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Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

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Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

L’Inattualità della domanda

La nostra pedagogia consiste nel riversare sui fanciulli risposte senza che essi abbiano posto domande, e alle domande che pongono non si dà ascolto

(Karl Popper)

“Domandare significa aprire una finestra su un mondo mai visto”

(Simone De Clementi)

In un’epoca dove tutti hanno risposte, voglio affermare il primato della domanda. È la domanda che fa salire, che ci permette di evolvere. È la domanda che ci mette in gioco, ci conduce alla riflessione, ci guida alle vette della conoscenza. Il motivo è semplice: attraverso una riflessione individuale, la domanda ci conduce a vedere nelle situazioni qualcosa che ancora non riusciamo a vedere, a sentire, a descrivere. La domanda crea mondi. Apre orizzonti e possibilità. Certo, domandare non significa mettere un punto interrogativo a caso. Una vera domanda ha una sua qualità. Lo si capisce dall’abisso che si spalanca davanti a chi chiede: davvero non sa, non ha risposte preparate o idee da confermare. Si butta, interroga fiducioso. Altro non sa.

Nelle domande spesso diciamo molto di noi. Suggeriamo risposte, cerchiamo conferme, vogliamo validare modelli e teorie. Narriamo i nostri giudizi. Semplicemente si fanno domande per raccontare qualcosa che si sa, per affermare il nostro sapere. Queste sono domande di bassa qualità. Altre volte, in tutti i campi, si fanno domande retoriche. Finte domande, per affermare il nostro Ego, il nostro credo.

La caratteristica fondamentale della vera domanda è che apre. La vera domanda è una apertura sul mondo, un intraprendere un viaggio senza sapere le tappe, gli orari, il programma. È una curiosità, una ricerca di nuove vie, di nuove mappe. È una dichiarazione onesta di non sapere che cerca dei dove, dei come, dei perché.  La vera domanda è un affidarsi all’Universo come un trapezista si affida alla sua arte, spiccando un salto senza aver sotto una rete. C’è preparazione nella domanda, c’è pratica. C’è un atteggiamento consapevole di abbandono che si può raggiungere solo dopo aver lavorato molto su di sé.

La vera domanda va oltre la persona, va oltre l’individuo perché interessa in fondo tutti noi. È universale, non biografica ed è pertanto generosa. Il suo fine è quello di trovare, ma non esige una risposta immediata. Essa è una richiesta carica di sentimento e di passione. Esiste una educazione alla domanda che deve essere riscoperta e divulgata. Innanzitutto a chi educa, a chi forma, a chi si prende cura, a qualunque titolo, di un’altra persona. L’educazione alla domanda è un atto di amore che spinge l’altro a battere nuove vie, a trovare risposte nuove. Verifica non tanto l’intelligenza o il sapere, ma la capacità di rimetterli in gioco. Insegna la pazienza di restare nelle domande, senza fretta, con amore, prendendo tutto il tempo che serve per trovare risposte adeguate. E, trovata la risposta, bisogna saper rinnovare la domanda.

La domanda è inattuale perché non si conforma al pensiero comune. È inattuale perché indaga ciò che molti danno per scontato. È inattuale perché sfida il concetto di utile, certo, provato per ampliare i confini del sapere. È inattuale perché non ama le ricette già pronte, le soluzioni di altri ma esige la nostra disciplina. È inattuale ancora perché sa essere impertinente, impopolare, eccentrica perché cerca la verità, non il consenso.

Educare alla domanda significa innanzitutto educarsi alla domanda. Più che ogni altro insegnamento, in questo non si può bluffare. L’educazione alla domanda è uno stile di vita, un habitus, non una formula da ripetere. È uno stile che diventa carne, sangue, gesto.

Se ogni giorno avesse la sua domanda, come sarebbe più ricca la nostra vita.

(Simone De Clementi)

"Che cosa chiedi al sole?" (Foto di Simone De Clementi)

“Che cosa chiedi al sole?”
(Foto di Simone De Clementi)

PARLA COME MANGI

“Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”

 (Ludwig Wittgenstein)

 

“In fondo, ciò che noi diciamo di bello, nuovo e vero dovrebbe tradursi in un gesto. Se poi riusciamo a ottenere un sorriso, insieme a quel gesto, ciò che abbiamo fatto è quasi divino ”

(Simone De Clementi)

 

Ho un segreto da raccontarvi: “Parla come mangi” non è soltanto un detto popolare. È molto di più, è una filosofia di vita. È un invito a tutti a esprimersi con la massima chiarezza, evitando termini oscuri (di cui magari non si conosce neanche il significato) che più che altro confondono le idee.

Una filosofia che personalmente ho adottato e che propongo umilmente a chi fa formazione, a chi insegna, a chi educa. E a molti professionisti, soprattutto nel contesto di cura, che hanno nelle parole un potenziale alleato. Non è un inno alla banalità, tutt’altro. È un invito alla chiarezza, alla semplificazione dei contenuti. È un invito alla consapevolezza e all’attenzione nell’uso del linguaggio e, di conseguenza, è un invito a porre attenzione a chi ascolta. E a farlo stare bene.

“Parla come mangi” è la capacità di adattare il contenuto del messaggio all’uditore, è la volontà di scegliere le parole adatte per farsi capire, è la sensibilità di chi vuole davvero aiutare l’altro, senza interesse. È scendere dalla cattedra, non come ruolo, ma come persona. È avere a cuore il bene di chi ci sta di fronte, è capire che parole e gesti devono essere coerenti perché il rischio di non essere credibili è dietro l’angolo.

In questa visione chi fa formazione deve essere in grado di “sbriciolare” concetti, deve essere capace di fare sintesi, passando soltanto ciò che può essere utile, fruibile, comprensibile a chi si trova di fronte. Lasciamo l’autocompiacimento ad altri, asteniamoci dallo sfoggiare contenuti troppo complessi o lunghi per il tempo che ci è dato. L’approfondimento è sempre possibile, è legato alla volontà della persona in quantità e opportunità. Delle buone indicazioni e una bibliografia ragionata sono più che sufficienti.

Dico questo perché sono convinto che le parole devono comunicare un sapere che sappia lasciar traccia di sé, nell’anima e nel corpo, nei pensieri e nei gesti. Dobbiamo accorgerci, e dico accorgerci fisicamente, che qualcosa è passato del nostro messaggio. Che qualcosa è cambiato nel lavoro, nella vita degli altri. Dobbiamo vedere l’esito delle nostre parole .

Quella che propongo è una sorta di “fractio panis” del sapere, di semplificazione di tutto ciò che si sa per favorire una reale condivisione della conoscenza. È un’operazione non facile, ma possibile. In fondo è ciò che distingue un vero maestro da un “ripetitore”, un sapiente da un erudito. E’ un’operazione che si raggiunge con la pratica e non con lo studio. Con il “fare” e non con il semplice “dire”.

Pratica dunque, per parlare il linguaggio delle cose, del mondo. Pratica, per parlare il linguaggio del cuore. Quel linguaggio che può condurci a superare le oscurità di molti testi e di molti docenti, quel linguaggio che può elevarci davvero, portandoci oltre gli inciampi dei cavilli, delle parole, del testo. Se stiamo attenti, molto è in superficie: quasi ovvio e dunque non pensato, non esposto, non ragionato. Il resto è riflessione, poi azione. Essenziale che salva. Non abbiamo bisogno di essere elogiati perché non si capisce ciò che diciamo. Non abbiamo bisogno di confondere le idee a chi ci ascolta. Non abbiamo bisogno di vendere una conoscenza fasulla. Parla come mangi. Il nostro genio in fondo si vede da lì …

Simone De Clementi

(“Verso la luce” foto di Elisabetta Arici)

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Quale formazione?

Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare”

(Albert Einstein)

“Non può esserci spazio per una formazione inutile e noiosa. Il tempo che ci è dato su questa Terra è troppo poco”

(Simone De Clementi)

 

 

Che cosa è per noi la formazione? Vorrei fare questa domanda, per nulla retorica, a tutti coloro che si occupano di formazione. Si sostiene che essa è utile, strategica, necessaria. Ma credo che non sia sempre così. Perché, per dirla tutta, ne esiste anche una irrilevante, costosa perfino dannosa. Quest’ultima è la formazione fatta solo per obbligo, non  pianificata. E’ la formazione subita. E’ la formazione improvvisata. E’ la formazione che non gratifica né formatori né formati. E’ la formazione che ricalca i manuali, eseguita senz’anima e passione. Senza eros, inteso come ricerca di completezza, di bellezza. O ancora è la formazione “evento”, un incrocio tra “isola dei famosi” e “Zelig”, il calderone molto spesso rivolto a manager, venditori, professionisti e dirigenti dove vi sono i più grossi sprechi di tempo e di risorse senza alcun risultato.

Ma veniamo al dunque. Prima di tutto mi piace parlare di “esperienza formativa”. Vi sono i contenuti, vi è l’esperienza. Ecco allora che parlare di formazione significa immediatamente pensare ai temi, ai luoghi, alle modalità formative. E ai docenti. Il tutto deve essere pensato come una esperienza emozionante per chi partecipa, non come un noioso passaggio di nozioni, che il più delle volte rimane, per i lavoratori, gli studenti e per le organizzazioni, materia morta.

Una vera esperienza formativa non può essere noiosa. Può essere spiazzante, non condivisa, provocatoria, … può essere tutto. Ma non noiosa. Perché una buona formazione deve solleticare la curiosità, il ragionamento, l’approfondimento personale. Invece, quanto sapere conformato e poco utile in molte ore d’aula! E quante opportunità perse. Perse perché abbiamo fatto della parola innovazione un totem, senza innovare innanzitutto le pratiche formative; perché abbiamo fatto della parola competizione un mantra, copiando sempre gli stessi schemi; perché abbiamo interpretato la parola internazionalizzazione scimmiottando spesso pratiche provenienti da oltre oceano poco funzionali alle nostre realtà.

Per me fare formazione significa ricercare. Mettersi in gioco. Osservare. E soprattutto coinvolgere e lavorare insieme alle persone, intese nella loro totalità. Mente e corpo. Organizzazione e contesto. Una formazione pensata soltanto per la mente, per la memoria passa presto. E’ destinata all’ oblio perché non parla a tutto il nostro essere, non interroga le nostre emozioni, la nostra individualità. A mio avviso la formazione va incarnata. Il sapere va incarnato. Con la voce, i gesti, attraverso esperienze sensoriali. Non solo visive. Attraverso il gioco, una delle più potenti e più sottovalutate attività formative, soprattutto nel nostro Paese. Perché ciascuno possa sperimentare, perché anche il corpo possa ricordare ed essere educato.

Ecco allora l’importanza dei luoghi. Devono essere certamente funzionali, ma anche belli, gradevoli. Non mi spiego davvero come la bellezza sia esclusa dai luoghi educativi: sensi, colori, forme possono rendere più efficace l’apprendimento, ma pochi sembrano curarsene. E se vi è una formazione “on the job”, inserita nel contesto lavorativo, dovrebbe esserci anche lo spazio per esperienze fuori contesto. In questo caso il valore della formazione come incentivo aumenta, così come solitamente aumenta la motivazione. E lo scambio, il confronto di differenti realtà arricchisce. Questa idea l’abbiamo sempre tenuta per i profili più alti. Iniziare anche a pensare che questa modalità potrebbe servire a tutto il personale è una sfida culturale.

Formazione è ancora per me dialogo tra le discipline, globalità. Se la specializzazione del sapere è una realtà, che può presentare punti di forza, la formazione può rappresentare l’occasione per un dialogo e una costruzione comune di linguaggi, prassi, processi, modelli organizzativi. L’appartenenza in una organizzazione passa anche dalla conoscenza del lavoro altrui, delle differenti problematiche, dei diversi approcci. E perché no, dalle differenti aspettative.

Ancora, formazione è per me contaminazione di metodi. Proposta di casi. Visione esterna e analisi interna. Fatica e leggerezza. Coinvolgimento e confronto. E formazione deve essere giustizia. Nelle richieste economiche, nelle richieste di tempo. Vi è un equilibrio da rispettare tra tempi di lavoro e tempi formativi. Vi è un tempo opportuno, che non è quello dei periodi in cui il lavoro diminuisce: può essere per assurdo il contrario, dipende quali sono gli obiettivi. E poi c’è la serietà: di chi la offre la formazione, ma anche di chi la usufruisce. Fare formazione significa sempre e comunque far entrare energia nuova nell’organizzazione, nella persona. Bisogna aprirsi al nuovo, all’incontro, al possibile cambiamento. Barricarsi è improduttivo.

La mia idea è che una formazione di qualità deve essere memorabile. Utile. Motivante. E, soprattutto oggi, equa e trasparente: nei costi, negli obiettivi, nelle modalità di inclusione. Nella scelta dei docenti, che non si pesano né dal compenso, né dal CV. Nè tantomeno dalla vicinanza all’ organizzazione. Si pesano dai contenuti, da ciò che hanno da proporre. E se son bravi, bisogna fare come con i buoni amici: non si lasciano scappare.

Infine, sarebbe bello che per ogni azienda, per ogni realtà, per ogni persona si sapesse quale ricaduta ha avuto la formazione, quale utilità. Quali prospettive ha aperto, quali correttivi è stata capace di apportare.

Un passo verso il riconoscimento di ciò che è utile. E verso l’eliminazione di tutti quei corsi, quei Master, quei percorsi che non qualificano l’offerta, ma disorientano i fruitori.

 Simone De Clementi

"Formatore in pausa" (foto Elisabetta Arici)

“Formatore in pausa”
(foto Elisabetta Arici)

FORMAZIONE POWER POINT

      “La società di massa non vuole cultura, ma svago”
(Hannah Arendt)

“There are no slides, so you’ll just have to be content with me”  

(Simone De Clementi)

Sono turbato. Ogni volta che faccio lezione e organizzo un corso, un convegno, arriva sempre qualcuno e mi fa la solita domanda: “ci fa avere le slide?” Annuisco, ormai rassegnato e provo a chiedere se interessa anche la bibliografia.

Disarmante la risposta: “Beh, si, eventualmente … ma non è importante, e metta pochi titoli … sa, non c’è tempo …”

Slide significa letteralmente “diapositiva”. Una immagine, veloce, per fissare concetti. In chi ascolta, certo. Ma soprattutto in chi deve esporre. Già, perché se siamo sinceri, le slide servono più a chi deve fare una lezione, una presentazione, non a chi ascolta. Sono dei pro memoria, dei post it concettuali che ci permettono di non perdere il filo logico, di scandire il nostro incontro.

Non sono, e non possono essere, fonte piena di conoscenza. La conoscenza, l’approfondimento, lo scambio stanno nello spazio/tempo d’aula, nell’incontro tra pensieri, esperienze, visioni del mondo. La slide è un mezzo. Può giusto servire per ripassare, per ricordare l’incontro in aula, magari per fissare nella memoria concetti ascoltati o appresi da un testo. Ma niente più.

Eppure oggi le slide imperano. Comandano lezioni universitarie, Master, convegni scientifici. Si fa a gara a chi stupisce di più, a chi usa la grafica più bizzarra, colorata e originale. Diciamoci la verità: ci stiamo concentrando sulla confezione, sul pacchetto. Il contenuto è spesso scontato, già sentito, addirittura poco chiaro o incoerente. E ci si giustifica sempre dicendo che è difficile concentrare un discorso in una slide. Troppo facile, troppo comoda la scusa. A volte accade anche l’irreparabile: oltre a non aver contenuti interessanti, chi parla non ha nemmeno un po’ di gusto, qualche minima nozione di grafica. E son dolori. Di slide forse si può non morire, ma certamente ci si può addormentare, tediare. A quanta violenza inutile sottoponiamo colleghi e studenti, lavoratori e manager.

Quale riflessione per chi educa, per chi fa formazione? Mi permetto di fare qualche osservazione. La prima: è pur vero che siamo nella società dell’immagine e che le slide, come filmati e fotografie, possono servire per chiarire, per fissare l’attenzione. Utile. A patto che esista un contenuto, che ci sia qualcosa da dire. In pratica la slide ci pone una sfida ulteriore, non ci semplifica la vita. La sfida è che dobbiamo trovare sempre qualcosa di nuovo, di innovativo, di inesplorato da portare all’attenzione. Non possiamo fare come per la raccolta differenziata: riciclare contenuti in contenitori diversi non è virtuoso. Meglio trovare forme differenti per proporre lo stesso contenuto, con varianti anche didattiche. Cambiare lo sfondo delle slide non significa però fare ciò.

Seconda osservazione. Non possiamo confondere le slide con un libro, con un video, con una dispensa, con una lezione. Per loro natura le slide semplificano. E il sapere, quello vero e critico, non quello appiccicaticcio, è complesso, intrecciato, problematico. La sfida che abbiamo di fronte è quella di insegnare un sapere critico, un metodo di lettura che sappia affrontare la complessità e la multidisciplinarietà prima dei singoli saperi, delle singole ricerche. Insomma, prima delle slide occorre insegnare a ricomporre il sapere, ad abitarlo, a sapere che oltre la slide c’è un oltre. Metaforicamente la slide è come la mappa di un territorio. Semplificata, in scala, senza dettagli, senza collegamenti, parziale. Il territorio è altro.

Terza osservazione. La contaminazione dei saperi deve portarci a migliorare sempre l’offerta, la qualità. Se slide devono essere, almeno applichiamoci, impariamo a farle. Possibilmente non seguendo i modelli standard, ma mettendoci il nostro stile, la nostra estetica, il nostro pensiero. Le nostre scelte di che cosa dire e che cosa non dire. E come. Impariamo quali sono gli elementi che visivamente disturbano, poi quelli che facilitano. Impariamo come lavora il nostro occhio, il nostro cervello. Quanto grande possiamo vedere. A che distanza. Come percepiamo i colori. Il tema della visione non è affatto scontato, né secondario.

Per concludere, vorrei invitare al coraggio. Coraggio di dire che le slide, pur belle, non sono l’essenziale. Coraggio di dire che per conoscere bisogna comunque applicarsi e, a volte, far fatica pur avendo a disposizione importanti supporti tecnologici.

Non confondiamo sostanza e accidente: Aristotele, in una slide, ce l’avrebbe insegnato …

Simone De Clementi

"Prova a gettare un sasso"  Foto di Elisabetta Arici

“Prova a gettare un sasso”
Foto di Elisabetta Arici