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Quel male chiamato mediocrità

“I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. La mente mediocre è incapace di comprendere l’uomo che rifiuta d’inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà”

(Albert Einstein)

“Penso in tutta onestà che la mediocrità rappresenti uno dei mali più profondi del nostro Paese. Un mediocre dopotutto è assai funzionale al potere”

(Simone De Clementi)

 

Chiarisco subito. Non sto scrivendo dell’ “Aurea mediocritas”, l’ottimale moderazione  tanto cara ad Orazio. Tutt’altro. Mi riferisco in queste righe alla mediocrità intesa come pochezza, non eccellenza, limitazione. Quella mediocrità che oggi fa far carriera.

Se siamo un Paese alla deriva, lo dobbiamo penso anche se non soprattutto al meccanismo perverso che troppo spesso scatta nella scelta dei collaboratori, dei responsabili, dei portavoce, di molte persone che a differenti livelli sono i fedelissimi di politici, manager, sindacalisti, professori, amministratori. Chi è a livello superiore sceglie spesso rappresentanti territoriali e collaboratori che non pongono problemi: fedeli più che preparati, conniventi più che critici, propensi alla carriera più che al servizio.

Succede nella politica, dove i parlamentari impongono a livello regionale, provinciale e nelle città persone il più delle volte abili a controllare il partito, a reclutare gli iscritti più che propense ad innovare e a mettere in discussione le scelte fatte in piccoli circoli. In politica, oggi, chi ha qualcosa di diverso da dire infastidisce. Non risponde alla logica della catena di comando, non è fedele. Meglio liberarsene prima che minacci lo status quo.

Così è nell’impresa. L’uomo mediocre teme sempre i cambiamenti, trova sicurezza solo nella fedeltà al capo ed ha un timore quasi morboso del nuovo. Per lui nulla è più penoso di una nuova idea. E per questo molte aziende sono incapaci di innovare, proprio perché i capi hanno intorno a sé replicanti, non collaboratori all’altezza.

Nel sindacato si raggiunge il grottesco. La carriera è legata a privilegi sul posto di lavoro. I più votati sono il più delle volte quelli che per interessi personali, prima che per interessi collettivi, mettono il loro tempo a disposizione. Ed anche qui la carriera ai livelli più alti è data da un mix di incapacità e di volontà di non contraddire chi sta più in alto. Il ruolo diventa quasi una medaglia da esibire. Dei colleghi, dei lavoratori spesso non ci si interessa per nulla. L’importante è far finta, fare teatrini. Tanto è vero che sulle minuzie si insiste, si va avanti con le rivendicazioni. Ma non appena le cose si fanno serie, c’è la fuga. La connivenza. La solidarietà falsa, colpevole.

Anche nell’università e nella ricerca è entrata da tempo la mediocrità. Sotto la forma dell’omologazione. Ricercatori e assistenti devono troppo frequentemente la loro fortuna alla ripetizione dei modelli dei baroni, alla ridondanza di contenuti. Vi sono pubblicazioni che suffragano le tesi dei maestri. Tutte volte a dimostrare la bontà di una scuola, di una persona, di una metodologia. Raramente qualcuno viene premiato per aver scovato modelli alternativi. Il maestro sarà sempre, in questa situazione, più bravo dell’allievo. Se li sceglie apposta meno dotati di talento, per non correre rischi. L’unico rischio è quello dell’inesorabile caduta della qualità, ma non sembra interessare un granché.

Nell’amministrazione pubblica infine troviamo i segni più inquietanti della decadenza. Sindaci ed assessori a volte improvvisati, dirigenti e dipendenti poco motivati e sempre più inappropriati. Non sono formati, non hanno la possibilità né la volontà di adottare le migliori prassi. Basterebbe copiare quello che fanno i migliori. Ma non è così. C’è chi ancora non sa usare un computer. C’è chi crede di poter fare ogni cosa, senza dar conto a nessuno. C’è chi ha fa del pregiudizio la sua ragione d’essere, e non ascolta.

Troppo spesso la mediocrità è un tappo per chi vorrebbe fare, per chi vorrebbe provare a cambiare. Vi sono poche speranze per noi finché non diverremo abbastanza maturi da liberarci dalle pastoie della mediocrità intesa nel suo significato peggiore. È la struttura stessa del mondo attuale che non ci permette questo lusso: una nazione o una civiltà che continua a produrre uomini e donne mediocri, a lunga scadenza, guadagna la propria morte materiale e spirituale.

Dobbiamo cambiare. Vorrei gente scomoda capace di sbagliare con originalità. Meglio dell’imbarazzante immobilismo di chi presidia una posizione in modo inadeguato, senza merito. Di chi fa errori funzionali a un sistema finito, errori che non verranno mai sanzionati.

Simone De Clementi

eyes

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La cultura violata

“Cultura non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto”

(Fernando Pessoa)

 Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”

(dal Vangelo di Giovanni)

 

Con la cultura non si mangia.  E’ questa la frase che in molti oggi, soprattutto ricordando il tempo di crisi, amano ripetere. Imprenditori, politici, Manager rampanti. Perfino giornalisti e pseudo intellettuali d’apparato. Ciascuno con sfumature diverse ma tutti uguali nella sostanza.  Meglio dedicarsi al lavoro, meglio fare, operare, rimboccarsi le maniche, dicono, con disinvoltura e senza pudore.  E si tagliano risorse alla scuola, alla formazione, alla ricerca, alle arti e alle scienze. Si violenta la cultura.

In poche parole stiamo accelerando il nostro declino e la nostra stessa ragion d’essere. Già, perché l’arretratezza dell’Italia è in realtà legata all’assenza di adeguati livelli di istruzione e cultura, in ogni campo. Che fare? Beh, innanzitutto affermare che con la cultura si mangia, eccome. Dunque è ragionevole investirci, pensarla, diffonderla. Nelle aziende come negli Enti Locali, in politica, negli ospedali, nelle scuole. Nella Chiesa e nello stato, nella società. Alla faccia di questi “nuovi guru” dei tagli indiscriminati. Vorrei per una volta chiamarli con il loro nome: ladri di futuro.

Perché allora tanto disprezzo per la cultura? Credo che fondamentalmente i motivi siano due. Il primo è che dietro alle apparenze, alle citazioni, ai vestiti e ai titoli il livello culturale è sceso di molto. Tra i comuni cittadini, ma anche tra i professionisti, siano essi medici, avvocati o architetti. Tra i politici, sia nei comuni sia in Parlamento. Tra i cosiddetti tecnici, dai segretari comunali al middle management. Tra professori e maestri.

Questa situazione è dovuta alla scarsa attenzione data alla scuola ed alla Università in questi anni, alla devastazione portata a livello di Formazione continua e professionale. Aziende e Comuni hanno tagliato nei bilanci come prima voce proprio la Formazione e di conseguenza, senza aggiornamento, in una società sempre più complessa e competitiva, hanno di fatto affossato la motivazione dei dipendenti e la qualità dei prodotti e dei servizi erogati. In più lo svago ha preso il posto della cultura. Si legge poco, si va poco al cinema, a teatro, ad ascoltare musica. Conferenze, incontri culturali ed esposizioni non attirano. Attira l’urlato, l’ovvio, lo smodato, il volgare.

Perfino i Centri di studio e ricerca sono in difficoltà. Se la nostra classe politica avesse più coscienza, studierebbe di più. E invece no, mentre i ricercatori mettono in guardia dai problemi che può riservarci il futuro, in vari settori, la nostra politica si affanna sul presente, anzi su quegli aspetti del presente più marginali, ideologici, perfino superati. Ma cosa aspettarci dagli attuali politici? Sanno soltanto fare del calcolo la loro soluzione, sono millantatori di sapere. Sotto il vestito, nulla.

Il secondo motivo è più sottile e perfido. In fondo è più semplice governare un popolo poco attento, poco colto, poco informato. Ecco, è proprio a questo che noi dobbiamo ribellarci. Siamo fatti per essere liberi, non schiavi. E oggi siamo schiavi di luoghi comuni, di ideologie stantie, del personalismo e dell’egoismo. Per questo dobbiamo tornare liberi, informati. Dobbiamo saper giudicare, valutare, criticare. E proporre.

La cultura non è elitaria. La cultura è per tutti, avvocati e panettieri, infermieri, OSS e primari. Professori e operai, liberi professionisti e muratori. Questa consapevolezza è il regalo che ci dona la cultura, quella vera. Il resto è vuota erudizione. Non lasciamoci prendere in giro …

Simone De Clementi

"dai piedi in giù" foto di Elisabetta Maria Arici

“dai piedi in giù”
foto di Elisabetta Maria Arici

Ripartire dalla cultura

“Molte lauree, molti diplomi , non fanno dell’Italia un Paese di cultura”  

(Corrado Alvaro)

Master, Corsi di Alta Formazione, Lauree triennali e specialistiche. Diplomi, pergamene, papiri, esami di stato e concorsi. Nonostante questa pletora di formazione, è davvero difficile sostenere che oggi l’Italia sia un paese di cultura. E’ difficile sostenerlo perché si investe poco nella scuola, nella ricerca e nell’Università, e quei pochi fondi che si stanziano vengono usati male. La logica che prevale è quella di “poco a tutti”, mentre le eccellenze e i migliori dovrebbero essere premiati. Questo accade anche con i docenti, dove conta l’anzianità, il fatto di essere di ruolo, o ordinari di cattedra, non il merito. Ma non basta. Il nostro Paese non può dirsi un Paese di cultura perché disprezza anche il patrimonio artistico, la tutela dei beni culturali, le tradizioni e i territori.

Nessun Paese al mondo ha bellezze artistiche e naturali come il nostro eppure le politiche di valorizzazione e tutela sono quasi ovunque migliori delle nostre. Una bella contraddizione. La politica certo non aiuta: anche in questo caso culturalmente siamo in difficoltà. Mancano progetti, visioni condivise per il futuro. Siamo pieni di “kit per candidati”, la parola d’ordine in ogni schieramento è “conformarsi”. Difficile che trovino spazio gli innovatori, gli esploratori, gli uomini liberi. Gli spazi sono occupati da cortigiani e personaggi immagine. L’Italia non è un Paese di cultura perché ciò che di bello e vero emerge è spesso frutto del caso o del genio personale. Infine, l’Italia non è un Paese di cultura semplicemente perché non crede in essa.

Possiamo crederci o no, ma la cultura è in grado di generare nuove opportunità economiche. Il settore culturale infatti è, all’interno dell’economia globale, un fattore strategico di primo piano. E non solo perché il numero delle persone interessate a divertimenti intelligenti, a un uso stimolante del tempo libero e alla ricerca di cose belle è aumentato nel mondo, toccando oggi i cinque continenti; ma anche perché, come sostiene Philip Kotler (http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Kotler) “gli insediamenti produttivi e gli investimenti si dirigono nelle aree territoriali dove trovano migliori condizioni”.

E se il nostro Paese, come l’Europa in genere, non può competere nei costi di produzione con altre aree emergenti del mondo, può sicuramente offrire, accanto alla qualità del personale, all’innovazione tecnico – scientifica, a sistemi logistici avanzati, un ambiente nettamente superiore per vivibilità, qualità della vita, cultura.

Basta solo crederci, e attuare politiche capaci di premiare questi fattori; politiche capaci nel contempo di semplificare davvero, eliminando burocrazie barocche, premiando anche fiscalmente chi offre lavoro e produce nel nostro Paese. La cultura può essere davvero la chiave di volta del nostro futuro. Se solo avremo politici sufficientemente colti per crederci.

Simone De Clementi

"Cultura Tricolore"   (foto di Elisabetta Arici)

“Cultura Tricolore”
(foto di Elisabetta Arici)

Per un nuovo miracolo italiano

“Garibaldi ha reso all’Italia il più grande servizio che un uomo potesse: ha dato agli italiani fiducia in sè stessi: ha provato all’Europa che gli italiani sanno battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistare una patria. […] Per quanto mi riguarda non mi importa nulla di frenare il suo successo: preferisco veder svanire la mia popolarità , perdere la mia reputazione, ma veder fare l’Italia”.

(Camillo Benso, conte di Cavour)

In questo momento storico, così delicato per il nostro Paese, la frase di Cavour sopra citata mi sembra particolarmente significativa, particolarmente “inattuale”. Credo che di fronte a un pensiero del genere, volto al Bene Comune, all’interesse di una nazione, in molti dovrebbero interrogarsi. A mio avviso qui c’è una lucida distinzione, una chiara coscienza, decisiva per valutare un uomo pubblico, fra ricerca di una popolarità da quattro soldi, fatta di privilegi e prebende, e ricerca di una popolarità  – gloria, capace di elevare l’azione politica. Cavour e Garibaldi erano differenti, profondamente differenti. Un rivoluzionario ed un diplomatico, un Repubblicano ed un Monarchico.  Entrambi capirono di avere una occasione storica e lavorarono insieme, riconoscendo le differenze. Il progetto era quello di realizzare uno Stato italiano modernamente ordinato in senso liberale, orientato all'”Europa vivente”, secondo una felice espressione di Carlo Cattaneo.  In fondo un progetto che è oggi di grande attualità. Forse la nostra sfida. Ecco allora la necessità di affidarsi a uomini nuovi, di grande spessore. Basta guardare a vecchie ideologie. Basta uomini immagine, occorre ritrovare uomini di pensiero e azione. L’attuale classe politica, di ogni colore, ha fallito ed è inadeguata a guardare al futuro.  E’ tempo di pensare a nuovi orizzonti, è tempo di avere nuovi progetti, nuove visioni.  E’ tempo di scegliere democraticamente, attraverso il voto libero da pregiudizi donne e uomini capaci di leggere il nostro tempo. E’ tempo di bocciare sonoramente, non votandoli, trasformisti, opportunisti, carrieristi. E’ tempo di mandare a casa chi in questa situazione ci ha portato. Ne saremo capaci?

Simone De Clementi

Prove di nuova politica