Archivi categoria: Profezia

Economia nuova, idee antiche

“Oggigiorno quasi certamente né la sinistra né la destra contesteranno l’idea che stiamo attraversando una trasformazione economica fondamentale. I progressi della tecnologia digitale, le fibre ottiche, Internet, i satelliti e i trasporti hanno effettivamente livellato le barriere economiche tra Stati e continenti. […] La conseguenza di tali cambiamenti è stata l’emergere di ciò che alcuni chiamano un’economia del “chi vince prende tutto”, in cui la marea che sale non necessariamente solleva tutte le barche. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una forte crescita economica, ma a un’anemica crescita dei posti di lavoro; grandi balzi nella produttività, ma un appiattimento dei salari; consistenti profitti aziendali, che però solo in minima parte vanno a beneficio dei lavoratori. Per chi possiede abilità e talenti unici, e per i lavoratori con conoscenze specifiche – ingegneri, avvocati, consulenti e venditori – che ne facilitano il lavoro, la ricompensa potenziale di un mercato globale non è mai stata più ricca. Invece per gli operai, le cui prestazioni posono essere automatizzate o digitalizzate o delocalizzate in Paesi con salari più bassi, gli effetti possono essere terribili: una continua crescita del lavoro precario con basse retribuzioni, scarse tutele, il rischio di tracollo finanziario in caso di malattia, oltre all’impossibilità di risparmiare in vista della pensione o dell’istruzione superiore dei figli. la domanda è: che alternative abbiamo?”

(Barack Obama, “L’audacia della speranza“2006)

Partirei dalla conclusione del ragionamento di Barack Obama: “che alternative abbiamo?” Solo se sentiamo urgente e irrinunciabile questo interrogativo possiamo provare a trovare una risposta e ad immaginare un mondo nuovo, davvero nuovo. Quello colpisce è che la novità di questo mondo che andiamo cercando ha in sè parole antiche. Oggi di fronte a noi sta un mondo ingiusto. la nostra società ha pian piano escluso fasce sempre più vaste della popolazione dal benessere, ottenuto con grande sforzo e fatica dopo la seconda guerra mondiale in nome del profitto. Stiamo smontando i sistemi di welfare. Stiamo cancellando il diritto del lavoro e la dignità delle persone. Stiamo costruendo circuiti di debolezza, insicurezza, precarietà, disperazione. stiamo costruendo economie virtuali che nulla hanno a che fare con il vero lavoro di donne e uomini e con il merito. Stiamo perdendo etica e moralità, e le nostre basi spirituali sono attaccate alle radici. Stiamo colpendo i diritti civili faticosamente conquistati: salute, maternità, riposo, benessere sono vittime del nostro sistema di business, così come la famiglia. Molti sostengono: “è la globalizzazione!” ma non è così. Semmai è l’uso che facciamo della globalizzazione da mettere a processo. Di essa abbiamo colto solo i lati peggiori: scontro di civiltà, razzismo, paura, divisione, delocalizzazione, corsa al salario più basso (riempiendosi la bocca della parola Qualità) , negazione di incentivi, licenziamenti, vittoria della Finanza sulla Politica. Le occasioni, grandiose, di costruire un mondo più giusto, con più culture, più tollerante sono state disattese. Che alternative abbiamo, allora? molte, partendo dalla Solidarietà, dal rispetto, dal recupero di una dimensione collettiva, di appartenenza a città, comunità, gruppi. Se questa crisi farà cessare l’individualismo esasperato che abbiamo seguito in questi anni, sarà una vittoria; se questa crisi ci lascerà maggiore consapevolezza sull’ambiente e sull’importanza delle generazioni future sarà una vittoria; se questa crisi ci farà capire che l’economia si basa sul lavoro, su progetti che si costruiscono e non su speculazioni sarà una vittoria; se questa crisi ci consegnerà un futuro più giusto, etico, umano, in cui le differenti visioni morali ci consegnino saggezza, sarà una vittoria. Di fronte a noi sta la prima vera grande sfida della storia dell’umanità: immaginare un cambiamento positivo ed equo senza ricorrere a guerre, violenze o ingiustizie. Ne saremo all’altezza?

Simone De Clementi

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

 

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Intelligenze multiple

“I test del QI di Binet sono stati accettati senza discussioni per sei decenni, ma negli anni Settanta del Novecento le idee sull’intelligenza cominciarono a cambiare. Howard Gardner, Robert Ornstein, io e altri ci rendemmo conto che esistevano molti tipi diversi di intelligenza, e che ognuna di esse agiva in armonia con ciascuna delle altre, se adeguatamente sviluppate. Una persona davvero intelligente non è chi sa solo blaterale parole e numeri; è chi sa reagire “intelligentemente” a tutte le opportunità, gli stimoli e i problemi proposti dall’ambiente. La vera intelligenza consiste nell’impegnare il cervello in ogni aspetto della vita: si fa sport con il cervello; ci si relaziona con gli altri con il cervello; si fa l’amore con il cervello. Tutta la vita, in realtà, è una questione di cervello!”

(Tony Buzan, 2000)

Intelligenza e Intelligenze...

Non di una sola intelligenza è fatto l’uomo …

Allargare gli orizzonti. Tony Buzan (Londra, 1942) autorità mondiale per quanto riguarda il campo delle attività cerebrali e delle capacità di apprendimento e di pensiero, ribalta la nostra concezione tradizionale dell’intelligenza basata soltanto su prove e test. Non esiste soltanto l’intelligenza linguistica, non è più importante l’intelligenza matematica o la logica. L’uomo è molto di più, perchè la nostra mente ha poteri illimitati, spesso ancora sconosciuti a noi stessi. la vita stessa è un atto intelligente che ciascuno interpreta a suo modo. E proprio questa capacità di adattamento, di mettere in relazione cose, persone, sensazioni, di usare i propri talenti è intelligenza. fare reti è intelligenza; copiare e riadattare è intelligenza; socializzare è intelligenza; creare, fotografare, dipingere, suonare è intelligenza; vedere il mondo, amare, cambiare è intelligenza. parole e numeri sono soltanto una delle intelligenze di cui disponiamo: le più sicure perchè più misurabili. Ma in fondo, a ben pensarci, le meno interessanti …

Simone De Clementi

 

La fortuna sorride a chi cerca senza scopo

“Quando qualcuno cerca,” rispose Siddartha “allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla, in sè, perchè pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perchè ha uno scopo, perchè è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non aver scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poichè, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi”.

  (Hermann Hesse, “Siddartha”)

Perdersi per poi trovarsi … Quale saggezza vi è dietro queste righe di Hermann Hesse. Questo concetto lo possiamo trovare applicato nella ricerca, nel lavoro, nei rapporti interpersonali. Quale affanno spesso si prova per trovare una soluzione: si considera ogni cosa, si immaginano scenari, si descrivono i passi… e non si ottiene nulla! Poi all’improvviso, lasciando i paraocchi di un modello o di una teoria … per un motivo sconosciuto e imprevisto … ecco la scoperta… ecco davanti a noi un nuovo mondo. Lo stesso vale per le relazioni umane, per le amicizie. La vita ci conduce a volte in vicoli ciechi. Noi per uscirne … desideriamo, vogliamo ardentemente intrecciare relazioni. Cerchiamo amicizie, amori, relazioni … cerchiamo e non troviamo. Ma quando meno ce lo aspettiamo, quando magari rinunciamo a ogni disegno e decidiamoHermann Hesse, Acquerello  di tirare i remi in barca … ecco che la vita ci sorprende. Vivere in libertà e senza affanni sembra essere dunque la via per scoprire molto. Come ogni storia, avventura o viaggio del resto ci insegna.

Simone De Clementi

Quel mutamento epocale che chiamiamo crisi

“La crisi presente, perciò, non è solo una crisi di individui, di governi o di istituzioni sociali, ma è una transizione di dimensioni planetarie. Come individui, come società, come civiltà e come ecosistema planetario, stiamo raggiungendo il punto di svolta.  Trasformazioni culturali di questa grandezza e profondità non possono essere impedite. Non ci si dovrebbe opporre ad esse, ma, al contrario, le si dovrebbe accogliere di buon grado come l’unica possibilità di sottrarsi all’angoscia, al collasso o alla mummificazione. Ciò di cui abbiamo bisogno, per prepararci alla grande transizione nella quale stiamo per entrare, è un profondo riesame dei principali presupposti e valori della nostra cultura, un rifiuto di quei modelli concettuali che sono sopravvisuti alla loro utilità, e un nuovo riconoscimento di alcuni fra i valori  che abbiamo abbandonato in periodi precedenti della nostra storia culturale. Un mutamento così profondo nella mentalità della cultura occidentale dev’essere accompagnato naturalmente da una profonda modificazione della maggior parte dei rapporti sociali e delle forme di organizzazione sociale: da mutamenti che vadano molto oltre le misure superficiali di riaggiustamento economico e politico che vengono presi in considerazione dai capi politici di oggi.

(Fritjof Capra, da “Il punto di svolta”, 1982)

Dobbiamo pensare il cambiamento in termini epocali: è questo che intende suggerirci nella frase sopra riportata  Fritjof Capra (Vienna, 1939), fisico e pensatore “olistico” . Siamo di fronte a un punto di svolta, dove le soluzioni ordinarie sono un semplice placebo. Occorre mutare visuale, prendere consapevolezza che di fronte a noi sta una nuova era: il nostro compito è allora quello di immaginare una fase di rinascita sociale e culturale, un nuovo modello di civiltà. La scommessa è quella di rendere la transizione indolore e partecipata. Non è questione di tasse, balzelli, leggi elettorali… si tratta di una transizione ben più profonda: prima ce ne rendiamo conto, meglio è.

Simone De Clementi

“Per un nuovo sapere”

Il vocabolo crisi … e l’opportunità

“Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta” ora sta a significare: “Guidatore dacci dentro!” Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale. la crisi come necessità di accellerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza ai passeggeri, ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse. Così intesa la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari, una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo, ma crisi può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa.

(Ivan Illich, “Disoccupazione creativa 1978)

Una frase profetica: Ivan Illich (Vienna, 1926 – Brema, 2002) da vero libero pensatore, curioso ricercatore della conoscenza non determinata dall’autorità o dal dogma, riesce in queste poche righe a descrivere una situazione, a criticarla ma a guardare avanti. Lo stato delle cose non è buono, desiderabile… ma sta a noi cercare di cambiare orizzonte.Un insegnamento di Illich