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C’è un altro modo di vedere le cose

“Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent’anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso” 

(T. Colin Campbell)

“Non è facile percorrere strade nuove. Devi essere un esploratore. Ma quando qualcuno ha trovato una via e aperto una strada, allora dipende tutto da te. Da come scegli”

(Simone De Clementi)

Una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro le malattie. C’è scritto su The China Study. C’è scritto nella tradizione medica ippocratica, nei testi ayurvedici, in quelli di Medicina tradizionale cinese. C’è scritto in svariate ricerche “scientifiche” occidentali. Non è vero insomma che per stare meglio dobbiamo aumentare la spesa di farmaci. Non è vero che dobbiamo spendere molto in diagnostica. Si può costruire un modello medico basato sulla prevenzione, sulla buona alimentazione e sulla promozione della salute. Costa meno, è più efficace e combatte le principali patologie del nostro tempo.  Però non conviene. Si tratta di un modello tanto semplice quanto scomodo. È un modello combattuto dalla nostra società in cui domina la disinformazione.

Forse è proprio perché mi definisco formatore che non ci sto. Perché formare è dare la possibilità di vedere le cose in un altro modo. Perché formare, in fondo, è provare a svegliare le coscienze dal sonno, dal dogma, dallo status quo. Dal conformismo e dal “si dice” che occupa la nostra vita.

Senza diventare oracolo, santone. Senza costringere nessuno. Soltanto facendo circolare idee, ragionamenti. Vie alternative. Per crescere, insieme. Per far vedere che nulla di ciò che facciamo è eterno e indiscutibile. In fondo, gli stessi principi che hanno permesso alla scienza di progredire. Fra ostacoli e resistenze.

La posta in gioco è alta: c’è chi ci vuol far credere che il progresso nel campo della salute passa attraverso spese sempre più alte, tecnologia più costosa, farmaci innovativi. Questo modello è diabolico e insostenibile oltre che falso. C’è un modo di vedere le cose diverso: il progresso nel campo della salute passa attraverso una sana alimentazione, il rispetto dell’ambiente, la ricerca delle grandi potenzialità curative presenti in Natura. Con un po’ d’innovazione, meno spese e più efficacia. E con la diffusione di corretti stili di vita. Governi, industria, scienza, medicina… un intreccio di interessi spesso indistinguibile, dove non si sa se si lavora per perseguire il profitto o promuovere la salute. Oggi non possiamo permettercelo più. Perché è immorale, perché non è economico.

Formare è dunque il primo passo. Far circolare idee. Condotte. Stili sani di vita. Per non vivere addormentati. Per evitare

"Bambino Vitruviano" (foto di Elisabetta Arici)

“Bambino Vitruviano”
(foto di Elisabetta Arici)

la beffa di donare i soldi per la ricerca o pagare una assistenza a malattie che potrebbero essere tranquillamente evitate.

Simone De Clementi

 

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Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

La sfida dell’Occidente

“Mentre noi diciamo che la nostra ragione è la ragione di tutti gli uomini, questo non è solo un dire, questo è il nostro fare. Questo è il nostro imporre, a livello planetario, la mentalità razionale, la mentalità scientifico-tecnica, la produttività scientifico tecnica, l’assimilazione di tutti i modelli di vita a questo modello di vita”

(Ludovico Geymonat)

Di fronte alla crisi epocale che stiamo vivendo – crisi economica, sociale, politica, etica – in molti dicono che occorre immaginare modelli nuovi. Modelli capaci di andare oltre la visione adottata finora, modelli capaci di immaginare un futuro differente. In questa affermazione c’è molto di vero: ma non tutto. Bisogna dirci che manca il coraggio di portare a compimento questo ragionamento, di dargli una forma netta, compiuta. Per fare questo manca un passaggio, fondamentale, che la frase di Ludovico Geymonat (Torino, 1908 – Passirana di Rho, 1991) contiene in embrione: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’uomo occidentale non è l’uomo della Ragione universale, assolutamente vera, progressiva e infinita. Egli è invece l’uomo di una ragione, la sua. Per immaginare un futuro di speranza, diverso, con nuove risorse, dobbiamo avere dunque anche l’umiltà di guardare altrove. altri modelli, altre culture possono illuminare il nostro futuro, integrando le loro visioni alla nostra. Non è questione di negare la nostra cultura, semplicemente è ora di correggere i limiti insiti nella visione occidentale del mondo modificandola e arricchendola con visioni differenti e più funzionali. La nostra razionalità non è l’unica possibile; i nostri modelli non sono i più veri; la nostra cultura non è la migliore. Sono state quelle dominanti, quelle più forti, quelle che ci hanno permesso uno sviluppo incredibile e hanno permesso conquiste meravigliose. Ma hanno creato anche molte ingiustizie e disfunzionalità. E soprattutto, ora sembrano limoni spremuti più volte, incapaci di donare anche solo una goccia di succo. Di fronte a molti problemi i nostri modelli non hanno più nulla da dire, di fronte ad altri essi non sono più adeguati. E’ tempo allora di essere umili e di battere altre strade; è tempo di ascoltare, di osservare; è tempo di integrare modelli e visioni, rimettendo i nostri stili e le nostre soluzioni in discussione. Grazie alla democrazia l’Occidente può provare a giocare una partita di fondamentale importanza, in un ruolo di primo piano: quella di provare a superare sè stesso.

Simone De Clementi

Verso una nuova complessità (foto di Elisabetta Arici)

 

Solidarietà, non appagamento

“Il ruolo del governo nel sovvenzionare, in modo consistente, le classi agiate merita più di una frettolosa analisi. Se il sostegno e il finanziamento del governo sono a favore dei poveri vengono avanzati seri dubbi sulla necessità e sull’efficacia dell’azione di Stato; viene evidenziato l’effetto negativo che tale intervento ha sullo spirito e sul morale dei lavoratori. Tali preoccupazioni non insorgono quando l’azione del governo favorisce i ceti benestanti. Nessuno teme il danno provocatodalle pensioni della previdenza sociale e dalle prospettive a esse legate, nè il risparmiatore teme il salvataggio finanziario in caso di fallimento di una banca. Gli individui relativamente agiati ben sopportano gli effetti negativi che l’intervento finanziario e il sostegno del governo provocano sul loro morale. I poveri no.

(Kenneth Galbraith, “la cultura dell’appagamento” 1993)

Non possiamo usare giri di parole. La Società occidentale ha creato una democrazia dove i meno fortunati non partecipano. Questo sistema, che ha tenuto fino a oggi, è adesso a rischio. Il fatto, elementare e visibile a tutti, provato nell’esperienza e nella carne, è che i poveri sono aumentati. I ricchi, quelli molto ricchi, sono rimasti e rimarranno sempre. ma il resto della popolazione, molti agiati di un tempo, sono mediamente più poveri. E in più non c’è lavoro. L’appagamento della classe media è stato per anni fonte di silenzio. Oggi le voci ci interrogano, il rumore sta per diventare insopportabile. Il tema, ancora, è quello della giustizia: non possiamo proclamare che le risorse umane sono il patrimonio delle aziende e poi licenziamo, delocalizziamo, tagliamo fondi alla formazione, all’aggiornamento, non diamo incentivi, non motiviamo. Pensiamo addirittura di scardinare alcune conquiste sindacali (maternità, malattia). la chiave per il futuro, credo, è da ricercare nella solidarietà, non nell’appagamento individuale; nella lungimiranza, non nel presente; nella consapevolezza che un modello si è inclinato, per sempre, e bisogna crearne uno nuovo che, per essere efficace richiede uno sforzo collettivo. E’ tempo di investire e rischiare, non di facili guadagni che non costruiscono nulla.

Simone D

Magritte

La solidarietà può farci volare …

e Clementi

Economia nuova, idee antiche

“Oggigiorno quasi certamente né la sinistra né la destra contesteranno l’idea che stiamo attraversando una trasformazione economica fondamentale. I progressi della tecnologia digitale, le fibre ottiche, Internet, i satelliti e i trasporti hanno effettivamente livellato le barriere economiche tra Stati e continenti. […] La conseguenza di tali cambiamenti è stata l’emergere di ciò che alcuni chiamano un’economia del “chi vince prende tutto”, in cui la marea che sale non necessariamente solleva tutte le barche. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una forte crescita economica, ma a un’anemica crescita dei posti di lavoro; grandi balzi nella produttività, ma un appiattimento dei salari; consistenti profitti aziendali, che però solo in minima parte vanno a beneficio dei lavoratori. Per chi possiede abilità e talenti unici, e per i lavoratori con conoscenze specifiche – ingegneri, avvocati, consulenti e venditori – che ne facilitano il lavoro, la ricompensa potenziale di un mercato globale non è mai stata più ricca. Invece per gli operai, le cui prestazioni posono essere automatizzate o digitalizzate o delocalizzate in Paesi con salari più bassi, gli effetti possono essere terribili: una continua crescita del lavoro precario con basse retribuzioni, scarse tutele, il rischio di tracollo finanziario in caso di malattia, oltre all’impossibilità di risparmiare in vista della pensione o dell’istruzione superiore dei figli. la domanda è: che alternative abbiamo?”

(Barack Obama, “L’audacia della speranza“2006)

Partirei dalla conclusione del ragionamento di Barack Obama: “che alternative abbiamo?” Solo se sentiamo urgente e irrinunciabile questo interrogativo possiamo provare a trovare una risposta e ad immaginare un mondo nuovo, davvero nuovo. Quello colpisce è che la novità di questo mondo che andiamo cercando ha in sè parole antiche. Oggi di fronte a noi sta un mondo ingiusto. la nostra società ha pian piano escluso fasce sempre più vaste della popolazione dal benessere, ottenuto con grande sforzo e fatica dopo la seconda guerra mondiale in nome del profitto. Stiamo smontando i sistemi di welfare. Stiamo cancellando il diritto del lavoro e la dignità delle persone. Stiamo costruendo circuiti di debolezza, insicurezza, precarietà, disperazione. stiamo costruendo economie virtuali che nulla hanno a che fare con il vero lavoro di donne e uomini e con il merito. Stiamo perdendo etica e moralità, e le nostre basi spirituali sono attaccate alle radici. Stiamo colpendo i diritti civili faticosamente conquistati: salute, maternità, riposo, benessere sono vittime del nostro sistema di business, così come la famiglia. Molti sostengono: “è la globalizzazione!” ma non è così. Semmai è l’uso che facciamo della globalizzazione da mettere a processo. Di essa abbiamo colto solo i lati peggiori: scontro di civiltà, razzismo, paura, divisione, delocalizzazione, corsa al salario più basso (riempiendosi la bocca della parola Qualità) , negazione di incentivi, licenziamenti, vittoria della Finanza sulla Politica. Le occasioni, grandiose, di costruire un mondo più giusto, con più culture, più tollerante sono state disattese. Che alternative abbiamo, allora? molte, partendo dalla Solidarietà, dal rispetto, dal recupero di una dimensione collettiva, di appartenenza a città, comunità, gruppi. Se questa crisi farà cessare l’individualismo esasperato che abbiamo seguito in questi anni, sarà una vittoria; se questa crisi ci lascerà maggiore consapevolezza sull’ambiente e sull’importanza delle generazioni future sarà una vittoria; se questa crisi ci farà capire che l’economia si basa sul lavoro, su progetti che si costruiscono e non su speculazioni sarà una vittoria; se questa crisi ci consegnerà un futuro più giusto, etico, umano, in cui le differenti visioni morali ci consegnino saggezza, sarà una vittoria. Di fronte a noi sta la prima vera grande sfida della storia dell’umanità: immaginare un cambiamento positivo ed equo senza ricorrere a guerre, violenze o ingiustizie. Ne saremo all’altezza?

Simone De Clementi

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

 

Quel mutamento epocale che chiamiamo crisi

“La crisi presente, perciò, non è solo una crisi di individui, di governi o di istituzioni sociali, ma è una transizione di dimensioni planetarie. Come individui, come società, come civiltà e come ecosistema planetario, stiamo raggiungendo il punto di svolta.  Trasformazioni culturali di questa grandezza e profondità non possono essere impedite. Non ci si dovrebbe opporre ad esse, ma, al contrario, le si dovrebbe accogliere di buon grado come l’unica possibilità di sottrarsi all’angoscia, al collasso o alla mummificazione. Ciò di cui abbiamo bisogno, per prepararci alla grande transizione nella quale stiamo per entrare, è un profondo riesame dei principali presupposti e valori della nostra cultura, un rifiuto di quei modelli concettuali che sono sopravvisuti alla loro utilità, e un nuovo riconoscimento di alcuni fra i valori  che abbiamo abbandonato in periodi precedenti della nostra storia culturale. Un mutamento così profondo nella mentalità della cultura occidentale dev’essere accompagnato naturalmente da una profonda modificazione della maggior parte dei rapporti sociali e delle forme di organizzazione sociale: da mutamenti che vadano molto oltre le misure superficiali di riaggiustamento economico e politico che vengono presi in considerazione dai capi politici di oggi.

(Fritjof Capra, da “Il punto di svolta”, 1982)

Dobbiamo pensare il cambiamento in termini epocali: è questo che intende suggerirci nella frase sopra riportata  Fritjof Capra (Vienna, 1939), fisico e pensatore “olistico” . Siamo di fronte a un punto di svolta, dove le soluzioni ordinarie sono un semplice placebo. Occorre mutare visuale, prendere consapevolezza che di fronte a noi sta una nuova era: il nostro compito è allora quello di immaginare una fase di rinascita sociale e culturale, un nuovo modello di civiltà. La scommessa è quella di rendere la transizione indolore e partecipata. Non è questione di tasse, balzelli, leggi elettorali… si tratta di una transizione ben più profonda: prima ce ne rendiamo conto, meglio è.

Simone De Clementi

“Per un nuovo sapere”

Il vocabolo crisi … e l’opportunità

“Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta” ora sta a significare: “Guidatore dacci dentro!” Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale. la crisi come necessità di accellerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza ai passeggeri, ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse. Così intesa la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari, una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo, ma crisi può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa.

(Ivan Illich, “Disoccupazione creativa 1978)

Una frase profetica: Ivan Illich (Vienna, 1926 – Brema, 2002) da vero libero pensatore, curioso ricercatore della conoscenza non determinata dall’autorità o dal dogma, riesce in queste poche righe a descrivere una situazione, a criticarla ma a guardare avanti. Lo stato delle cose non è buono, desiderabile… ma sta a noi cercare di cambiare orizzonte.Un insegnamento di Illich