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Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

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Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

C’è un altro modo di vedere le cose

“Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent’anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso” 

(T. Colin Campbell)

“Non è facile percorrere strade nuove. Devi essere un esploratore. Ma quando qualcuno ha trovato una via e aperto una strada, allora dipende tutto da te. Da come scegli”

(Simone De Clementi)

Una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro le malattie. C’è scritto su The China Study. C’è scritto nella tradizione medica ippocratica, nei testi ayurvedici, in quelli di Medicina tradizionale cinese. C’è scritto in svariate ricerche “scientifiche” occidentali. Non è vero insomma che per stare meglio dobbiamo aumentare la spesa di farmaci. Non è vero che dobbiamo spendere molto in diagnostica. Si può costruire un modello medico basato sulla prevenzione, sulla buona alimentazione e sulla promozione della salute. Costa meno, è più efficace e combatte le principali patologie del nostro tempo.  Però non conviene. Si tratta di un modello tanto semplice quanto scomodo. È un modello combattuto dalla nostra società in cui domina la disinformazione.

Forse è proprio perché mi definisco formatore che non ci sto. Perché formare è dare la possibilità di vedere le cose in un altro modo. Perché formare, in fondo, è provare a svegliare le coscienze dal sonno, dal dogma, dallo status quo. Dal conformismo e dal “si dice” che occupa la nostra vita.

Senza diventare oracolo, santone. Senza costringere nessuno. Soltanto facendo circolare idee, ragionamenti. Vie alternative. Per crescere, insieme. Per far vedere che nulla di ciò che facciamo è eterno e indiscutibile. In fondo, gli stessi principi che hanno permesso alla scienza di progredire. Fra ostacoli e resistenze.

La posta in gioco è alta: c’è chi ci vuol far credere che il progresso nel campo della salute passa attraverso spese sempre più alte, tecnologia più costosa, farmaci innovativi. Questo modello è diabolico e insostenibile oltre che falso. C’è un modo di vedere le cose diverso: il progresso nel campo della salute passa attraverso una sana alimentazione, il rispetto dell’ambiente, la ricerca delle grandi potenzialità curative presenti in Natura. Con un po’ d’innovazione, meno spese e più efficacia. E con la diffusione di corretti stili di vita. Governi, industria, scienza, medicina… un intreccio di interessi spesso indistinguibile, dove non si sa se si lavora per perseguire il profitto o promuovere la salute. Oggi non possiamo permettercelo più. Perché è immorale, perché non è economico.

Formare è dunque il primo passo. Far circolare idee. Condotte. Stili sani di vita. Per non vivere addormentati. Per evitare

"Bambino Vitruviano" (foto di Elisabetta Arici)

“Bambino Vitruviano”
(foto di Elisabetta Arici)

la beffa di donare i soldi per la ricerca o pagare una assistenza a malattie che potrebbero essere tranquillamente evitate.

Simone De Clementi

 

Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

Per una nuova cultura del lavoro

“Un capo è un uomo che ha bisogno degli altri” 

(Paul Valéry)

 

Lavorare meglio? Si può, soprattutto nel nostro Paese.  Ma che significa lavorare meglio?

Efficienza, efficacia, qualità. Ma anche attenzione alla sicurezza e meno stress lavorativo per i dipendenti. Certo, perché lavorare non significa per forza soffrire.  Anzi, dove il ben – essere organizzativo è più alto, dove c’è più attenzione ai dipendenti, dove il clima lavorativo è più collaborativo e disteso, i risultati sono migliori. E di tanto, sia in termini di fatturato e produzione, sia in termini di soddisfazione dei clienti.

Ma quali sono le cause allora della mancata applicazione di politiche aziendali virtuose capaci di migliorare la situazione? Beh, non c’è da crederci: la causa principale di stress sul posto di lavoro sono i “Bad Boss”, i cattivi capi. Il luogo comune che vede i dipendenti come causa dei mali aziendali deve essere criticamente rivisto. Più vero il detto che il pesce puzza dalla testa.

Se si lavora male, con poca soddisfazione e con scarsi risultati dobbiamo dunque guardare innanzitutto ai vertici. Dalla Pubblica amministrazione alla scuola; dalle aziende agli ospedali; dai trasporti ad alberghi e ristoranti. Per non parlare di partiti politici e sindacati, di associazioni e fondazioni, di banche e Associazioni di categoria. Dobbiamo proteggere le aziende e le persone dai cattivi capi.

Gli studi nel settore riportano che nel 1998 gli impiegati maltrattati negli Stati Uniti almeno una volta alla settimana erano il 20%, nel 2005 il 48%. Nel nostro Paese ultra sindacalizzato questi studi sono assai rari. Ma la percentuale sembra essere molto più alta, in tutti i settori.

In Italia il profilo del cattivo capo coincide con quello dell’egocentrico dispotico (comando e controllo) che tratta tutti come bambini stupidi e non favorisce la crescita aziendale. Molto spesso, per altro, questo capo è solo apparentemente capace. C’era da aspettarselo: dopotutto i dati sulla chiusura delle aziende dovranno pur dire qualcosa. Il profilo comprende politici che desiderano sottoposti e che spesso “si fanno le leggi”; amministrativi e manager duri, che spremono il personale per sentirsi forti.

A nessuno viene in mente di immaginare un luogo di lavoro sereno, capace di valorizzare e coinvolgere i lavoratori . Un luogo di lavoro dove il personale si senta parte di un progetto. Mentire, manipolare, non coinvolgere, non saper delegare, non saper chiedere scusa, non lodare mai è molto più semplice.

Ma è anche la strada che porta alla rovina.

Simone De Clementi

"Relax a prua"

“Relax a prua”

Lavoro e sorriso

“Se io ci tengo a fare qualcosa

non lo chiamo lavoro”

Si lavora per i soldi, ma non solo. Non è retorica. Oggi poi, che ti pagano anche poco è ancora più vero.  Si lavora per la soddisfazione di veder costruito qualcosa, si lavora perchè si vuole dare il proprio contributo a un progetto, a una azienda, a un gruppo. Si lavora per sentirsi dire “bravo!” e per vedere riconosciuti il proprio ingegno, la propria costanza, la propria fatica.  Si lavora per incontrare persone da cui apprendere e a cui insegnare. Si lavora per appartenenza a un gruppo e, perchè no, per stare insieme. Non bisogna aver studiato in una Business School per sapere che un luogo di lavoro attento al personale, con buone relazioni, rilassato è più competitivo, sicuro e vincente. Eppure… molto spesso trionfa l’idea dell’incazzatura sul lavoro. Si mettono sotto pressione per nulla i lavoratori, il management. Si vive sempre in un clima di emergenza, di sospetto, di  difficoltà.  In buona parola si mettono le basi per il burn out, i cambiamenti di azienda, il rancore, la scarsca comunicazione. Qui inizia il fallimento, qui stanno le difficoltà di molte aziende. In fondo bei casi di suicidio economico.  proviamo a sviluppare il benessere aziendale. Proviamo a trovare processi trasparenti di incentivazione. proviamo a premiare il merito. Proviamo a investire in servizi per lavoratori e a farli stare bene, fisicamente e psicologicamente. Proviamo a ridurre le tensioni… Proviamo… Scopriremmo che i mercati non fanno poi così paura.