza il personale sono vive, sono sul mercato. Le altre sono fallite o falliranno, e francamente non è una disgrazia.

E, non da ultimo, ci sono i valori che si trasmettono concretamente con i messaggi che diamo e con i comportamenti che mettiamo in essere. Quali sono i valori che potrebbero servirci, passata l’emergenza? Certamente una competizione virtuosa, volta alla collaborazione più che all’eliminazione dell’altro. Una gara per permettere a ciascuno di esprimere il suo talento, il suo lato migliore, ma con la volontà di condividere il sapere e le buone pratiche. Poi solidarietà e attenzione alla qualità della nostra vita e all’ambiente più che al solo profitto: utile certo, ma non come ragione di vita. Ci sono molti modi di essere ricchi e forse non ce ne rendiamo conto. Ancora giustizia, che è un equilibrio virtuoso tra il rigore e la misericordia. Poi bellezza e cultura, perché è con quelle che nel passato il nostro Paese ha conosciuto i suoi momenti più importanti, sereni, creativi. E innovazione e memoria, unite, perché abbiamo bisogno di collaborazione, di energia e freschezza ma anche di riflessione ed esperienza. Abbiamo bisogno di un patto generazionale perché questo è stato alla base di ogni grande civiltà, delle convivenze umane felici, feconde: la coesione e l’ascolto, la collaborazione tra le generazioni. Con una convinzione precisa: nessuno si salva da solo.

È da questa visione che dipenderà il nostro esserci, quello dei nostri figli, delle generazioni future. È dalle scelte concrete che faremo, figlie di questa visione, che dipenderà la qualità della vita, nostra e di tutti gli esseri viventi su questo meraviglioso pianeta. Intuirlo è fantastico, iniziare a pensarci insieme e agire è sacro.

Simone De Clementi

Oltre la comunicazione: l’azione verbale come via per il Nuovo Mondo

“Dio si manifesta in ogni cosa, ma la parola costituisce

 uno dei Suoi mezzi preferiti per agire, giacché esso è il pensiero trasformato in vibrazione.

Parlando, introduci nell’aria intorno a te ciò che prima era soltanto energia.

Stai sempre molto attenta a tutto quello che dici – continuò Wicca. La parola possiede un potere più

 grande di molti rituali”.

(Paulo Cohelo)

“Siamo il respiro di una narrazione vivente che si nutre di testi.

Un buon cibo dona gioia e una buona vita ”.

(Simone De Clementi)

Le parole sono importanti. Le parole fanno, creano mondi. In questi giorni ne abbiamo prove tangibili. La nostra vita ha avuto una variazione di qualità, verso il basso, non tanto per il diffondersi di un virus, quanto per la narrazione di questo evento. La narrazione presentata, da giornalisti, scienziati, politici, autorità è stata per lo più volta a colpire i nostri pensieri e le nostre emozioni portandoci verso uno stato di non salute. Come? Beh, è semplice: ogni pensiero, ogni riflesso a livello della mente fa attraversare a tutta la nostra chimica interna un cambiamento. Il nostro corpo sta meglio o peggio con il variare delle parole che ascolta, che dice, che pensa. E il cambiamento provocato dalla narrazione in questo inizio 2020 non è certo stato bello.

Il cattivo uso della narrazione è un fenomeno che accade spesso. In modo consapevole a volte, inconsapevolmente altre: il fatto è che non vi è molta differenza, gli esiti sono quello che conta. La soluzione è facile ed è a nostra portata. È una soluzione innovativa, poiché l’innovazione passa da molte strade. Vi sono eventi che, se ce ne accorgiamo, ci danno la possibilità di migliorare, di evolvere, di fare qualcosa di davvero importante per noi e per gli altri tra moltissime cose che facciamo soltanto per obbligo o per routine. I mutamenti ambientali, i flussi migratori e la loro gestione, le condizioni economiche dei nostri tempi, gli allarmi epidemiologici collegati alle emergenze sanitarie e molti altri segni raccontano, se ci facciamo caso, di competenze su cui investire. Competenze utili, se non indispensabili, per abitare i tempi che ci stanno venendo incontro.

“Parole oltre la cornice”
(foto di Elisabetta Arici)

Mai come ora appare evidente che nel Nuovo Mondo, nella società che è alle porte, le cosiddette competenze relazionali (soft skills) saranno necessarie per collaborare, per convivere, per realizzare business e servizi, per fare un salto di qualità nella politica, nella Pubblica Amministrazione, nella Scuola, nella sanità e nel sociale, nell’impresa. Ovunque. Andranno a permeare ogni segmento della società in modo importante, non per obbligo ma per richiesta. Saranno in una parola strategiche e di fatto lo sono già: il fatto è che non ci abbiamo dato troppa importanza, ci abbiamo pensato poco.

È giunto il tempo di occuparcene, perché il risultato che possiamo ottenere è il miglioramento della nostra vita, della nostra convivenza civile. Certo, queste competenze vanno profondamente ripensate. Nell’ultimo decennio si è investito con più o meno convinzione soprattutto sull’area “comunicazione”. Molte volte con qualità e progettualità, altre volte con approssimazione; a volte con interessanti sperimentazioni, altre volte con luoghi comuni e inesattezze. Chi ha puntato davvero sulla qualità ne ha tratto giovamento, in ogni contesto: interno, esterno, nelle vendite, nel marketing, nel miglioramento del benessere lavorativo, nella motivazione di individui e gruppi.

Oggi sono dell’idea che questo paradigma vada profondamente rivisto. Per penetrare con più precisione e coscienza nell’argomento e, soprattutto, per rendere queste competenze effettive nella realtà odierna, profondamente differente da ciò che è stato.

È tempo di cambiare visione passando dal concetto di comunicazione, parola di trasmissione e passività, di equivoco e di opinione, a quello di azione verbale.  L’azione verbale è la coerente corrispondenza tra parole pensate, pronunciate o scritte e azioni, tra codici di comportamento e comportamenti, tra regole e gioco, inteso nel senso ampio di ogni attività organizzata umana. L’azione verbale si occupa delle relazioni e delle interazioni che si creano tra le persone, partendo dalle parole.  È qualcosa di ampio, di vasto, di attivo che prevede comportamenti basati sulla reciprocità, capaci di stimolare la critica e la crescita conseguente di singoli e gruppi al fine di ottenere un incessante miglioramento dei soggetti interessati e, addirittura, delle istituzioni stesse. L’azione verbale è capace di andare oltre la spinta corporativa e settoriale che vede tante piccole realtà dialogare al loro interno senza riuscire a rapportarsi con gli altri, tante famiglie sociali e professionali chiudersi al loro interno, con i propri linguaggi, i propri segni, i propri riti senza trovare intersezioni di interessi e di intenti.

L’azione verbale è poi un’azione testuale, cioè un’attività capace di prendere in considerazione ogni testo: immagini, suoni, parole, simboli, gesti, abiti sono tutti esempi di “textum”, ovvero di intrecci di interazione. Una parola giusta può in sintesi essere smentita da un’immagine, da un suono, da un gesto e viceversa. Ogni testo è capace di creare un mondo e la scelta consapevole delle parole è in grado di mutare il mondo in cui ci troviamo a vivere. Abbiamo nelle nostre mani insomma una grande responsabilità.

È subito chiaro che le varie forme in cui la comunicazione è stata declinata, come per esempio “comunicazione per vendere”, “comunicazione assertiva”, “comunicazione di crisi” eccetera, vengono molto ridimensionate per lasciare più spazio a una cornice più grande, più completa, che pur affrontando le specifiche di particolari situazioni trova unità in una visione più generale, “olistica” nel significato etimologico del termine. In questa cornice occorre lavorare sulle competenze relazionali in profondità, costruendo una metacompetenza capace di coinvolgere attivamente le persone. Le metodologie didattiche adatte al compito sono più fluide di quelle tradizionali e basate sul gioco, sulla rappresentazione, sulla conoscenza dei punti di forza e dei punti di debolezza dell’individuo e sull’espressione in situazione dei contenuti appresi. Teoria certo, ma soprattutto una costante pratica, un lavoro di affinamento progressivo con un costante aggiornamento. In questa cornice l’altro è visto come alleato, come elemento allenante che sprona a ottenere sempre migliori risultati. La competizione lascia il posto alla collaborazione, alla correzione reciproca tesa al raggiungimento dei risultati migliori.

È facile entrare con gioia in tempi migliori, con la coscienza e la consapevolezza che siamo noi a crearli, ogni giorno, con le nostre scelte. E con le nostre parole. Se vogliamo davvero innovare e cambiare il nostro Paese, Pubblica Amministrazione in primis, è importante aiutare tutti, dipendenti, dirigenti, decisori politici ed economici, cittadini a fare un salto di qualità. Per il loro bene, per il nostro. Occorre fare certo, ma occorre anche scegliere le parole giuste, i testi più efficaci. Saranno proprio queste nuove modalità a costituire un nuovo Filo di Arianna capace di condurci in quella che Karl Popper definiva “Società Aperta”.

Nuovi contenuti, nuove modalità didattiche, nuovi obiettivi. Corsi che sono percorsi di vita, di esperienza, di consapevolezza. Ingredienti nuovi e magici per cambiare la solita zuppa. Le idee ottime hanno fatto il loro tempo: è tempo di creare qualcosa di veramente straordinario.

Simone De Clementi

Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

L’Inattualità della domanda

La nostra pedagogia consiste nel riversare sui fanciulli risposte senza che essi abbiano posto domande, e alle domande che pongono non si dà ascolto

(Karl Popper)

“Domandare significa aprire una finestra su un mondo mai visto”

(Simone De Clementi)

In un’epoca dove tutti hanno risposte, voglio affermare il primato della domanda. È la domanda che fa salire, che ci permette di evolvere. È la domanda che ci mette in gioco, ci conduce alla riflessione, ci guida alle vette della conoscenza. Il motivo è semplice: attraverso una riflessione individuale, la domanda ci conduce a vedere nelle situazioni qualcosa che ancora non riusciamo a vedere, a sentire, a descrivere. La domanda crea mondi. Apre orizzonti e possibilità. Certo, domandare non significa mettere un punto interrogativo a caso. Una vera domanda ha una sua qualità. Lo si capisce dall’abisso che si spalanca davanti a chi chiede: davvero non sa, non ha risposte preparate o idee da confermare. Si butta, interroga fiducioso. Altro non sa.

Nelle domande spesso diciamo molto di noi. Suggeriamo risposte, cerchiamo conferme, vogliamo validare modelli e teorie. Narriamo i nostri giudizi. Semplicemente si fanno domande per raccontare qualcosa che si sa, per affermare il nostro sapere. Queste sono domande di bassa qualità. Altre volte, in tutti i campi, si fanno domande retoriche. Finte domande, per affermare il nostro Ego, il nostro credo.

La caratteristica fondamentale della vera domanda è che apre. La vera domanda è una apertura sul mondo, un intraprendere un viaggio senza sapere le tappe, gli orari, il programma. È una curiosità, una ricerca di nuove vie, di nuove mappe. È una dichiarazione onesta di non sapere che cerca dei dove, dei come, dei perché.  La vera domanda è un affidarsi all’Universo come un trapezista si affida alla sua arte, spiccando un salto senza aver sotto una rete. C’è preparazione nella domanda, c’è pratica. C’è un atteggiamento consapevole di abbandono che si può raggiungere solo dopo aver lavorato molto su di sé.

La vera domanda va oltre la persona, va oltre l’individuo perché interessa in fondo tutti noi. È universale, non biografica ed è pertanto generosa. Il suo fine è quello di trovare, ma non esige una risposta immediata. Essa è una richiesta carica di sentimento e di passione. Esiste una educazione alla domanda che deve essere riscoperta e divulgata. Innanzitutto a chi educa, a chi forma, a chi si prende cura, a qualunque titolo, di un’altra persona. L’educazione alla domanda è un atto di amore che spinge l’altro a battere nuove vie, a trovare risposte nuove. Verifica non tanto l’intelligenza o il sapere, ma la capacità di rimetterli in gioco. Insegna la pazienza di restare nelle domande, senza fretta, con amore, prendendo tutto il tempo che serve per trovare risposte adeguate. E, trovata la risposta, bisogna saper rinnovare la domanda.

La domanda è inattuale perché non si conforma al pensiero comune. È inattuale perché indaga ciò che molti danno per scontato. È inattuale perché sfida il concetto di utile, certo, provato per ampliare i confini del sapere. È inattuale perché non ama le ricette già pronte, le soluzioni di altri ma esige la nostra disciplina. È inattuale ancora perché sa essere impertinente, impopolare, eccentrica perché cerca la verità, non il consenso.

Educare alla domanda significa innanzitutto educarsi alla domanda. Più che ogni altro insegnamento, in questo non si può bluffare. L’educazione alla domanda è uno stile di vita, un habitus, non una formula da ripetere. È uno stile che diventa carne, sangue, gesto.

Se ogni giorno avesse la sua domanda, come sarebbe più ricca la nostra vita.

(Simone De Clementi)

"Che cosa chiedi al sole?" (Foto di Simone De Clementi)

“Che cosa chiedi al sole?”
(Foto di Simone De Clementi)

Prima delle parole. L’importanza dell’ascolto nella cura

“I medici sanno parlare, però non sanno ascoltare e ora sono circondato da tutte le medicine inutili che ho preso nel corso di un anno”

 (dal film “Caro Diario” di Nanni Moretti)

Parole, parole, parole. Soltanto parole tra paziente e operatore di cura, non importa se medico, infermiere, fisioterapista, tecnico di laboratorio od OSS. Parole che troppe volte sono inadatte a far fronte  ai bisogni più profondi dell’esperienza di malattia, quali l’accoglienza, l’accudimento, il rapporto affettivo. Parole che mancano o che eccedono, parole comunque orfane della capacità di ascoltare.

Si ripete quasi ossessivamente che l’ascolto è alla base di ogni processo comunicativo, eppure questa regola è costantemente disattesa. Il motivo è semplice: non si insegna ad ascoltare ma ad affermare. L’ascolto è un gesto concreto: va onorato praticandolo, non parlandone. Bisogna esercitarsi, imparare le sue regole, saper abitare i silenzi. L’ascolto non è una lista di domande che appartengono prima al professionista e poi al malato, ma è un’opportunità di lasciare esprimere l’altro con tempi e modalità del suo vissuto, della sua cultura.

In fondo il malato è il più grande esperto della sua malattia: più di ogni professionista, il paziente sa che cosa essa significa per la sua vita. Sa che cosa prova, quale dolore sente. Sa quali risorse può mettere in campo, quali sono le sue aspettative e le sue emozioni. Ascoltarlo dunque è più che ragionevole, perché solo attraverso la sua narrazione è possibile trovare il percorso di cura migliore.

Non c’è narrazione senza un corpo, il suo corpo. La medicina e l’assistenza delle macchine e delle procedure ha creato un paradossale gap tra il sentimento di malattia e la malattia oggettivamente intesa, ha creato l’eccesso di una attenzione che trascura la soggettività della persona. Succede che le parole non bastano e talvolta non servono o sono addirittura un inganno. I grafici, le immagini, le analisi e i numeri non sono noi e non ci assomigliano neanche tanto. Succede che la diagnosi non è la malattia e che ciò che dice il medico ci appare lontano. Perché non proviene dall’ascolto, ma da una esaltazione dell’io. Migliorare l’assistenza significa allora colmare questa distanza.  Attraverso l’umile saggezza di un operatore che chiede al paziente informazioni e poi in silenzio prova a capire.

Occorrono professionisti capaci di scendere nel pozzo della sofferenza, capaci di muoversi in un luogo molto faticoso, con poca luce, freddo, senza dividere l’affezione del corpo e l’afflizione dell’animo. E con la coscienza che fuori dal pozzo c’è un giardino fatto di fiori, frutta e luce: il giardino della salute, della medicina sostenibile perché umana.

Simone De Clementi  (Filosofo della scienza) 

Pubblicato su “Il Giornale di Brescia” Venerdì 15 maggio 2015

"Parole vuote" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Parole vuote”
(foto di Elisabetta Maria Arici)