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Dove siamo diretti?

Per sapere dove siamo diretti, quale futuro ci attende, dobbiamo innanzitutto riconoscere con onestà dove ci troviamo adesso.

Bene, oggi ci troviamo come all’interno di uno “stato alterato di coscienza: siamo ipnotizzati da troppe informazioni contrastanti e l’equilibrio tra la quantità di informazioni che arrivano al cervello e la quantità di informazioni che il cervello stesso riesce ad elaborare non c’è più. inoltre abbiamo in noi e intorno a noi livelli molto alti di paura e di incertezza che ci bloccano, ci rendono ansiosi, ci tolgono fiducia verso il futuro.

E’ in atto un passaggio d’epoca, e quasi non ce ne accorgiamo. La scienza, la politica, la scuola, le istituzioni sembrano improvvisamente vecchie e inaffidabili. L’economia e la finanza mostrano i loro limiti, così come le abbiamo concepite negli ultimi 50 anni. La disoccupazione aumenta, riaffiorano scontri razziali. I diritti civili sono a rischio, così come la nostra libertà. Sempre più persone lo stanno vedendo. Il mondo intero è in agitazione.

Liberare il cervello, liberare il corpo

Questo è il punto in cui ci troviamo. Dove siamo diretti, allora? E’ tutto in gioco, e dipende da noi. Che cosa possiamo fare concretamente per abitare un futuro migliore, giusto, desiderabile per noi e per le generazioni future?

Affermare la nostra dignità, rivendicare il nostro valore. E’ importante rifiutare un sistema che ancora ci opprime e creare, insieme, un forte senso dei valori. Solidarietà, giustizia, uguaglianza su tutti. Finché i nostri cervelli sono resi schiavi dalle narrazioni fuorvianti dei media, i nostri corpi non possono essere liberi. Siamo persone con dignità e onore. Non vi è destra né sinistra, differenza religiosa o sociale, di genere o culturale. Siamo uno, siamo una cosa sola. E’ questo quello di cui dobbiamo renderci conto nelle nostre comunità. E’ tempo di raddoppiare il nostro impegno per costruire insieme un nuovo edificio sociale, una nuova società. Perché una società che produce ingiustizia e povertà ha bisogno di essere ristrutturata.

Simone De Clementi

Nuovi orizzonti per la Pubblica Amministrazione

Parlare di accesso, dopotutto, significa parlare di distinzioni e divisioni, di chi sarà incluso e di chi sarà escluso. L’accesso sta diventando un potente strumento concettuale per riformulare una visione del mondo e dell’economia, ed è destinato a diventare la metafora più efficace della nuova era”                                              (Jeremy Rifkin)

“Davanti ai nostri occhi c’è un nuovo Stato, c’è una nuova organizzazione della Pubblica Amministrazione che tuttavia non riusciamo a vedere. Più che capire dobbiamo accorgerci e poi praticare. Ciò che facciamo è più santo di ciò che affermiamo” (Simone De Clementi)

Parlare e scrivere oggi di Pubblica Amministrazione (P.A.) significa non soltanto prendere atto di quel che c’è (regolamenti, leggi, procedure) ma avere la capacità di immaginare ciò che sarà, anticipando problemi e scenari per trovare le soluzioni più efficaci. Viviamo in un’epoca di passaggio  che ci annuncia a gran voce che nulla sarà come prima: in questo senso siamo come esploratori che stanno penetrando nuove terre: le carte geografiche conosciute possono dare un aiuto solo parziale, perché occorre disegnarne di nuove.

Tra le molte trasformazioni che premono alle porte del nostro mondo, ve ne sono a mio avviso due particolarmente rilevanti che interessano oggi la Pubblica Amministrazione, ovvero l’insieme degli Enti Pubblici che caratterizzano la vita di uno Stato, la sua organizzazione e la sua azione nelle materie di sua competenza. Queste due trasformazioni sono già sotto i nostri occhi e paradossalmente non le vediamo. Per farlo occorre spostare lo sguardo dalle nostre abitudini, da dove portiamo abitualmente l’attenzione, dai nostri comportamenti quotidiani. Soltanto così possiamo accorgerci di loro, e dei mutamenti che esse comportano: nella nostra percezione nessun cambiamento è stato mai così rapido e così esteso.

In questo scenario possiamo scegliere: o prepararci a scansare le insidie e rimanere sulla difensiva o aprirci alla sorpresa, alla novità. Per chi sceglie la seconda strada, quella della meraviglia e del progetto, è scritto questo  articolo: persone consapevoli di contribuire alla costruzione di qualcosa di nuovo, attraverso gesti e parole nuove, attraverso una tenace concretezza.

La prima sfida riguarda l’impatto delle nuove tecnologie che, come ben anticipava Jeremy Rifkin nel 2000, “è un processo che sta cambiando radicalmente la struttura della società e il nostro modo di vivere”. Questa sfida, è facile intuirlo, comprende un aspetto tecnico, legato all’hardware, ai software. A macchine e programmi che nei fatti possano da un lato semplificare il lavoro dei dipendenti, dall’altro garantire trasparenza, velocità, sicurezza al cittadino. Si tratta di raggiungere un equilibrio virtuoso che permetta di realizzare una “burocrazia leggera” più consona alla realtà del Terzo Millennio. Ma l’aspetto tecnico non basta. Occorre una maggiore diffusione di elevate competenze digitali tra i dipendenti e di una coscienza diffusa dei rischi della cultura digitale. Questo comporta sia una volontà politica capace di indirizzare scelte e decisioni realmente democratiche, sia investimenti importanti nel settore. Oggi non è solo il denaro, non sono solo i beni materiali a creare diseguaglianze. Il nuovo volto dell’emarginazione passa e passerà sempre più attraverso la cittadinanza digitale, il libero accesso alla Rete, la possibilità di essere connessi, sia per lavorare sia per aver accesso a servizi e informazioni che ci rendono parte della comunità.

Vi è un aspetto politico-filosofico, che deve garantire i fondamentali valori della Costituzione, e vi è poi il lato della visione e dell’allocazione delle risorse. In questo senso la Pubblica Amministrazione dovrà investire sulla formazione dei suoi dipendenti, ma anche su sistemi di sicurezza, di protezione da attacchi hacker, su polizze assicurative capaci di proteggere dalla perdita di dati, su sistemi unificati capaci di connettere le informazioni  dei diversi uffici  con procedure compatibili. I servizi sociali dovranno prendersi carico anche degli “analfabeti digitali” per garantire la titolarità di diritti e l’erogazione di prestazioni.  Su questo oggi abbiamo ancora molto lavoro da fare. Un po’ per cultura (ciascun ufficio o area o dipartimento ha spesso il suo programma, il suo antivirus, i suoi processi, le sue abitudini) un po’ per visione (s’investe mediamente poco in queste voci, che peraltro sono strategiche, preferendo spese in settori d’immediato riscontro).

Esempi di rischi (dal sito dell’Agenzia dell’Entrate)

La seconda sfida è ancora più importante. Si tratta di dare valore alla Pubblica Amministrazione con gesti concreti. In una società sempre più complessa e plurale chi lavora nella Pubblica Amministrazione deve sempre essere portato a dare il meglio. Per questo è fondamentale investire in iniziative capaci di motivare e creare un importante spirito d’appartenenza nel personale, a qualunque livello. Oggi chi lavora in questa variegata realtà (Comuni, Provincie, Regioni, ASST, Ospedali, Ministeri, Enti, Università, Ispettorato del lavoro e molto altro ancora) percepisce spesso un abisso tra azione pratica e professione di principi, tra il fare e il dire. Da una parte si professano con orgoglio principi nobili ed elevati, dall’altra si pratica miseramente proprio l’antitesi di quei principi. È il caso della tanto gettonata meritocrazia, dei nuclei di valutazione, della trasparenza amministrativa, della privacy e di molto altro. Enunciazioni nobili che spesso nascondono il loro contrario. In questo modo non si porta in alto la pubblica Amministrazione, ma la rende anemica, depressa. È tempo di invertire la rotta conformando parole e atti. Se vogliamo dare valore alla P.A. dobbiamo investire in essa. E dobbiamo investire in denaro, organizzazione e conoscenza.  L’isitituzione di una scuola ad hoc, capace di fornire delle basi comuni sia su saperi tecnico/giuridici che relazionali, è certo una buona idea che va perseguita con urgenza e visione.  In una scuola simile è importante trovare spazio per studiare le best practices diffuse su tutto il territorio nazionale e anche nell’Unione Europea e adottare una didattica esperienziale. Infatti, diffondere esperienze, soluzioni in territori e organizzazioni omogenee tenendo sempre uno sguardo sul futuro è il vero obiettivo. Un obiettivo che può essere raggiunto con il contributo di diversi professionisti, accademici, esperti in P.A. ma anche provenienti da realtà differenti. Chi innova spesso è estraneo rispetto al campo che vuole innovare.

Per far questo occorre diffondere benessere organizzativo, fiducia, motivazione nei dipendenti a ogni livello gerarchico. Attaccamento al posto di lavoro e orgoglio. La via del miglioramento passa attraverso la formazione e la selezione del personale: come scrive Simon Sinek “assumere qualcuno valutando il suo curriculum è facile. Assumere qualcuno valutando se è la persona “giusta” per noi lo è molto meno”.

Occhi al sole, per star bene
(foto di Elisabetta Arici)

Il motivo è piuttosto ovvio: se cerchiamo qualcuno che svolga soltanto un lavoro, ci fermeremo alle competenze, al fatto del superamento delle prove di concorso. Sono fatti. Ma se cerchiamo la persona “giusta” per la nostra organizzazione, oltre ai fatti (superamento delle prove oggettive) vi sono le sensazioni e le tecniche che ci consentono di scegliere personale con le competenze necessarie ma al tempo stesso capace di condividere i valori e le modalità specifiche di quel luogo, di quelle persone, di quella parte di organizzazione. Si tratta in poche parole di trovare la tessera più adatta nel nostro mosaico, non un pezzo qualsiasi.

Il primo atto è difendere e sostenere la Pubblica Amministrazione, con lungimiranza e forza. E capire che la più grande ingiustizia è trattare tutti come se fossero uguali. Siamo uguali nei diritti e nei doveri, non nelle prestazioni. Queste variano da persona a persona, nel tempo. Se non ne teniamo conto stiamo perpetrando la più grande ingiustizia possibile: stiamo di fatto fiaccando motivazione ed entusiasmo per promuovere un comodo quanto ingiusto egualitarismo.

Affermo questi concetti da cittadino e professionista che crede nelle potenzialità della P.A. in tutte le sue forme. Sono convinto (e il dato è facilmente dimostrabile) che vi sia molta retorica e poca verità nella classica disputa tra pubblico e privato. Il pubblico non ha in sé ogni vizio e, soprattutto, il privato non è così virtuoso e innovativo come spesso viene dipinto. Per fare confronti è indispensabile tenere presente anche le differenze tra le differenti realtà.  Il nostro futuro passa da un’alleanza virtuosa tra queste realtà, non da competizioni o sterili accuse. Il futuro ci aspetta: soltanto con una costruttiva collaborazione potremmo scoprire in noi il potere di realizzarlo.

Simone De Clementi

FLIPBOARD

E’ tempo di nuove esplorazioni…Seguitemi anche su Flipboard!

 

Flipboard

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“Ritmo inattuale” Foto di Elisabetta Maria Arici

Libri Inattuali

“Chi legge i tuoi stessi libri ha una mappa per la tua anima”

 (anonimo)

 “Ci sono libri e libri. I libri del dovere e i libri del piacere, i libri del dolore e i libri della gioia, i libri della noia e i libri dell’emozione. Poi ci sono i libri inattuali. Quelli che aprono vie, comunque, quando meno te lo aspetti. Quelli che ci cambiano e cambiano ciò in cui crediamo ”

(Simone De Clementi)

 La lettura è un fatto individuale…certo. Ma come è bello scambiare idee, opinioni, su ciò che si legge. Poi, se casualmente si incontra qualcuno che ha fatto le nostre stesse letture si percepisce una affinità, una complicità, come di animo che si sfregano. Stiamo vibrando alla stessa frequenza, è una sensazione bellissima.

Ma scegliere che cosa leggere… certo ci sono i librai; vi sono i parenti, gli amici. I media e la rete. Ci sono i consigli di insegnanti e professori. E c’è il caso, (apparente) l’incontro per attrazione. Tu entri in libreria, cerchi una cosa…poi tacc… vedi una copertina, senti un’energia.  Il libro ti chiama. E’ per te. Capisci che ti stava aspettando e ti voleva pronto. Quando sai accorgerti, cioè alla lettera riesci a far giungere la tua mente più in là,  lui arriva.

Dopo anni di frequentazione di librerie e biblioteche, dopo ore intense di letture mi son detto: perché non condividere con gli altri ciò che ho fatto? Non è solo per me! Serve generosità per restituire l’abbondanza che ho ricevuto. Così quando faccio i miei laboratori racconto; quando faccio lezione, facilito. Ma anche attraverso uno scritto, un post, un blog si può fare grazie. Segnalare letture…una piccola cosa che può aiutare. A cercare tra tanta carta, a far economia di tempo. Ad andare al sodo.

Nella mia vita ho incontrato libri di ogni tipo. Così ho detto: Perché no? Perché non suggerire quelli più… inattuali? C’è di tutto un po’: dalle fiabe ai romanzi; da testi filosofici a testi esoterici; da testi medievali, greci, egizi a letteratura contemporanea. Libri d’amore e di guerra; libri di pace, di storie, di studio. Libri per tutti, per ogni grado di vibrazione.

Tutti hanno una caratteristica: dicono in modo diverso, con stili e forme diverse, le stesse cose. Sì, perché vi è un sapere profondo, antico, originario che ci ha sempre accompagnato. Universale, atemporale, eterno.

Io li ho chiamati Libri Inattuali. Ne scriverò per voi in breve. Li farò emergere dagli altri. Sono quelli che ho incontrato io. Ve ne saranno altri. E qui se volete potete aiutarmi, segnalando i vostri.

Libri Inattuali dunque. Da oggi.

Incontrarli è una grazia. A ciascuno il suo. In fondo lo stesso.  

Simone De Clementi

Simone De Clementi al lavoro a San Marino - (foto di Elisabetta Arici)

Simone De Clementi al lavoro a San Marino – (foto di Elisabetta Arici)

PARLA COME MANGI

“Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”

 (Ludwig Wittgenstein)

 

“In fondo, ciò che noi diciamo di bello, nuovo e vero dovrebbe tradursi in un gesto. Se poi riusciamo a ottenere un sorriso, insieme a quel gesto, ciò che abbiamo fatto è quasi divino ”

(Simone De Clementi)

 

Ho un segreto da raccontarvi: “Parla come mangi” non è soltanto un detto popolare. È molto di più, è una filosofia di vita. È un invito a tutti a esprimersi con la massima chiarezza, evitando termini oscuri (di cui magari non si conosce neanche il significato) che più che altro confondono le idee.

Una filosofia che personalmente ho adottato e che propongo umilmente a chi fa formazione, a chi insegna, a chi educa. E a molti professionisti, soprattutto nel contesto di cura, che hanno nelle parole un potenziale alleato. Non è un inno alla banalità, tutt’altro. È un invito alla chiarezza, alla semplificazione dei contenuti. È un invito alla consapevolezza e all’attenzione nell’uso del linguaggio e, di conseguenza, è un invito a porre attenzione a chi ascolta. E a farlo stare bene.

“Parla come mangi” è la capacità di adattare il contenuto del messaggio all’uditore, è la volontà di scegliere le parole adatte per farsi capire, è la sensibilità di chi vuole davvero aiutare l’altro, senza interesse. È scendere dalla cattedra, non come ruolo, ma come persona. È avere a cuore il bene di chi ci sta di fronte, è capire che parole e gesti devono essere coerenti perché il rischio di non essere credibili è dietro l’angolo.

In questa visione chi fa formazione deve essere in grado di “sbriciolare” concetti, deve essere capace di fare sintesi, passando soltanto ciò che può essere utile, fruibile, comprensibile a chi si trova di fronte. Lasciamo l’autocompiacimento ad altri, asteniamoci dallo sfoggiare contenuti troppo complessi o lunghi per il tempo che ci è dato. L’approfondimento è sempre possibile, è legato alla volontà della persona in quantità e opportunità. Delle buone indicazioni e una bibliografia ragionata sono più che sufficienti.

Dico questo perché sono convinto che le parole devono comunicare un sapere che sappia lasciar traccia di sé, nell’anima e nel corpo, nei pensieri e nei gesti. Dobbiamo accorgerci, e dico accorgerci fisicamente, che qualcosa è passato del nostro messaggio. Che qualcosa è cambiato nel lavoro, nella vita degli altri. Dobbiamo vedere l’esito delle nostre parole .

Quella che propongo è una sorta di “fractio panis” del sapere, di semplificazione di tutto ciò che si sa per favorire una reale condivisione della conoscenza. È un’operazione non facile, ma possibile. In fondo è ciò che distingue un vero maestro da un “ripetitore”, un sapiente da un erudito. E’ un’operazione che si raggiunge con la pratica e non con lo studio. Con il “fare” e non con il semplice “dire”.

Pratica dunque, per parlare il linguaggio delle cose, del mondo. Pratica, per parlare il linguaggio del cuore. Quel linguaggio che può condurci a superare le oscurità di molti testi e di molti docenti, quel linguaggio che può elevarci davvero, portandoci oltre gli inciampi dei cavilli, delle parole, del testo. Se stiamo attenti, molto è in superficie: quasi ovvio e dunque non pensato, non esposto, non ragionato. Il resto è riflessione, poi azione. Essenziale che salva. Non abbiamo bisogno di essere elogiati perché non si capisce ciò che diciamo. Non abbiamo bisogno di confondere le idee a chi ci ascolta. Non abbiamo bisogno di vendere una conoscenza fasulla. Parla come mangi. Il nostro genio in fondo si vede da lì …

Simone De Clementi

(“Verso la luce” foto di Elisabetta Arici)

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Ripartire dai Comuni

   “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”

(Enrico Berlinguer)

 

L’Italia, si sa, è la terra dei Comuni. Se il termine è nato nel Medioevo, l’istituto affonda le sue radici nella “Polis”, la Città stato greca.  E’ una storia di autonomia ed indipendenza, di lotte e di rivalità, ma anche di collaborazione e di civiltà. Oggi i comuni nel nostro Paese sono 8.092: da Abano Terme (Veneto) a Zungri (Calabria), con diversi problemi, diverse amministrazioni, diverse risorse.

Ma per tutti, una importante considerazione: sono le realtà più vicine ai cittadini, quelle che almeno sulla carta possono individuare i problemi della collettività e trovare delle risposte. Sindaci, amministratori, impiegati sono in grado di leggere con maggiore velocità la mappa del territorio, possono vedere rapidamente i cambiamenti e provare a trovare le risposte. Risorse permettendo.

Se lo Stato, le Province, le Regioni sono considerate lontane e complesse, i Comuni rappresentano la vicinanza, la possibilità di partecipare, di contestare, di fare più vicina e più efficace. E i partiti, spesso, cedono alle dinamiche della comunità: l’ideologia nei comuni lascia spesso spazio alla concretezza, alle capacità delle persone che si presentano per amministrare. Il Bene Comune del comune si sgancia spesso da tattiche, pregiudizi e faziosità di parte per scegliere i migliori, o almeno i più rappresentativi.

Tutto rose e fiori? No, certamente. Anche a livello comunale esistono assi di interesse, assi di potere. Ma sono più semplici da decodificare, da sostituire. O da mantenere con forse differenti, ed è già un cambiamento.

Per questo credo che si debba ripartire dai Comuni. A livello nazionale le dinamiche sono lente, complesse, troppo farraginose.  Nella società attuale, dove la flessibilità, l’innovazione e la velocità sono elementi fondamentali, è proprio dai comuni che può partire la riscossa, la sperimentazione di nuove soluzioni, di nuove vie. Collaborando, insieme. Abbattendo gli steccati ideologici. Concentrandosi sul “fare”, non su proclami, non su promesse da libro dei sogni.

“Non mi interessa da dove vieni, dimmi dove vai”: nei comuni si può fare. A patto di aver voglia di cambiare.  E per cambiare occorre una nuova classe di amministratori. Non solo a livello anagrafico: i giovani vanno coinvolti, certo. Ma non possono essere coinvolti giovani “fedeli” ad ordini di scuderia, burattini di vecchie logiche e personaggi. Serve una nuova classe di amministratori liberi e forti. E un nuovo impegno civico, capace di rianimare la società: nelle associazioni, nelle cooperative, nei consorzi, nella cultura, nel sociale, nello sport. Dobbiamo avere la forza morale di cambiare chi occupa poltrone da tempo: è il momento di altre idee, altri progetti, altri errori. Soprattutto altri orizzonti. Chi c’è da troppo tempo non può pensare il nuovo.

E’ impossibile indugiare. Ora servono nuove prospettive, occhi nuovi.

A prescindere dall’età. E’ il momento di chi si affaccia per nla prima volta sulla scena, ma anche di chi, con più esperienza, ha qualcosa da dire e non ha mai trovato spazio. Agli altri un grazie, e un invito a concedere opportunità senza pretendere nulla.

Ripartiamo dai Comuni dunque. Anche la storia ce lo insegna …

 

Simone De Clementi

"Simone per comuni" (Foto di Elisabetta Arici)

“Simone per comuni”
(Foto di Elisabetta Arici)

La sfida dell’Occidente

“Mentre noi diciamo che la nostra ragione è la ragione di tutti gli uomini, questo non è solo un dire, questo è il nostro fare. Questo è il nostro imporre, a livello planetario, la mentalità razionale, la mentalità scientifico-tecnica, la produttività scientifico tecnica, l’assimilazione di tutti i modelli di vita a questo modello di vita”

(Ludovico Geymonat)

Di fronte alla crisi epocale che stiamo vivendo – crisi economica, sociale, politica, etica – in molti dicono che occorre immaginare modelli nuovi. Modelli capaci di andare oltre la visione adottata finora, modelli capaci di immaginare un futuro differente. In questa affermazione c’è molto di vero: ma non tutto. Bisogna dirci che manca il coraggio di portare a compimento questo ragionamento, di dargli una forma netta, compiuta. Per fare questo manca un passaggio, fondamentale, che la frase di Ludovico Geymonat (Torino, 1908 – Passirana di Rho, 1991) contiene in embrione: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’uomo occidentale non è l’uomo della Ragione universale, assolutamente vera, progressiva e infinita. Egli è invece l’uomo di una ragione, la sua. Per immaginare un futuro di speranza, diverso, con nuove risorse, dobbiamo avere dunque anche l’umiltà di guardare altrove. altri modelli, altre culture possono illuminare il nostro futuro, integrando le loro visioni alla nostra. Non è questione di negare la nostra cultura, semplicemente è ora di correggere i limiti insiti nella visione occidentale del mondo modificandola e arricchendola con visioni differenti e più funzionali. La nostra razionalità non è l’unica possibile; i nostri modelli non sono i più veri; la nostra cultura non è la migliore. Sono state quelle dominanti, quelle più forti, quelle che ci hanno permesso uno sviluppo incredibile e hanno permesso conquiste meravigliose. Ma hanno creato anche molte ingiustizie e disfunzionalità. E soprattutto, ora sembrano limoni spremuti più volte, incapaci di donare anche solo una goccia di succo. Di fronte a molti problemi i nostri modelli non hanno più nulla da dire, di fronte ad altri essi non sono più adeguati. E’ tempo allora di essere umili e di battere altre strade; è tempo di ascoltare, di osservare; è tempo di integrare modelli e visioni, rimettendo i nostri stili e le nostre soluzioni in discussione. Grazie alla democrazia l’Occidente può provare a giocare una partita di fondamentale importanza, in un ruolo di primo piano: quella di provare a superare sè stesso.

Simone De Clementi

Verso una nuova complessità (foto di Elisabetta Arici)

 

Cittadini del mondo: la sfida educativa

” Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

(M.L. King,  Lincoln Memorial, 28 agosto 1963)

C’è un dato che dobbiamo accettare, ci piaccia o no: nella nostra società popoli appartenenti a varie culture non possono evitare di vivere insieme. Tutte le nazioni della vecchia Europa contengono una pluralità di gruppi, ciascuno con la sua concezione del mondo, con la sua cultura, con la sua storia. Davanti a questa varietà di linguaggi, di tradizioni, di riferimenti etici spesso ci sentiamo smarriti e non riusciamo a trovare sentieri per immaginare soluzioni ai molti problemi che questo stato di cose ci propone quotidianamente. Poi, la nostra percezione è così alterata che spesso riusciamo a vedere solo l’aspetto negativo di questo nuovo mondo. La paura, la nostalgia del passato, la scarsa conoscenza delle altre culture ci impediscono di vedere la grande ricchezza di questa situazione storica, che può offrire grandi possibilità. Non si tratta di rinnegare le nostre radici, le nostre tradizioni, non si tratta nemmeno di adeguarci passivamente alle nuove culture. Dobbiamo invece prendere coscienza della nostra identità per poi confrontarci serenamente con l’altro. Senza questo lavoro preliminare su noi stessi non può esserci né reciprocità né riconoscimento, ma solo paura, sottomissione o prepotenza.

Quale può essere allora un punto di partenza positivo per affrontare questa sfida? Io credo che si debba puntare tutto sull’educazione. Non bisogna però equivocare sulle parole. Per me l’educazione è, come scriveva Ernesto Balducci, “risvegliare nelle coscienze la verità che è dentro le coscienze, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista e mai un dato di fatto o un dono radicato”. Educare al rispetto e alla comprensione delle differenze significa insomma costruire un progetto culturale fondamentale, capace di essere il vero collante della società del futuro. Significa immaginare luoghi deputati a questa contaminazione culturale; significa ancora immaginare percorsi formativi innovativi e capaci di leggere la realtà.

La conoscenza genera rispetto: questa è una grande lezione che ci viene dalla storia. Divenire cittadini del mondo, cioè persone capaci sia di percepire i valori della propria tradizione sia di riconoscere ciò che è diverso, è uno dei progetti più importanti che abbiamo davanti a noi. Ed è un progetto della ragione e del cuore a un tempo, perché il sapere di un cittadino del mondo non è solo un insieme di nozioni, ma è soprattutto un insieme di saperi e di sensibilità capaci di vedere sempre e comunque nell’altro innanzitutto una persona. Il cittadino del mondo sa che le cose che uniscono gli uomini sono più di quelle che li dividono e cerca di lavorare in questa direzione.

L’educazione diviene così davvero un momento alto ed esigente, capace di coniugare la conoscenza tecnico-scientifica al sapere umanistico, l’educazione alla cittadinanza a quella sociale e antropologica, lo spirito critico alla conoscenza della propria identità.

Troppo? No, onestamente è il minimo. In fondo è in gioco il nostro futuro: non servono scorciatoie.

Simone De Clementi

Educhiamo cittadini del mondo

Non solo economia …

Esculapio: le radici della medicina occidentale“Anche il lavoro clinico è influenzato dall’efficientismo. non cedere a questa pressione è dar prova di un’autentica forma di resistenza. Oggi la tendenza a conformare gli ospedali pubblici al modello imprenditoriale, secondo la celebre formula “l’ospedale è un’impresa”, lanciata qualche anno fa, porta a ragionare quasi esclusivamente in termini di logica economica e strategica. I responsabili amministrativi e medici sono invitati a trattare i problemi di salute da un punto di vista economico: diventano così prigionieri  – molti contro la loro volontà – di una logica economica che tende a escludere, o a non tenere sufficientemente in conto, le altre logiche, ben diverse, che entrano in gioco nella pratica medica. Indubbiamente la gestione ospedaliera è un compito necessario e gravoso, ma risulterebbe più agevole se si articolasse a partire da una riflessione approfondita sui bisogni e sulle aspettative reali dei pazienti, sulle competenze e sull’impegno dei professionisti, oltre che naturalmente sulla natura specifica di ciò che deve essere “gestito”, vale a dire la sofferenza, e talvolta il rapporto con la morte e con gli innumerevoli drammi umani. La produttività è ben lungi dall’essere l’unica posta in gioco e i punti di vista non meramente economici non sono affatto infantili o chimerici”.

(Miguel Benasayag, Gérard Schmit, “L’epoca delle passioni tristi)

La riflessione proposta da Benasayag e Schmit tocca un aspetto importante dei nostri modelli sanitari. certamente l’aspetto economico è importante, importante per evitare sprechi, per gestire al meglio prestazioni sanitarie e sociali in modo sostenibile. ma non è e non deve essere il criterio centrale in questo settore. basta poco per rendersene conto: ribaltiamo il punto di vista e proviamo ad immaginarci malati, sofferenti. Non ci interessa allora tanto sapere il numero dei giorni previsti in media per un ricovero, il costo standard di una prestazione, la qualità media accettabile per l’Ente pubblico. Quel che conta è la qualità e l’umanità percepita da noi, perchè gli uomini non sono uguali. Il pensiero dei due autori ha il merito di farci fermare a riflettere per immaginare modelli futuri. modelli sostenibili, capaci di mettere al centro il paziente ed i suoi bisogni, non quelli del mercato, dei medici o delle case farmaceutiche. Per contesti di cura capaci di essere davvero a misura d’uomo.

Simone De Clementi

Lavoro e sorriso

“Se io ci tengo a fare qualcosa

non lo chiamo lavoro”

Si lavora per i soldi, ma non solo. Non è retorica. Oggi poi, che ti pagano anche poco è ancora più vero.  Si lavora per la soddisfazione di veder costruito qualcosa, si lavora perchè si vuole dare il proprio contributo a un progetto, a una azienda, a un gruppo. Si lavora per sentirsi dire “bravo!” e per vedere riconosciuti il proprio ingegno, la propria costanza, la propria fatica.  Si lavora per incontrare persone da cui apprendere e a cui insegnare. Si lavora per appartenenza a un gruppo e, perchè no, per stare insieme. Non bisogna aver studiato in una Business School per sapere che un luogo di lavoro attento al personale, con buone relazioni, rilassato è più competitivo, sicuro e vincente. Eppure… molto spesso trionfa l’idea dell’incazzatura sul lavoro. Si mettono sotto pressione per nulla i lavoratori, il management. Si vive sempre in un clima di emergenza, di sospetto, di  difficoltà.  In buona parola si mettono le basi per il burn out, i cambiamenti di azienda, il rancore, la scarsca comunicazione. Qui inizia il fallimento, qui stanno le difficoltà di molte aziende. In fondo bei casi di suicidio economico.  proviamo a sviluppare il benessere aziendale. Proviamo a trovare processi trasparenti di incentivazione. proviamo a premiare il merito. Proviamo a investire in servizi per lavoratori e a farli stare bene, fisicamente e psicologicamente. Proviamo a ridurre le tensioni… Proviamo… Scopriremmo che i mercati non fanno poi così paura.