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Verso un nuovo paradigma: gestire i conflitti con la pratica collaborativa

“La disciplina mentale non richiede alcuna credenza o fede, ma soltanto la presa di coscienza che lo sviluppo di una mente più calma e limpida è un obiettivo nobile” (Dalai Lama)

“Prima di entrare in un conflitto è importante avere gli strumenti per comprenderlo, per gestirlo. E quando padroneggiamo questi strumenti ci accorgiamo che la maggior parte dei conflitti semplicemente si risolvono” (Simone De Clementi)

Non è facile scardinare certe credenze. Sono come scritte nel nostro DNA, tramandate dalla cultura, dalla famiglia, dalla scuola, dal pensiero dominante. Una di queste credenze è quella che afferma che “bisogna prendere un avvocato solo per fare la guerra”, per avere ragione, per distruggere chi sta dall’altra parte. Una visione particolare, che intende i professionisti come pugili pronti a suonarsele, perché pagati, e spesso non si sa bene il perché, qual è l’obiettivo, che cosa davvero vogliamo e, ancor di più, che cosa possiamo ottenere.

Accade in molti casi: che ci sia di mezzo un’eredità, una lite per un confine, un problema di vicinato o con un professionista o altro poco importa. La credenza è forte e permane anche nel campo delicato del diritto di famiglia: le separazioni, pensiamo, devono essere sanguinose e litigiose. È nella loro natura.

Il libro di Armando Cecatiello “Separarsi bene con la pratica collaborativa” (Cornaredo, red!, 2017, 157 pagine, 10,00 euro TEMPO STIMATO DI LETTURA: DIECI GIORNI), presenta un punto di vista differente. Partendo dalla constatazione che la fine di una relazione è sempre un momento non facile, un’esperienza che porta con sé sofferenza, l’autore si chiede se sia sempre necessario aggiungere risentimento, desiderio di vendetta, rabbia, un mix di elementi che rovina la vita di tutte le parti coinvolte. Spesso l’esito dei processi di divorzio è fatto di storie di distruzione personale, familiare e finanziaria: una sconfitta, in ogni caso, per tutti.

Per fortuna esiste un altro modo di vedere le cose, un altro sentiero che è possibile percorrere quando i rapporti s’incrinano, gli interessi divergono. Si tratta della pratica collaborativa, una modalità di risolvere le controversie che ha avuto il suo esordio negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, ad opera di Stuart Webb, avvocato di Minneapolis e giunta in Italia attorno al 2010.

Il cuore della pratica collaborativa è una negoziazione centrata sugli interessi e sui bisogni delle parti che riconoscendosi e legittimandosi, divengono protagoniste di tutto il percorso. Come scrive l’avvocato Cecatiello, il metodo non contenzioso è “la via attraverso cui si riscopre la capacità di comunicare efficacemente e di individuare le soluzioni più vantaggiose, piuttosto che demandare a un giudice ogni decisione sul futuro”. In questo percorso, le parti sono affiancate da un team interdisciplinare di professionisti formati al procedimento collaborativo (avvocati, facilitatori della comunicazione, esperti finanziari) che li supportano nella fase di accordo: chi infatti è più competente nel risolvere le divergenze di una separazione se non gli stessi coniugi?

La lettura ha il pregio di esporre chiaramente e attraverso esempi concreti il cuore della pratica collaborativa e il suo cambiamento di paradigma rispetto allo schema classico. Se è vero che questo modello non può essere sempre adottato (come scrive Cecatiello “la pratica collaborativa non può essere utilizzata nel caso in cui una delle parti non si senta libera di decidere, stia subendo pressioni, sia sotto ricatto o tema gravi ripercussioni su di sé o sui figli minori”), è pur evidente che propone concretamente un approccio alle separazioni, ma in generale ai conflitti, fondato sulla trasparenza, sulla fiducia, sul riconoscimento dei reciproci bisogni e desideri. Propone una via che conduce a una società non già meno litigiosa, ma più responsabile, più giusta, più propensa a guardare al futuro che a perdersi in un crogiuolo di sentimenti nocivi, come la rabbia e il rancore. In alcuni Paesi la pratica collaborativa è stata estesa nell’ambito commerciale e nel settore del diritto del lavoro: i risultati sono stati eccellenti. Il messaggio è che possiamo trovare accordi convenienti, ma ancor più precisamente che è importante mantenere una buona relazione tra le parti anche dopo l’accordo.

L’approccio collaborativo ha infine il merito di farci riflettere sulla figura dell’avvocato e su che cosa ci aspettiamo quando ci rivolgiamo a lui. La lettura del libro ha rafforzato in me alcune convinzioni e mi ha sollecitato molte riflessioni. Un bravo avvocato deve certamente entrare quasi “in simbiosi” con il cliente raccogliendo ogni tipo d’informazione sul caso e rappresentando chi lo paga. Ma non essendo coinvolto in prima persona, distaccandosi da emozioni e passioni che spesso possono condurre a visioni distorte, un buon avvocato deve saper negoziare nell’interesse di una causa più grande che prevede la soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Un buon avvocato deve anche saper dire dei no capaci di far intraprendere strade più vantaggiose. Se ci pensiamo, la negoziazione è la strada attraverso cui persone con valori e interessi anche molto diversi devono percorrere per trovare soluzioni costruttive per vivere e lavorare insieme in gioia e serenità. E un buon avvocato deve essere capace di affiancare il cliente per fargli vedere la soluzione migliore, che è già presente nella situazione e va solo portata alla luce.

La credenza che un avvocato serva solo per litigare lasciamola al passato, al mondo che vogliamo lasciarci alle spalle. Diamo valore a questi professionisti, diamo valore alla nostra vita, al nostro tempo. Facciamoci aiutare quando siamo offuscati dalle tenebre del nostro cuore, scegliamo persone capaci di riportare la luce nella nostra vita. Professionisti che sanno essere guerrieri in un senso più vasto. Come diceva Toro Seduto Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità”. Ecco, questo è un buon modo di intendere il mestiere di avvocato. Ricordiamocene quando lo cerchiamo, chiediamogli di trovare soluzioni vantaggiose, non di scatenare guerre nella maggior parte dei casi inutili. Chiediamogli di gestire i conflitti, non di alimentarli. I primi a rimetterci, in fondo, siamo noi stessi.

Simone De Clementi

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Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

Resilienza: nuove rotte per attraversare le prove della vita

“Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”
(Friedrich Nietzsche)

 “Tutto sulla Terra è resiliente: montagne, oceani, vegetali, animali. Essere resilienti, in fondo, significa essere vivi. Non esistere soltanto, ma essere vivi e coscienti di esserlo”

(Simone De Clementi)

“Resilienza – di Sergio Astori posato su una cassetta artistica di Elisabetta Arici”

Un libro può darci intelligenza, a volte sapere. Raramente la grazia di vederci trasformati al termine della sua lettura. Sergio Astori riesce a farlo con “Resilienza” (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, 140 pagine, 16,00 euro), il suo ultimo lavoro, che accosta chiarezza espositiva a contenuti di grande interesse.

Ero timoroso prima di aprire il libro: vi sono termini che un filosofo guarda con sospetto. Quando le parole diventano una moda, quasi uno slogan, non è facile portare alla luce ragionamenti e riflessioni capaci di fare crescere, di portare luce. E resilienza oggi è una parola passepartout, usata e abusata, quasi violentata dalla moda, dal momento. La maggior parte delle volte è utilizzata senza anima, appare vuota, scontata. È un puro suono, qualcosa che serve a dimostrare agli altri che in qualche modo si è aggiornati. Si ripete, ma non si è esplorata la sua anima, la sua essenza.  Bravo l’autore a proporre una lettura innovativa, multidisciplinare, propria; è stato capace, come indicato nel sottotitolo, di andare oltre, trovando nuove rotte.

Il libro di Sergio Astori, psichiatra e docente dell’Università Cattolica di Milano, è dunque una piacevole sorpresa, per almeno due ragioni. La prima è che l’autore intreccia l’esperienza personale, professionale, con eventi di cronaca che ci hanno toccato nel profondo e che, forse, inconsapevolmente ci segnano come uomini e donne nel nostro quotidiano ancora oggi. Il riferimento all’11 settembre è più di un fatto biografico: è una riflessione su ciò che uno snodo drammatico della storia può lasciare nel nostro inconscio.  Quella dell’autore è una narrazione che coinvolge e che dà sostanza ad aspetti importanti del significato della parola resilienza, come ad esempio la capacità di adattamento e la modalità individuale di affrontare il cambiamento.  Resilienza è una parola ricca, usata in discipline differenti, dalla biologia all’ingegneria, dal mondo degli affari allo sport.  Ma proprio in questa pluralità si coglie l’importanza di un vocabolo che può diventare una risorsa per la nostra società, a patto di salvarla dalla deriva del “nulla” che spesso l’accompagna.

La seconda ragione, ancor più sorprendente, è che il libro di Sergio Astori propone anche degli strumenti per “fare” e “diffondere” la resilienza. Innanzitutto a livello individuale, ma poi sorprendentemente, anche nei gruppi, nelle comunità. Le schede, inserite tra le pagine con una grafica differente, e la sintesi a fine di ogni capitolo sono le modalità con cui questo proposito prende forma. In questo senso il libro ci aiuta a ricapitolare quanto appreso a poco a poco, ci fa degli esempi concreti, diviene strumento di lavoro sia intellettuale sia professionale.

Il libro è importante per questo: rifugge dall’aggiungere altri significati, altre sfumature alla parola ma scava, va in profondità e, come scrive l’autore, “preferisce documentare diverse situazioni nelle quali si è concretizzata la dimensione resiliente dei fanciulli, delle famiglie e delle comunità”.

Il testo ha il merito di essere scritto con chiarezza e di essere capace di condurci oltre la “routine” della vita quotidiana, della stanchezza che spesso si annida proprio nei lavori di relazione, di educazione, di aiuto. Un percorso utile per insegnanti, per medici, per avvocati. Ma anche per tutti i professionisti della cura, indistintamente, e per ogni persona alla ricerca di una crescita personale.

L’Opera di Astori indica che l’anima umana, quando solca il mare della vita, può essere scossa dai venti e dalle maree, da ciò che accade intorno: ma, seguendo le stelle, fuor di metafora il nostro cuore, ha in sé la forza ed il coraggio per partecipare ad ogni attività, per far fronte a tutto. Siamo teneri e tenaci, adattabili, versatili. Resilienti. Siamo in grado di far fruttare e perfezionare tutti i beni spirituali e materiali di cui disponiamo.  Basta accorgersene e allenarsi, praticare. Prima nelle piccole cose, poi in ogni sfida. Sergio Astori fa riferimento con rara finezza alla “viva essenza umana” di Romano Guardini e scrive: “[…] resilienza è anche capacità di misurarsi con la rottura dell’integrità di una vicenda e di un percorso, accettando di guardare alla propria ferita. Chi è resiliente è anche paziente perché rinuncia alla pretesa del tutto e subito”.

In questo Passaggio d’epoca sono molteplici le prove che ci troviamo a fronteggiare. È importante guardarle con gioia e con la capacità di flettere la nostra anima, il nostro corpo. °In fondo, stiamo già cambiando, il nostro DNA lo racconta. Tempi nuovi ci attendono e noi li possiamo abitare.

Il libro di sergio Astori lo pre-annuncia, staccandosi dai messaggi conformisti di chi nel nostro tempo vuole frenarci. È dunque un libro inattuale a tutti gli effetti, un libro da leggere e da mettere nello zaino che porteremo nel Nuovo Mondo.

Simone De Clementi

  • RESILIENZA (INGEGNERIA): Capacità di una struttura (come un ponte o un edificio) di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi;
  • RESILIENZA (BIOLOGIA): Capacità di un tessuto di ripararsi dopo aver subito un danno;
  • RESILIENZA (PSICOLOGIA): Abilità di un individuo di superare in modo efficace le situazioni avverse, di risollevarsi dopo una crisi, di rinascere dopo un trauma;
  • RESILIENZA (ECOLOGIA): Capacità di un Ecosistema di sfuggire a un livello irreversibile di degrado

Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

The Project

Sta arrivando…

Coming soon…

THE PROJECT

Il progetto più inattuale del secolo.. per mucche viola

A testa bassa

“Se il corpo del mondo non viene mantenuto sano, noi diventiamo matti”

 (James Hillman)

 “Un guerriero non può abbassare la testa, altrimenti perde di vista l’orizzonte dei suoi sogni”

(Paulo Coelho)

“Abbracci, strette di mani, sguardi. Emozioni. Tutto ciò che non può darci il virtuale. Viviamo il presente, nel mondo, nel corpo. Non scappiamo via”

(Simone De Clementi)

 Ci hai mai fatto caso? Esiste un mondo là fuori. Il sole, il cielo, il lago. Il mare o le montagne. La pioggia e il vento. Ci sono i nostri simili, ci sono gli animali, ci sono gli alberi e i fiori. E, mentre viaggiamo, mentre ci spostiamo, quotidianamente, per andare al lavoro, a casa o alla nostra meta, qualunque essa sia, ci sono volti, persone che sono potenziali incontri. Ci sono situazioni che potrebbero attirare la nostra attenzione: problemi, ma anche gioie; situazioni capaci di farci riflettere. Ci sono, ma noi ci passiamo in mezzo disattenti, quasi non fosse il nostro mondo. Siamo connessi, sempre connessi. E distratti.

A testa bassa, in treno, sul bus. Per strada. O con gli occhi fissi, senza uno sguardo attento, giriamo mentre ascoltiamo musica o voci in cuffia. Parliamo a voce alta non si sa con chi, mentre passiamo davanti alla vita. A testa bassa. Dling, bip. Ecco un messaggio, una connessione. Sappiamo tutto di quello che scrive un amico che abita lontano, non ci accorgiamo che il nostro treno è in ritardo. Scriviamo frasi d’amore al nostro vicino di casa, ma quando lo vediamo non riusciamo a spiccicare parola. Forse riusciamo a chiedere meccanicamente“Come va?” ma non ascoltiamo davvero la risposta. Siamo di fretta, siamo in chat con il mondo. Chiudiamo contratti, collaborazioni, perfino amori con un sms. Ma spesso siamo in difficoltà a gestire una relazione, una frustrazione, un conflitto.  A testa bassa. Possiamo dire con la leggerezza di un bit le peggiori cose di un collega, di un docente, di un professore, di un amico. Ma non faccia a faccia: siamo coraggiosi soltanto on line.

C’è qualcosa che mi fa pensare. Scriviamo stati, mandiamo tweet. Quasi ossessivamente. Postiamo selfie (un modo più moderno di dire autoscatto) con un narcisismo imbarazzante. Non per fare memoria, nella maggior parte dei casi, ma per mostrare, per mostrarsi. Per documentare ogni azione. Non importa quale. Basta esserci. A testa bassa qualcuno vedrà, leggerà. Eppure spesso dai nostri social rimane fuori il mondo: il nostro, quello vero. Se vogliamo davvero fare dei passi avanti dobbiamo provare a usare questa grande tecnologia in modo diverso. Dobbiamo portarci dentro la responsabilità, l’essere adulti, per davvero.

La vera questione allora non è entrare nei social, conoscerli, sapervi avere accesso. Ma abitarli responsabilmente, usarli per evolvere. Questa è la sfida. Questo il mandato.

Alziamo la testa. Guardiamo il mondo. Guardiamo la vita. La vita non è quella on line. La nostra umanità si gioca nelle relazioni, nello stare nel mondo, nelle città, nelle situazioni, non nel ritirarsi da esse. Alziamo la testa e cerchiamo sguardi oltre ai bip. Potremmo accorgerci che un buongiorno è molto meglio di un tweet.

Simone De Clementi

"Wide awake" (foto di Elisabetta Arici)

“Wide awake”
(foto di Elisabetta Arici)

La forza dell’alternanza: cambiare si può

“Il buon politico è quello che sa lasciare una buona eredità. Un Paese sano, un buon ricordo, politici migliori di lui che continueranno il suo lavoro. E che sa insegnare a fare a meno di lui”

(Simone De Clementi)

 

O la politica è una cosa seria o non è.  Se vogliamo davvero cambiare, dobbiamo saper esprimere con coerenza la novità dei tempi.

Non con l’ostinata fedeltà a una ideologia, come nel passato, o come spesso accade ancora, bensì con l’incrollabile fermezza nel seguire la voce della coscienza al servizio della comunità, dei cittadini.

E’ necessario, perché non sono i cittadini che si sono allontanati dalla politica, ma è la politica che ha abbandonato i cittadini.

Pensiamo alla “rottamazione”, parola creata da Matteo Renzi per esprimere la necessità di una rottura con il passato. Io ero a Firenze, quando nel 2010, molto osteggiato dalla politica, Renzi spiegò che voleva rottamare un sistema. Una parola forte, rottamare. Forse necessaria per il tempo. Una parola che denunciava l’impossibilità e l’incapacità della politica di immaginare nuovi scenari, di presentare uomini nuovi.

Io ho sempre preferito la parola alternanza, più rispettosa e profonda. Non c’è nessuno da rottamare, semmai sono gli assi di potere che vanno dissolti, vanno cambiati.Sono gli assi degli interessi che uccidono le comunità, che rovinano programmi e progetti. E’ l’egoismo che prevale sul servizio. Per questo, ne sono convinto, serve l’alternanza. Per evitare che l’azione politica si coauguli, si cristallizzi. Sono per una politica fluida, a tempo. Massimo due mandati. Poi si cambia, si deve cambiare, salvo casi eccezionali.

Chi amministra per troppo tempo, non fa crescere la comunità. Si lega a gruppi, a persone, e diventa schiavo del potere. Ecco perché la rottamazione deve essere coerente. Il PD non può barare. Non può chiedere il cambiamento senza farsi da parte nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni in cui governa da anni. 

Nei comuni, le giunte espressione del PD che governano da anni devono cambiare. Come quelle di ogni altra esperienza politica. Renzi stesso deve darsi un tempo, per poi venir rottamato. La buona politica e l’etica non passano per mezzo di qualche taumaturgica riforma o dalla vittoria di un partito.

Il vero rinnovamento politico, del Paese, non dipende da una nuova dottrina, ma dalla forza creativa della coscienza morale dei cittadini e dalla partecipazione.

La rottamazione non è un privilegio del PD. Deve essere la via maestra verso una sana alternanza. E’ tempo di responsabilità, è tempo di cambiamento. E’ tempo di trovare soluzioni coraggiose ed illuminate, oltre gli steccati dei partiti.

Simone De Clementi

"Verso la nuova politica" (foto di Elisabetta Arici)

“Verso la nuova politica”
(foto di Elisabetta Arici)