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Prima delle parole. L’importanza dell’ascolto nella cura

“I medici sanno parlare, però non sanno ascoltare e ora sono circondato da tutte le medicine inutili che ho preso nel corso di un anno”

 (dal film “Caro Diario” di Nanni Moretti)

Parole, parole, parole. Soltanto parole tra paziente e operatore di cura, non importa se medico, infermiere, fisioterapista, tecnico di laboratorio od OSS. Parole che troppe volte sono inadatte a far fronte  ai bisogni più profondi dell’esperienza di malattia, quali l’accoglienza, l’accudimento, il rapporto affettivo. Parole che mancano o che eccedono, parole comunque orfane della capacità di ascoltare.

Si ripete quasi ossessivamente che l’ascolto è alla base di ogni processo comunicativo, eppure questa regola è costantemente disattesa. Il motivo è semplice: non si insegna ad ascoltare ma ad affermare. L’ascolto è un gesto concreto: va onorato praticandolo, non parlandone. Bisogna esercitarsi, imparare le sue regole, saper abitare i silenzi. L’ascolto non è una lista di domande che appartengono prima al professionista e poi al malato, ma è un’opportunità di lasciare esprimere l’altro con tempi e modalità del suo vissuto, della sua cultura.

In fondo il malato è il più grande esperto della sua malattia: più di ogni professionista, il paziente sa che cosa essa significa per la sua vita. Sa che cosa prova, quale dolore sente. Sa quali risorse può mettere in campo, quali sono le sue aspettative e le sue emozioni. Ascoltarlo dunque è più che ragionevole, perché solo attraverso la sua narrazione è possibile trovare il percorso di cura migliore.

Non c’è narrazione senza un corpo, il suo corpo. La medicina e l’assistenza delle macchine e delle procedure ha creato un paradossale gap tra il sentimento di malattia e la malattia oggettivamente intesa, ha creato l’eccesso di una attenzione che trascura la soggettività della persona. Succede che le parole non bastano e talvolta non servono o sono addirittura un inganno. I grafici, le immagini, le analisi e i numeri non sono noi e non ci assomigliano neanche tanto. Succede che la diagnosi non è la malattia e che ciò che dice il medico ci appare lontano. Perché non proviene dall’ascolto, ma da una esaltazione dell’io. Migliorare l’assistenza significa allora colmare questa distanza.  Attraverso l’umile saggezza di un operatore che chiede al paziente informazioni e poi in silenzio prova a capire.

Occorrono professionisti capaci di scendere nel pozzo della sofferenza, capaci di muoversi in un luogo molto faticoso, con poca luce, freddo, senza dividere l’affezione del corpo e l’afflizione dell’animo. E con la coscienza che fuori dal pozzo c’è un giardino fatto di fiori, frutta e luce: il giardino della salute, della medicina sostenibile perché umana.

Simone De Clementi  (Filosofo della scienza) 

Pubblicato su “Il Giornale di Brescia” Venerdì 15 maggio 2015

"Parole vuote" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Parole vuote”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

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C’è un altro modo di vedere le cose

“Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent’anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso” 

(T. Colin Campbell)

“Non è facile percorrere strade nuove. Devi essere un esploratore. Ma quando qualcuno ha trovato una via e aperto una strada, allora dipende tutto da te. Da come scegli”

(Simone De Clementi)

Una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro le malattie. C’è scritto su The China Study. C’è scritto nella tradizione medica ippocratica, nei testi ayurvedici, in quelli di Medicina tradizionale cinese. C’è scritto in svariate ricerche “scientifiche” occidentali. Non è vero insomma che per stare meglio dobbiamo aumentare la spesa di farmaci. Non è vero che dobbiamo spendere molto in diagnostica. Si può costruire un modello medico basato sulla prevenzione, sulla buona alimentazione e sulla promozione della salute. Costa meno, è più efficace e combatte le principali patologie del nostro tempo.  Però non conviene. Si tratta di un modello tanto semplice quanto scomodo. È un modello combattuto dalla nostra società in cui domina la disinformazione.

Forse è proprio perché mi definisco formatore che non ci sto. Perché formare è dare la possibilità di vedere le cose in un altro modo. Perché formare, in fondo, è provare a svegliare le coscienze dal sonno, dal dogma, dallo status quo. Dal conformismo e dal “si dice” che occupa la nostra vita.

Senza diventare oracolo, santone. Senza costringere nessuno. Soltanto facendo circolare idee, ragionamenti. Vie alternative. Per crescere, insieme. Per far vedere che nulla di ciò che facciamo è eterno e indiscutibile. In fondo, gli stessi principi che hanno permesso alla scienza di progredire. Fra ostacoli e resistenze.

La posta in gioco è alta: c’è chi ci vuol far credere che il progresso nel campo della salute passa attraverso spese sempre più alte, tecnologia più costosa, farmaci innovativi. Questo modello è diabolico e insostenibile oltre che falso. C’è un modo di vedere le cose diverso: il progresso nel campo della salute passa attraverso una sana alimentazione, il rispetto dell’ambiente, la ricerca delle grandi potenzialità curative presenti in Natura. Con un po’ d’innovazione, meno spese e più efficacia. E con la diffusione di corretti stili di vita. Governi, industria, scienza, medicina… un intreccio di interessi spesso indistinguibile, dove non si sa se si lavora per perseguire il profitto o promuovere la salute. Oggi non possiamo permettercelo più. Perché è immorale, perché non è economico.

Formare è dunque il primo passo. Far circolare idee. Condotte. Stili sani di vita. Per non vivere addormentati. Per evitare

"Bambino Vitruviano" (foto di Elisabetta Arici)

“Bambino Vitruviano”
(foto di Elisabetta Arici)

la beffa di donare i soldi per la ricerca o pagare una assistenza a malattie che potrebbero essere tranquillamente evitate.

Simone De Clementi