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Il Rinascimento parte dalle amministrative


“I cattivi amministratori sono eletti dai bravi cittadini che non vanno a votare”

(George Jean Nathan) 

 

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

(Italo Calvino)

Il prossimo maggio nel nostro Paese si voterà in oltre 4 mila Comuni. Per rinnovare gli organi di governo eletti nel 2009, ma anche per rieleggere gli amministratori in più di 100 comuni commissariati. Così vanno le cose. Nulla di speciale, in apparenza. Ma se guardiamo più in profondità credo si tratti di un momento di una importanza straordinaria. Perché, a mio modesto avviso, l’Italia del futuro parte da qui. Dai Comuni e da un contesto sociale delicato, segnato da una crisi strutturale di un sistema socio-economico e valoriale e dalla difficoltà dei “partiti storici” a dare risposte credibili dentro le istituzioni.

Il rischio, in questo periodo, è quello di avere amministrazioni locali ingovernabili, o per incapacità o per frammentazione del voto, situazioni in cui non si sarà capaci di dare risposte concrete ai molti problemi che incombono. Ecco perché credo che in questo momento sia essenziale tornare a una vera politica, soprattutto a livello locale, capace di dialogare con la comunità, con i territori nella loro complessità.

E’ tempo di scegliere le energie migliori, non di mettere in lista i “signori dei voti” o chi è garantito da un partito. E’ tempo di innovare, di trovare sentieri nuovi, nel bilancio, nell’assistenza, nei lavori pubblici, nella cultura. E nell’organizzazione della macchina amministrativa.

Occorre innanzitutto un richiamo ai valori della solidarietà in un momento in cui le ideologie sono in crisi, le strutture di partito in movimento e le risorse economiche scarseggiano. Non dobbiamo permettere che il declino dei partiti porti con sé il declino della politica: sarebbe la fine. Il colpo mortale ai nostri delicati equilibri. Si tratta piuttosto di ridare centralità ai grandi obiettivi, alla buona amministrazione, all’attenzione verso tutti i cittadini. Si tratta di immaginare il futuro, scardinando alcune distorsioni del passato. Si tratta di recuperare un modello di partecipazione e di cittadinanza attiva capace di  superare la tendenza al disimpegno politico.

Per questo credo nel civismo, nelle liste civiche, nelle contaminazioni. A livello locale non è l’ideologia che conta ma contano piuttosto le idee e le persone. Abbattiamo gli steccati dell’appartenenza; lasciamoci alle spalle la logica delle tessere. E’ tempo di costruire ponti, di tessere relazioni tra le intelligenze e le passioni.

Ripartire si può. Dalle nostre città. Dai Sindaci, dalle giunte. Da cittadini, propositivi, non da arrabbiati capaci solo di dire di no.

                                                                                                                                                        Simone De Clementi

"Sotto la stessa bandiera" (foto di Elisabetta Arici)

“Sotto la stessa bandiera”
(foto di Elisabetta Arici)

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Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

Quel male chiamato mediocrità

“I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. La mente mediocre è incapace di comprendere l’uomo che rifiuta d’inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà”

(Albert Einstein)

“Penso in tutta onestà che la mediocrità rappresenti uno dei mali più profondi del nostro Paese. Un mediocre dopotutto è assai funzionale al potere”

(Simone De Clementi)

 

Chiarisco subito. Non sto scrivendo dell’ “Aurea mediocritas”, l’ottimale moderazione  tanto cara ad Orazio. Tutt’altro. Mi riferisco in queste righe alla mediocrità intesa come pochezza, non eccellenza, limitazione. Quella mediocrità che oggi fa far carriera.

Se siamo un Paese alla deriva, lo dobbiamo penso anche se non soprattutto al meccanismo perverso che troppo spesso scatta nella scelta dei collaboratori, dei responsabili, dei portavoce, di molte persone che a differenti livelli sono i fedelissimi di politici, manager, sindacalisti, professori, amministratori. Chi è a livello superiore sceglie spesso rappresentanti territoriali e collaboratori che non pongono problemi: fedeli più che preparati, conniventi più che critici, propensi alla carriera più che al servizio.

Succede nella politica, dove i parlamentari impongono a livello regionale, provinciale e nelle città persone il più delle volte abili a controllare il partito, a reclutare gli iscritti più che propense ad innovare e a mettere in discussione le scelte fatte in piccoli circoli. In politica, oggi, chi ha qualcosa di diverso da dire infastidisce. Non risponde alla logica della catena di comando, non è fedele. Meglio liberarsene prima che minacci lo status quo.

Così è nell’impresa. L’uomo mediocre teme sempre i cambiamenti, trova sicurezza solo nella fedeltà al capo ed ha un timore quasi morboso del nuovo. Per lui nulla è più penoso di una nuova idea. E per questo molte aziende sono incapaci di innovare, proprio perché i capi hanno intorno a sé replicanti, non collaboratori all’altezza.

Nel sindacato si raggiunge il grottesco. La carriera è legata a privilegi sul posto di lavoro. I più votati sono il più delle volte quelli che per interessi personali, prima che per interessi collettivi, mettono il loro tempo a disposizione. Ed anche qui la carriera ai livelli più alti è data da un mix di incapacità e di volontà di non contraddire chi sta più in alto. Il ruolo diventa quasi una medaglia da esibire. Dei colleghi, dei lavoratori spesso non ci si interessa per nulla. L’importante è far finta, fare teatrini. Tanto è vero che sulle minuzie si insiste, si va avanti con le rivendicazioni. Ma non appena le cose si fanno serie, c’è la fuga. La connivenza. La solidarietà falsa, colpevole.

Anche nell’università e nella ricerca è entrata da tempo la mediocrità. Sotto la forma dell’omologazione. Ricercatori e assistenti devono troppo frequentemente la loro fortuna alla ripetizione dei modelli dei baroni, alla ridondanza di contenuti. Vi sono pubblicazioni che suffragano le tesi dei maestri. Tutte volte a dimostrare la bontà di una scuola, di una persona, di una metodologia. Raramente qualcuno viene premiato per aver scovato modelli alternativi. Il maestro sarà sempre, in questa situazione, più bravo dell’allievo. Se li sceglie apposta meno dotati di talento, per non correre rischi. L’unico rischio è quello dell’inesorabile caduta della qualità, ma non sembra interessare un granché.

Nell’amministrazione pubblica infine troviamo i segni più inquietanti della decadenza. Sindaci ed assessori a volte improvvisati, dirigenti e dipendenti poco motivati e sempre più inappropriati. Non sono formati, non hanno la possibilità né la volontà di adottare le migliori prassi. Basterebbe copiare quello che fanno i migliori. Ma non è così. C’è chi ancora non sa usare un computer. C’è chi crede di poter fare ogni cosa, senza dar conto a nessuno. C’è chi ha fa del pregiudizio la sua ragione d’essere, e non ascolta.

Troppo spesso la mediocrità è un tappo per chi vorrebbe fare, per chi vorrebbe provare a cambiare. Vi sono poche speranze per noi finché non diverremo abbastanza maturi da liberarci dalle pastoie della mediocrità intesa nel suo significato peggiore. È la struttura stessa del mondo attuale che non ci permette questo lusso: una nazione o una civiltà che continua a produrre uomini e donne mediocri, a lunga scadenza, guadagna la propria morte materiale e spirituale.

Dobbiamo cambiare. Vorrei gente scomoda capace di sbagliare con originalità. Meglio dell’imbarazzante immobilismo di chi presidia una posizione in modo inadeguato, senza merito. Di chi fa errori funzionali a un sistema finito, errori che non verranno mai sanzionati.

Simone De Clementi

eyes

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La cultura violata

“Cultura non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto”

(Fernando Pessoa)

 Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”

(dal Vangelo di Giovanni)

 

Con la cultura non si mangia.  E’ questa la frase che in molti oggi, soprattutto ricordando il tempo di crisi, amano ripetere. Imprenditori, politici, Manager rampanti. Perfino giornalisti e pseudo intellettuali d’apparato. Ciascuno con sfumature diverse ma tutti uguali nella sostanza.  Meglio dedicarsi al lavoro, meglio fare, operare, rimboccarsi le maniche, dicono, con disinvoltura e senza pudore.  E si tagliano risorse alla scuola, alla formazione, alla ricerca, alle arti e alle scienze. Si violenta la cultura.

In poche parole stiamo accelerando il nostro declino e la nostra stessa ragion d’essere. Già, perché l’arretratezza dell’Italia è in realtà legata all’assenza di adeguati livelli di istruzione e cultura, in ogni campo. Che fare? Beh, innanzitutto affermare che con la cultura si mangia, eccome. Dunque è ragionevole investirci, pensarla, diffonderla. Nelle aziende come negli Enti Locali, in politica, negli ospedali, nelle scuole. Nella Chiesa e nello stato, nella società. Alla faccia di questi “nuovi guru” dei tagli indiscriminati. Vorrei per una volta chiamarli con il loro nome: ladri di futuro.

Perché allora tanto disprezzo per la cultura? Credo che fondamentalmente i motivi siano due. Il primo è che dietro alle apparenze, alle citazioni, ai vestiti e ai titoli il livello culturale è sceso di molto. Tra i comuni cittadini, ma anche tra i professionisti, siano essi medici, avvocati o architetti. Tra i politici, sia nei comuni sia in Parlamento. Tra i cosiddetti tecnici, dai segretari comunali al middle management. Tra professori e maestri.

Questa situazione è dovuta alla scarsa attenzione data alla scuola ed alla Università in questi anni, alla devastazione portata a livello di Formazione continua e professionale. Aziende e Comuni hanno tagliato nei bilanci come prima voce proprio la Formazione e di conseguenza, senza aggiornamento, in una società sempre più complessa e competitiva, hanno di fatto affossato la motivazione dei dipendenti e la qualità dei prodotti e dei servizi erogati. In più lo svago ha preso il posto della cultura. Si legge poco, si va poco al cinema, a teatro, ad ascoltare musica. Conferenze, incontri culturali ed esposizioni non attirano. Attira l’urlato, l’ovvio, lo smodato, il volgare.

Perfino i Centri di studio e ricerca sono in difficoltà. Se la nostra classe politica avesse più coscienza, studierebbe di più. E invece no, mentre i ricercatori mettono in guardia dai problemi che può riservarci il futuro, in vari settori, la nostra politica si affanna sul presente, anzi su quegli aspetti del presente più marginali, ideologici, perfino superati. Ma cosa aspettarci dagli attuali politici? Sanno soltanto fare del calcolo la loro soluzione, sono millantatori di sapere. Sotto il vestito, nulla.

Il secondo motivo è più sottile e perfido. In fondo è più semplice governare un popolo poco attento, poco colto, poco informato. Ecco, è proprio a questo che noi dobbiamo ribellarci. Siamo fatti per essere liberi, non schiavi. E oggi siamo schiavi di luoghi comuni, di ideologie stantie, del personalismo e dell’egoismo. Per questo dobbiamo tornare liberi, informati. Dobbiamo saper giudicare, valutare, criticare. E proporre.

La cultura non è elitaria. La cultura è per tutti, avvocati e panettieri, infermieri, OSS e primari. Professori e operai, liberi professionisti e muratori. Questa consapevolezza è il regalo che ci dona la cultura, quella vera. Il resto è vuota erudizione. Non lasciamoci prendere in giro …

Simone De Clementi

"dai piedi in giù" foto di Elisabetta Maria Arici

“dai piedi in giù”
foto di Elisabetta Maria Arici

Economia nuova, idee antiche

“Oggigiorno quasi certamente né la sinistra né la destra contesteranno l’idea che stiamo attraversando una trasformazione economica fondamentale. I progressi della tecnologia digitale, le fibre ottiche, Internet, i satelliti e i trasporti hanno effettivamente livellato le barriere economiche tra Stati e continenti. […] La conseguenza di tali cambiamenti è stata l’emergere di ciò che alcuni chiamano un’economia del “chi vince prende tutto”, in cui la marea che sale non necessariamente solleva tutte le barche. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una forte crescita economica, ma a un’anemica crescita dei posti di lavoro; grandi balzi nella produttività, ma un appiattimento dei salari; consistenti profitti aziendali, che però solo in minima parte vanno a beneficio dei lavoratori. Per chi possiede abilità e talenti unici, e per i lavoratori con conoscenze specifiche – ingegneri, avvocati, consulenti e venditori – che ne facilitano il lavoro, la ricompensa potenziale di un mercato globale non è mai stata più ricca. Invece per gli operai, le cui prestazioni posono essere automatizzate o digitalizzate o delocalizzate in Paesi con salari più bassi, gli effetti possono essere terribili: una continua crescita del lavoro precario con basse retribuzioni, scarse tutele, il rischio di tracollo finanziario in caso di malattia, oltre all’impossibilità di risparmiare in vista della pensione o dell’istruzione superiore dei figli. la domanda è: che alternative abbiamo?”

(Barack Obama, “L’audacia della speranza“2006)

Partirei dalla conclusione del ragionamento di Barack Obama: “che alternative abbiamo?” Solo se sentiamo urgente e irrinunciabile questo interrogativo possiamo provare a trovare una risposta e ad immaginare un mondo nuovo, davvero nuovo. Quello colpisce è che la novità di questo mondo che andiamo cercando ha in sè parole antiche. Oggi di fronte a noi sta un mondo ingiusto. la nostra società ha pian piano escluso fasce sempre più vaste della popolazione dal benessere, ottenuto con grande sforzo e fatica dopo la seconda guerra mondiale in nome del profitto. Stiamo smontando i sistemi di welfare. Stiamo cancellando il diritto del lavoro e la dignità delle persone. Stiamo costruendo circuiti di debolezza, insicurezza, precarietà, disperazione. stiamo costruendo economie virtuali che nulla hanno a che fare con il vero lavoro di donne e uomini e con il merito. Stiamo perdendo etica e moralità, e le nostre basi spirituali sono attaccate alle radici. Stiamo colpendo i diritti civili faticosamente conquistati: salute, maternità, riposo, benessere sono vittime del nostro sistema di business, così come la famiglia. Molti sostengono: “è la globalizzazione!” ma non è così. Semmai è l’uso che facciamo della globalizzazione da mettere a processo. Di essa abbiamo colto solo i lati peggiori: scontro di civiltà, razzismo, paura, divisione, delocalizzazione, corsa al salario più basso (riempiendosi la bocca della parola Qualità) , negazione di incentivi, licenziamenti, vittoria della Finanza sulla Politica. Le occasioni, grandiose, di costruire un mondo più giusto, con più culture, più tollerante sono state disattese. Che alternative abbiamo, allora? molte, partendo dalla Solidarietà, dal rispetto, dal recupero di una dimensione collettiva, di appartenenza a città, comunità, gruppi. Se questa crisi farà cessare l’individualismo esasperato che abbiamo seguito in questi anni, sarà una vittoria; se questa crisi ci lascerà maggiore consapevolezza sull’ambiente e sull’importanza delle generazioni future sarà una vittoria; se questa crisi ci farà capire che l’economia si basa sul lavoro, su progetti che si costruiscono e non su speculazioni sarà una vittoria; se questa crisi ci consegnerà un futuro più giusto, etico, umano, in cui le differenti visioni morali ci consegnino saggezza, sarà una vittoria. Di fronte a noi sta la prima vera grande sfida della storia dell’umanità: immaginare un cambiamento positivo ed equo senza ricorrere a guerre, violenze o ingiustizie. Ne saremo all’altezza?

Simone De Clementi

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

 

Non la fine, ma la riscoperta della politica

“… il timore della fine della politica nasce ogniqualvolta un modello di società è pervenuto al suo termine e non si riesce a intravedere il nuovo progetto a cui riferirsi e che bisogna realizzare. Ma anche in questo caso è legittimo sospettare che ci sia una confusione sulla natura della politica e che si abbia di essa una falsa rappresentazione scaturita da esperienze negative; ecco perchè qualcuno ha detto che questa nostra è “l’epoca dell’eclissi della politica”. Ma quel che più probabilmente ha provocato in molti una specie di black out o di oscuramento nei riguardi di essa sono le vicende dei partiti, divenuti i massimi attori e coloro che totalizzano la gran parte dell’azione politica; essi si sono attribuiti la legittimazione d’interpretare ciò che è politico e di produrre una totale identificazione tra politico e partitico”.

(Ennio Pintacuda, 1988)

Quando padre Ennio Pintacuda scriveva queste parole, la prima repubblica era alla fine. Stava nascendo la “Primavera di Palermo”, grazie alla linfa degli studi prodotti dall’Istituto di Formazione politica “Pedro Arrupe”. I partiti sembravano giganti stanchi, incapaci di leggere il reale. In I

Il buongoverno

talia si era prodotto un abisso invalicabile tra la politica e la gente comune. In pratica, con i dovuti aggiustamenti e con l’aggravante della Crisi Economica, la situazione attuale. Ripartire oggi significa allora ridare dignità alla politica, riscoprendola. La politica non sono i partiti. Dobbiamo crederlo fortemente: la politica sono gli uomini e le idee. Non serve allora cercare Guru improvvisati o nuovi contenitori elettorali: serve un progetto forte, capace di permettere a nuove idee e a nuove persone di esprimersi. La politica è una cosa seria: il suo indebolirsi produce l’imbarbarimento dei rapporti umani e della vita sociale. Ecco perchè oggi dobbiamo ricercare ciò che unisce: chi ha il senso dello Stato, della Comunità deve lavorare per tutti, gli insulti non servono.

Simone De Clementi