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L’Inattualità della domanda

La nostra pedagogia consiste nel riversare sui fanciulli risposte senza che essi abbiano posto domande, e alle domande che pongono non si dà ascolto

(Karl Popper)

“Domandare significa aprire una finestra su un mondo mai visto”

(Simone De Clementi)

In un’epoca dove tutti hanno risposte, voglio affermare il primato della domanda. È la domanda che fa salire, che ci permette di evolvere. È la domanda che ci mette in gioco, ci conduce alla riflessione, ci guida alle vette della conoscenza. Il motivo è semplice: attraverso una riflessione individuale, la domanda ci conduce a vedere nelle situazioni qualcosa che ancora non riusciamo a vedere, a sentire, a descrivere. La domanda crea mondi. Apre orizzonti e possibilità. Certo, domandare non significa mettere un punto interrogativo a caso. Una vera domanda ha una sua qualità. Lo si capisce dall’abisso che si spalanca davanti a chi chiede: davvero non sa, non ha risposte preparate o idee da confermare. Si butta, interroga fiducioso. Altro non sa.

Nelle domande spesso diciamo molto di noi. Suggeriamo risposte, cerchiamo conferme, vogliamo validare modelli e teorie. Narriamo i nostri giudizi. Semplicemente si fanno domande per raccontare qualcosa che si sa, per affermare il nostro sapere. Queste sono domande di bassa qualità. Altre volte, in tutti i campi, si fanno domande retoriche. Finte domande, per affermare il nostro Ego, il nostro credo.

La caratteristica fondamentale della vera domanda è che apre. La vera domanda è una apertura sul mondo, un intraprendere un viaggio senza sapere le tappe, gli orari, il programma. È una curiosità, una ricerca di nuove vie, di nuove mappe. È una dichiarazione onesta di non sapere che cerca dei dove, dei come, dei perché.  La vera domanda è un affidarsi all’Universo come un trapezista si affida alla sua arte, spiccando un salto senza aver sotto una rete. C’è preparazione nella domanda, c’è pratica. C’è un atteggiamento consapevole di abbandono che si può raggiungere solo dopo aver lavorato molto su di sé.

La vera domanda va oltre la persona, va oltre l’individuo perché interessa in fondo tutti noi. È universale, non biografica ed è pertanto generosa. Il suo fine è quello di trovare, ma non esige una risposta immediata. Essa è una richiesta carica di sentimento e di passione. Esiste una educazione alla domanda che deve essere riscoperta e divulgata. Innanzitutto a chi educa, a chi forma, a chi si prende cura, a qualunque titolo, di un’altra persona. L’educazione alla domanda è un atto di amore che spinge l’altro a battere nuove vie, a trovare risposte nuove. Verifica non tanto l’intelligenza o il sapere, ma la capacità di rimetterli in gioco. Insegna la pazienza di restare nelle domande, senza fretta, con amore, prendendo tutto il tempo che serve per trovare risposte adeguate. E, trovata la risposta, bisogna saper rinnovare la domanda.

La domanda è inattuale perché non si conforma al pensiero comune. È inattuale perché indaga ciò che molti danno per scontato. È inattuale perché sfida il concetto di utile, certo, provato per ampliare i confini del sapere. È inattuale perché non ama le ricette già pronte, le soluzioni di altri ma esige la nostra disciplina. È inattuale ancora perché sa essere impertinente, impopolare, eccentrica perché cerca la verità, non il consenso.

Educare alla domanda significa innanzitutto educarsi alla domanda. Più che ogni altro insegnamento, in questo non si può bluffare. L’educazione alla domanda è uno stile di vita, un habitus, non una formula da ripetere. È uno stile che diventa carne, sangue, gesto.

Se ogni giorno avesse la sua domanda, come sarebbe più ricca la nostra vita.

(Simone De Clementi)

"Che cosa chiedi al sole?" (Foto di Simone De Clementi)

“Che cosa chiedi al sole?”
(Foto di Simone De Clementi)

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FORMAZIONE POWER POINT

      “La società di massa non vuole cultura, ma svago”
(Hannah Arendt)

“There are no slides, so you’ll just have to be content with me”  

(Simone De Clementi)

Sono turbato. Ogni volta che faccio lezione e organizzo un corso, un convegno, arriva sempre qualcuno e mi fa la solita domanda: “ci fa avere le slide?” Annuisco, ormai rassegnato e provo a chiedere se interessa anche la bibliografia.

Disarmante la risposta: “Beh, si, eventualmente … ma non è importante, e metta pochi titoli … sa, non c’è tempo …”

Slide significa letteralmente “diapositiva”. Una immagine, veloce, per fissare concetti. In chi ascolta, certo. Ma soprattutto in chi deve esporre. Già, perché se siamo sinceri, le slide servono più a chi deve fare una lezione, una presentazione, non a chi ascolta. Sono dei pro memoria, dei post it concettuali che ci permettono di non perdere il filo logico, di scandire il nostro incontro.

Non sono, e non possono essere, fonte piena di conoscenza. La conoscenza, l’approfondimento, lo scambio stanno nello spazio/tempo d’aula, nell’incontro tra pensieri, esperienze, visioni del mondo. La slide è un mezzo. Può giusto servire per ripassare, per ricordare l’incontro in aula, magari per fissare nella memoria concetti ascoltati o appresi da un testo. Ma niente più.

Eppure oggi le slide imperano. Comandano lezioni universitarie, Master, convegni scientifici. Si fa a gara a chi stupisce di più, a chi usa la grafica più bizzarra, colorata e originale. Diciamoci la verità: ci stiamo concentrando sulla confezione, sul pacchetto. Il contenuto è spesso scontato, già sentito, addirittura poco chiaro o incoerente. E ci si giustifica sempre dicendo che è difficile concentrare un discorso in una slide. Troppo facile, troppo comoda la scusa. A volte accade anche l’irreparabile: oltre a non aver contenuti interessanti, chi parla non ha nemmeno un po’ di gusto, qualche minima nozione di grafica. E son dolori. Di slide forse si può non morire, ma certamente ci si può addormentare, tediare. A quanta violenza inutile sottoponiamo colleghi e studenti, lavoratori e manager.

Quale riflessione per chi educa, per chi fa formazione? Mi permetto di fare qualche osservazione. La prima: è pur vero che siamo nella società dell’immagine e che le slide, come filmati e fotografie, possono servire per chiarire, per fissare l’attenzione. Utile. A patto che esista un contenuto, che ci sia qualcosa da dire. In pratica la slide ci pone una sfida ulteriore, non ci semplifica la vita. La sfida è che dobbiamo trovare sempre qualcosa di nuovo, di innovativo, di inesplorato da portare all’attenzione. Non possiamo fare come per la raccolta differenziata: riciclare contenuti in contenitori diversi non è virtuoso. Meglio trovare forme differenti per proporre lo stesso contenuto, con varianti anche didattiche. Cambiare lo sfondo delle slide non significa però fare ciò.

Seconda osservazione. Non possiamo confondere le slide con un libro, con un video, con una dispensa, con una lezione. Per loro natura le slide semplificano. E il sapere, quello vero e critico, non quello appiccicaticcio, è complesso, intrecciato, problematico. La sfida che abbiamo di fronte è quella di insegnare un sapere critico, un metodo di lettura che sappia affrontare la complessità e la multidisciplinarietà prima dei singoli saperi, delle singole ricerche. Insomma, prima delle slide occorre insegnare a ricomporre il sapere, ad abitarlo, a sapere che oltre la slide c’è un oltre. Metaforicamente la slide è come la mappa di un territorio. Semplificata, in scala, senza dettagli, senza collegamenti, parziale. Il territorio è altro.

Terza osservazione. La contaminazione dei saperi deve portarci a migliorare sempre l’offerta, la qualità. Se slide devono essere, almeno applichiamoci, impariamo a farle. Possibilmente non seguendo i modelli standard, ma mettendoci il nostro stile, la nostra estetica, il nostro pensiero. Le nostre scelte di che cosa dire e che cosa non dire. E come. Impariamo quali sono gli elementi che visivamente disturbano, poi quelli che facilitano. Impariamo come lavora il nostro occhio, il nostro cervello. Quanto grande possiamo vedere. A che distanza. Come percepiamo i colori. Il tema della visione non è affatto scontato, né secondario.

Per concludere, vorrei invitare al coraggio. Coraggio di dire che le slide, pur belle, non sono l’essenziale. Coraggio di dire che per conoscere bisogna comunque applicarsi e, a volte, far fatica pur avendo a disposizione importanti supporti tecnologici.

Non confondiamo sostanza e accidente: Aristotele, in una slide, ce l’avrebbe insegnato …

Simone De Clementi

"Prova a gettare un sasso"  Foto di Elisabetta Arici

“Prova a gettare un sasso”
Foto di Elisabetta Arici

La conoscenza ai tempi di Google

“Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà mai porne uno”

(Albert Einstein)

Un click. Un lieve, veloce click sulla tastiera e l’informazione, la notizia, la nozione, la curiosità è lì, a portata di mano.

Ma è vera conoscenza? Mai prima d’ora nella storia avevamo avuto la possibilità di accumulare così tante informazioni in poco tempo. Possiamo sapere il nome di una capitale lontana, possiamo conoscere la data esatta di una battaglia, le mosse strategiche, i nomi dei protagonisti, vincitori e vinti. Abbiamo la possibilità di trovare al volo le caratteristiche principali di un sistema filosofico. Possiamo conoscere la diagnosi, i sintomi e la prognosi di una malattia. E possiamo sapere anche dove viene curata meglio, e con quali tecniche. Possiamo tradurre da una lingua all’altra senza sforzo.

Ci sembra di poter conoscere davvero tutto, Google e gli altri motori di ricerca sono come oracoli. Rispondono, sempre, in breve tempo e quasi senza ambiguità. Son risposte a portata di mano. Certe, o così sembrano, e non richiedono fatica. Niente ricerche tra libri polverosi, niente viaggi alla ricerca del sapere. La risposta è lì, possiamo anche stamparcene una copia …

Ma è vero che conosciamo di più? Si, forse … anzi no. Dobbiamo intenderci su che cosa intendiamo per conoscenza. Per me conoscenza è la capacità di far sintesi tra i saperi, di coniugare teoria e pratica, di mettere in discussione, falsificando, ciò che sembra certo e scontato. La conoscenza è creatività e rigore, è comprensione profonda dell’essere delle cose. E’ abitare concetti e modelli con la sensibilità.

Se questo è l’orizzonte, allora urge una riflessione anche su come trasmettiamo la conoscenza, su come la condividiamo. Quanto antica e inappropriata appare oggi la scuola! Non è una questione (solo) di programmi, ma di senso. E di metodo. Come dobbiamo apparire superati noi docenti, noi insegnanti ai nostri alunni. Non sappiamo tutte le risposte subito, ad ogni loro domanda: l’oracolo si. Non possiamo spiegare in modo sintetico e analitico a un tempo: l’oracolo, tramite l’ipertesto si. non possiamo essere precisi su tutti gli argomenti, padroneggiarli tutti con la stessa precisione e lo stesso rigore: l’oracolo può. Non possiamo accrescere a dismisura le nostre informazioni, i particolari, i dettagli: anche questo l’oracolo può farlo.

Il fatto è che noi dobbiamo spostare il tiro. E dedicarci a fare ciò che nessun motore di ricerca potrà mai fare. Secondo me, dobbiamo educare al senso, dobbiamo insegnare a far le domande giuste, dobbiamo insegnare a dubitare, perfino dei nostri insegnamenti. Dobbiamo insegnare un sapere di cuore e di testa, dobbiamo insegnare a riconoscere l’errore e ad ammettere i propri limiti. Dobbiamo, secondo me, promuovere un sapere collaborativo, non competitivo. Dobbiamo provare ad essere un modello coerente, pur nelle nostre contraddizioni. Dobbiamo infine aiutare a far crescere ciò che c’è e educare alla responsabilità. Questo  nessun oracolo potrà mai farlo …

"Torre sull'acqua" foto di Elisabetta Arici

“Torre sull’acqua”
foto di Elisabetta Arici