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Appunti per il tempo che verrà

“Ciò che contraddistingue le menti davvero originali non è l’essere i primi a vedere qualcosa di nuovo, ma il vedere come nuovo ciò che è vecchio, conosciuto da sempre, visto e trascurato da tutti” (Friedrich Nietzsche)

“Una crisi, dolorosa, profonda, quasi assurda può portare in sé i semi di una grande rinascita, di un mondo più giusto e migliore. Tocca a noi decidere, tocca a noi accorgerci se cambiare la rotta o proseguire indifferenti verso il Nulla” 

(Simone De Clementi)

Qualcosa non andava. Ora ce ne rendiamo conto. Anzi, molti tra noi in questo periodo hanno avuto una conferma di qualcosa che avevano in qualche modo già intuito. Meglio mettere ora, mentre siamo ancora in emergenza e Dio sa fino a quando, queste cose per iscritto. Per riflettere, immaginare il mondo che ci sarà dopo. E realizzarlo insieme, con una visione differente. E con Amore.

Iniziamo dalle nostre città, dai nostri Paesi. Le abbiamo spesso svuotate dei servizi essenziali, dei negozi che garantivano il necessario per la nostra vita: alimentari, botteghe, artigiani, negozi di prima necessità. Perfino farmacie.  Il consumismo e la legge del profitto ci ha portati a costruire grandi centri commerciali, con grandi negozi, con grandi parcheggi, ma lontani dalle nostre case. Perfetto: quando però non possiamo uscire da un territorio, da un comune, capiamo l’importanza del negoziante nel nostro paese, nel nostro quartiere. Comprendiamo l’importanza di un servizio, aldilà di ogni questione di prezzo. E, se ci pensiamo, vediamo anche che sono proprio quei grandi centri commerciali che hanno fatto chiudere i negozi nei nostri paesi. Abbiamo fatto del consumismo una divinità, anche quando i primi segnali di poca sostenibilità iniziavano ad arrivare. Ora questi luoghi appaiono per quel che sono: irreali, alienanti, inutili, perché sono lontani e perché con una pandemia in corso non è proprio il massimo andare in posti con un casino di gente. La città di domani dovrebbe tenerne conto, e far tornare a vivere le attività commerciali nei comuni, nei rioni, nelle frazioni è segno di lungimiranza e di umanità, di nuova economia. Di incontro e di solidarietà, di innovazione e di qualità della vita.

Città viva (Foto di Simone De Clementi)

Lo stesso discorso vale per i servizi. Chiusi molti uffici postali, ci sono pochi studi medici (pochi dottori per scelta e diciamolo, sbagliata, grazie al numero chiuso), uffici pubblici ridotti e spesso decentrati.  E molto altro, basta metterci la testa. Può essere tutto informatizzato? Direi di no. Con i servizi educativi, con i servizi alla persona e con i servizi pubblici non si risparmia, si investe. Si investe bene, ovvio. Ma si investe. Ricordiamoci di chi ha chiuso ospedali, ambulatori, uffici. Ricordiamoci di chi ha diminuito i mezzi pubblici. Di chi ha chiuso scuole, asili, centri ricreativi. Tutto in nome dell’ottimizzazione, del risparmio. In realtà hanno fatto tagli senza senso che hanno peggiorato la nostra vita, perché gli sprechi, diciamolo, erano proprio da altre parti. Ospedali senza posti letto, forze dell’ordine senza benzina e mezzi, comuni spesso sotto organico e con uffici obsoleti, strade e ferrovie inadeguate, meno servizi. E tasse sempre e comunque più alte. Qualcosa da ripensare forse l’abbiamo.

Vogliamo parlare poi della scuola, di ogni ordine e grado, maltrattata, violentata, ridotta al silenzio? I bravi docenti non bastano perché non hanno gli strumenti, spesso quelli essenziali. Molte scuole sono vecchie, inadeguate. I programmi certamente lo sono. Il rispetto dei ruoli, fondamentale per ogni agenzia educativa, perso. Poca meritocrazia, tanta approssimazione. Anche a livello universitario, il più alto grado d’istruzione del nostro Paese. Tanta fuffa, più laureati ma nella maggior parte dei casi di livello inferiore, con meno qualità. Le tesi della triennale sono spesso una vergogna, una mancanza di rispetto verso i candidati, verso la loro intelligenza. È lo specchio del Paese, meno qualità da un lato, più approssimazione dall’altro. E questo in ogni campo: nella politica, nazionale, regionale, comunale in ogni schieramento; nelle professioni, nelle arti e nei mestieri. Nella scienza, nella medicina, nella formazione.

Il lavoro poi. Più che diffondere benessere, crescita personale, merito si ha il coraggio di proporre ancora il sacrificio come valore, la quantità al posto della qualità, l’adulazione dei superiori al posto della meritocrazia, il potere personale al posto di un’ organizzazione razionale. In qualunque realtà ciò che conta sono la relazione, la fiducia e l’armonia. Queste cose sono alla base di ogni successo, di ogni capacità di competere lealmente sul mercato. Il lavoro è la via che deve garantire non soltanto sussistenza ma anche dignità a una persona. Dunque va pagato. E chi lavora meglio va pagato di più, garantendo un minimo a tutti. Le aziende che hanno innovato, premiato, trattato bene e scelto con oculatezza il personale sono vive, sono sul mercato. Le altre sono fallite o falliranno, e francamente non è una disgrazia.

E, non da ultimo, ci sono i valori che si trasmettono concretamente con i messaggi che diamo e con i comportamenti che mettiamo in essere. Quali sono i valori che potrebbero servirci, passata l’emergenza? Certamente una competizione virtuosa, volta alla collaborazione più che all’eliminazione dell’altro. Una gara per permettere a ciascuno di esprimere il suo talento, il suo lato migliore, ma con la volontà di condividere il sapere e le buone pratiche. Poi solidarietà e attenzione alla qualità della nostra vita e all’ambiente più che al solo profitto: utile certo, ma non come ragione di vita. Ci sono molti modi di essere ricchi e forse non ce ne rendiamo conto. Ancora giustizia, che è un equilibrio virtuoso tra il rigore e la misericordia. Poi bellezza e cultura, perché è con quelle che nel passato il nostro Paese ha conosciuto i suoi momenti più importanti, sereni, creativi. E innovazione e memoria, unite, perché abbiamo bisogno di collaborazione, di energia e freschezza ma anche di riflessione ed esperienza. Abbiamo bisogno di un patto generazionale perché questo è stato alla base di ogni grande civiltà, delle convivenze umane felici, feconde: la coesione e l’ascolto, la collaborazione tra le generazioni. Con una convinzione precisa: nessuno si salva da solo.

È da questa visione che dipenderà il nostro esserci, quello dei nostri figli, delle generazioni future. È dalle scelte concrete che faremo, figlie di questa visione, che dipenderà la qualità della vita, nostra e di tutti gli esseri viventi su questo meraviglioso pianeta. Intuirlo è fantastico, iniziare a pensarci insieme e agire è sacro.

Simone De Clementi

C’è un altro modo di vedere le cose

“Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent’anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso” 

(T. Colin Campbell)

“Non è facile percorrere strade nuove. Devi essere un esploratore. Ma quando qualcuno ha trovato una via e aperto una strada, allora dipende tutto da te. Da come scegli”

(Simone De Clementi)

Una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro le malattie. C’è scritto su The China Study. C’è scritto nella tradizione medica ippocratica, nei testi ayurvedici, in quelli di Medicina tradizionale cinese. C’è scritto in svariate ricerche “scientifiche” occidentali. Non è vero insomma che per stare meglio dobbiamo aumentare la spesa di farmaci. Non è vero che dobbiamo spendere molto in diagnostica. Si può costruire un modello medico basato sulla prevenzione, sulla buona alimentazione e sulla promozione della salute. Costa meno, è più efficace e combatte le principali patologie del nostro tempo.  Però non conviene. Si tratta di un modello tanto semplice quanto scomodo. È un modello combattuto dalla nostra società in cui domina la disinformazione.

Forse è proprio perché mi definisco formatore che non ci sto. Perché formare è dare la possibilità di vedere le cose in un altro modo. Perché formare, in fondo, è provare a svegliare le coscienze dal sonno, dal dogma, dallo status quo. Dal conformismo e dal “si dice” che occupa la nostra vita.

Senza diventare oracolo, santone. Senza costringere nessuno. Soltanto facendo circolare idee, ragionamenti. Vie alternative. Per crescere, insieme. Per far vedere che nulla di ciò che facciamo è eterno e indiscutibile. In fondo, gli stessi principi che hanno permesso alla scienza di progredire. Fra ostacoli e resistenze.

La posta in gioco è alta: c’è chi ci vuol far credere che il progresso nel campo della salute passa attraverso spese sempre più alte, tecnologia più costosa, farmaci innovativi. Questo modello è diabolico e insostenibile oltre che falso. C’è un modo di vedere le cose diverso: il progresso nel campo della salute passa attraverso una sana alimentazione, il rispetto dell’ambiente, la ricerca delle grandi potenzialità curative presenti in Natura. Con un po’ d’innovazione, meno spese e più efficacia. E con la diffusione di corretti stili di vita. Governi, industria, scienza, medicina… un intreccio di interessi spesso indistinguibile, dove non si sa se si lavora per perseguire il profitto o promuovere la salute. Oggi non possiamo permettercelo più. Perché è immorale, perché non è economico.

Formare è dunque il primo passo. Far circolare idee. Condotte. Stili sani di vita. Per non vivere addormentati. Per evitare

"Bambino Vitruviano" (foto di Elisabetta Arici)

“Bambino Vitruviano”
(foto di Elisabetta Arici)

la beffa di donare i soldi per la ricerca o pagare una assistenza a malattie che potrebbero essere tranquillamente evitate.

Simone De Clementi

 

Quel mutamento epocale che chiamiamo crisi

“La crisi presente, perciò, non è solo una crisi di individui, di governi o di istituzioni sociali, ma è una transizione di dimensioni planetarie. Come individui, come società, come civiltà e come ecosistema planetario, stiamo raggiungendo il punto di svolta.  Trasformazioni culturali di questa grandezza e profondità non possono essere impedite. Non ci si dovrebbe opporre ad esse, ma, al contrario, le si dovrebbe accogliere di buon grado come l’unica possibilità di sottrarsi all’angoscia, al collasso o alla mummificazione. Ciò di cui abbiamo bisogno, per prepararci alla grande transizione nella quale stiamo per entrare, è un profondo riesame dei principali presupposti e valori della nostra cultura, un rifiuto di quei modelli concettuali che sono sopravvisuti alla loro utilità, e un nuovo riconoscimento di alcuni fra i valori  che abbiamo abbandonato in periodi precedenti della nostra storia culturale. Un mutamento così profondo nella mentalità della cultura occidentale dev’essere accompagnato naturalmente da una profonda modificazione della maggior parte dei rapporti sociali e delle forme di organizzazione sociale: da mutamenti che vadano molto oltre le misure superficiali di riaggiustamento economico e politico che vengono presi in considerazione dai capi politici di oggi.

(Fritjof Capra, da “Il punto di svolta”, 1982)

Dobbiamo pensare il cambiamento in termini epocali: è questo che intende suggerirci nella frase sopra riportata  Fritjof Capra (Vienna, 1939), fisico e pensatore “olistico” . Siamo di fronte a un punto di svolta, dove le soluzioni ordinarie sono un semplice placebo. Occorre mutare visuale, prendere consapevolezza che di fronte a noi sta una nuova era: il nostro compito è allora quello di immaginare una fase di rinascita sociale e culturale, un nuovo modello di civiltà. La scommessa è quella di rendere la transizione indolore e partecipata. Non è questione di tasse, balzelli, leggi elettorali… si tratta di una transizione ben più profonda: prima ce ne rendiamo conto, meglio è.

Simone De Clementi

“Per un nuovo sapere”