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Il grande viaggio: appunti per un nuovo mondo del lavoro

“Su un viaggio che non porta con sé una vittoria, non si può fare affidamento” (Ibn ‘Arabi) 

“La più importante forma di amicizia da coltivare al nostro tempo è quella tra generazioni: soltanto nella stima e nel rispetto reciproco troveremo un nuovo equilibrio, una nuova via entusiasmante da percorrere insieme” (Simone De Clementi)

“Una generazione pianta gli alberi, un’altra si prende l’ombra” (Proverbio cinese)

Ipotesi, scenari, previsioni. Il mondo del lavoro esce dal post Covid -19 con molte domande e una sola certezza: nulla sarà più come prima. Inizia un passaggio d’epoca, come rare volte accade nella storia, tra il silenzio dei più e un clima di insicurezza generale. Eppure inizia. Io chiamo questo cambiamento, profondo ed epocale, “il Grande viaggio”, un ingranaggio di situazioni che ci porteranno ad una rapida rivoluzione politica, economica, sociale ed organizzativa che interpellerà le nostre coscienze ed il nostro sistema di valori.

A che cosa guardare in questo “Grande viaggio”? Quali sono i principali elementi da tenere in considerazione per affrontarlo? Ecco alcune suggestioni. L’innovazione, di processo, di servizio, di prodotto è senz’altro un tema molto caldo ma non è il solo. Nella ripartenza post Covid -19 appare chiaro che l’area su cui occorre investire e riflettere più che mai è proprio il personale. Sì, certo, il personale, cioè ciò che consente a un’azienda di avere un valore unico, strategico, irripetibile. Oppure, all’opposto, ciò che rende un’azienda poco appetibile, nonostante i macchinari, i processi, la posizione sul territorio, la sua storia.  Il valore aggiunto è proprio quello del personale, con le sue conoscenze, la sua capacità di lavorare in team, la sua motivazione a migliorarsi costantemente e a diffondere un clima di benessere lavorativo. Le persone fanno l’azienda, qualunque essa sia, pubblica o privata, regionale, nazionale o multinazionale, perché ne incarnano lo spirito, la missione e i valori. Le persone garantiscono concretamente con il loro comportamento e il loro lavoro ciò che l’azienda persegue idealmente con la carta: la qualità, la garanzia verso i clienti, l’affidabilità, la responsabilità sociale d’impresa, ovvero le implicazioni di natura etica all’interno della visione strategica adottata. Insomma tutto quello che è scritto, dichiarato, pubblicizzato passa e prende senso solo attraverso un’adesione vera e sincera delle persone, a ogni livello organizzativo.

Tecnologia amica

Oggi, in questa situazione particolare di emergenza, esiste anche una grande possibilità: quella di rivedere i processi, l’organizzazione, le politiche del personale, le strategie. E vi è inoltre l’opportunità di pensare a ciò che sarà, con modelli razionali/anticipatori che permettono di entrare nel futuro con fiducia. Facciamo esempi concreti: sul lavoro la diversità anagrafica è un patrimonio, una risorsa che questo momento storico ci offre.  Un’opportunità dunque, un punto di forza, non un punto di debolezza come molte imprese purtroppo ancora credono. I più lungimiranti sviluppatori di talenti (Talent Developers, n.d.a.), cioè quei professionisti che hanno il compito di far emergere e sviluppare il talento dei dipendenti curando i percorsi di apprendimento e l’aggiornamento continuo delle competenze, ritengono che una forza lavoro multi-generazionale contribuisca in modo significativo al successo di una azienda. Da un lato ci sono le giovani generazioni, con l’energia e l’entusiasmo che, se giustamente alimentate, possono portare nuove idee, nuovi approcci, velocità e forza; dall’altro abbiamo le generazioni esperte, che giustamente motivate possono contribuire non soltanto alla crescita professionale dei più giovani, ma anche alla trasmissione della memoria, dei valori aziendali attraverso simboli, narrazioni e la trasmissione della conoscenza tacita, trasmissibile solamente con metodologie autobiografiche. Il compito di un’azienda è allora quello di saper vedere questa situazione e di aiutare ogni generazione a fare buon uso dell’esperienza, della prospettiva e dei punti di forza dell’altra.

Generazioni insieme

Che cosa è necessario allora tener presente per evitare errori e fraintendimenti, per costruire team affiatati e per fare in modo di diffondere concretamente il ben-essere organizzativo, quell’indicatore spesso trascurato che può condurre a ottenere brillanti risultati? Certamente è importante sapere e analizzare che cosa conta di più in un lavoro per ciascuna generazione. Spesso questo non si fa, viene dato per scontato, o, peggio, nemmeno si osservano i differenti punti di vista generazionali. Una occasione persa! In secondo luogo è importante individuare quali sono le strategie di fidelizzazione che funzionano meglio per le varie generazioni, evitando l’uscita di risorse valide verso altre mete. E, non da ultimo, occorre allestire con cura e obiettivi misurabili una forza lavoro multi-generazionale e multiculturale fornendo a tutti, e in particolar modo alle figure con responsabilità di gestione e di coordinamento, le conoscenze adeguate. Chi percorrerà questa via farà fruttare la diversità anagrafica e otterrà indubbi benefici.

Un altro esempio è quello dell’utilizzo avanzato e per obiettivi del lavoro agile (smart working): in questo modo i tempi morti si riducono, la responsabilizzazione è alta ed anche il benessere dei dipendenti è facilitato. Ciò che conta non è tanto il tempo lavorato, ma la qualità del tempo lavorato, la capacità di raggiungere obiettivi, l’abilità di crearne di nuovi. I temi più caldi sono ovviamente quelli della formazione a questa tipologia di lavoro che necessita di nuove prospettive e quelli legati alla sicurezza e all’innovazione dei dispositivi e dei programmi messi a disposizione dei lavoratori.

Ancora, è importante focalizzarsi sulla motivazione e sull’acquisizione per la totalità del personale delle cosiddette soft skills, spesso bistrattate, giudicate inutili e poco attinenti a molte professionalità. La loro diffusione capillare e ad alti livelli di qualità è invece secondo molti esperti in Risorse Umane una delle più importanti innovazioni in questo incerto momento storico e rappresenta sicuramente un patrimonio sia per le imprese sia per i lavoratori, sempre più spesso chiamati a ripensare il proprio progetto di vita e di lavoro.

Infine, e non da ultimo, vi è il tema della sicurezza. Troppo spesso più che agire si è prodotta carta, si è chiuso un occhio o anche due su ambienti, procedimenti, presenza e corretto utilizzo di dispositivi. L’attuale emergenza sanitaria va a sollecitare con forza anche questo aspetto, unendo il rischio sanitario a quello intrinseco a ciascuna tipologia di lavoro. Ecco allora l’importanza di investire certo su una adeguata formazione, su dispositivi e procedure a norma ma soprattutto sulla diffusione di una cultura della sicurezza, la vera grande assente nel nostro Paese.

Il “Grande viaggio” è allora tutto questo, e anche altro che occorre immaginare e realizzare insieme. In un momento di difficoltà si tratta di una grande occasione che ci regala la storia per ripensare, innovare e creare situazioni più umane, più rispettose delle persone e dell’ambiente e soprattutto più capaci di promuovere un’idea di lavoro capace di premiare le eccellenze e di essere competitiva, senza tagli vestiti da ottimizzazioni ma attraverso investimenti capaci di portare prima a evitare sprechi poi a generare abbondanza.

Simone De Clementi
(Foto Elisabetta Maria Arici)

 Simone De Clementi

Note sull’avvenire delle RSA

“Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona”
(Carl Gustav Jung)

“Ripensare il modello di assistenza significa prendersi cura concretamente di tutti i soggetti presenti nella relazione terapeutica: operatori, ospiti, familiari. E significa farlo a livello biologico, sociale, psicologico, culturale” 

(Simone De Clementi)

L’emergenza covid-19 ha fatto emergere molte criticità e contraddizioni all’interno del sistema delle Residenze sanitarie assistite (RSA). Bisogna chiarirci: è stato un fattore  di stress eccezionale certo, ma il sistema non funzionava già da prima. Se in alcune strutture si lavorava con metodo, con impegno, con dedizione, facendo attenzione al benessere sia degli operatori sia degli ospiti, in altre strutture questo non accadeva.  Vi erano criticità evidenti e problemi nascosti, spesso causati da un sistema molto burocratico e poco centrato sulle persone. Ora, con quello che è successo, abbiamo improvvisamente aperto gli occhi su un mondo nascosto, o meglio trascurato, poco conosciuto nelle sue dinamiche, spesso considerato una fastidiosa appendice della Sanità.

Eppure i numeri raccontano di 4.629 RSA sul territorio nazionale, di cui 2.651 al Nord, 668 al Centro, 493 al Sud e 817 nelle isole, per un totale di 340.593 posti letto (dati GNPL National Register). Un quadro che comprende eccellenze e mediocrità, progetti innovativi e disorganizzazione ed anche casi in cui si registrano negligenze, violazioni e disinteresse verso i dipendenti e verso gli anziani. Un quadro che racconta di costi sempre più alti, spesso insostenibili per le famiglie e per la collettività. Un quadro che racconta anche di una popolazione anziana molto numerosa, fragile, con patologie sempre più complesse e impegnative da trattare in molte strutture. Un esempio su tutti i pazienti con deterioramento cognitivo (Malattia di Alzheimer, demenza fronto-temporale, eccetera), categoria in continuo aumento da almeno una ventina d’anni a questa parte e che, nella maggior parte dei casi, non ha reparti ad hoc ma si trova a convivere con gli altri ospiti, con tutte le difficoltà connesse per gli operatori e con evidenti problemi di sicurezza e di gestione del rischio.

Ci siamo stupiti di una narrazione che ha portato alla luce la debolezza di un sistema che, già fragile, spesso non ha retto all’onda del contagio, eppure i dati sono chiari. Il Report dell’Istituto Superiore di Sanità datato 20 aprile 2020 segnala come principali criticità la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI), l’assenza di personale sanitario, la scarsità di informazioni sulle procedure da attuare per contenere le infezioni e la carenza di farmaci. Si tratta di criticità che possono mettere a rischio l’esigibilità dei diritti fondamentali della persona, dunque sono eticamente inaccettabili.

Questi sono i fatti: ora, più che giudizi, interessano proposte e prospettive. Occorre un mutamento fondamentale nel settore e, per metterlo in atto, occorre una “visione” capace di immaginare il “dopo”.

I problemi più frequenti nelle strutture interessano più aree, spesso collegate tra loro. Penso per esempio alla selezione del personale, dove si cercano divise e non persone. L’idea diffusa è che basta avere una qualifica e il gioco è fatto. Non è così: assumere qualcuno in emergenza o valutando il suo curriculum è facile, quasi banale. Ma assumere una persona valutando se è la persona giusta per il contesto, per il team lo è molto meno. La cultura aziendale, l’efficienza dell’organizzazione, la rispondenza alla mission partono da qui. Avere persone ragionevolmente motivate e disposte ad aiutarsi fa la differenza, soprattutto in situazioni di emergenza. Penso all’attenzione all’ospite, soprattutto in momenti fondamentali, come l’igiene, il pasto, le attività educative. I momenti di solitudine e sconforto. Vi sono vari modi di lavorare, di garantire almeno ciò che al buon senso appare evidente e scontato. Ma scontato non è. C’è una qualità cartacea, un rispetto di standard e di regole apparente, ed uno reale, concreto. Vi sono parametri economici e valori etici. L’equilibrio è una virtù che si raggiunge con la pianificazione, la visione, lo studio. E anche con investimenti.

Penso ancora alle strutture, a come sono costruite, a come sono organizzati gli spazi interni e quelli esterni. Spesso sono datate, inadeguate allo scopo, con problemi di accesso e con difficoltà a reperire spazi adeguati in caso di isolamento. Ecco perché una nuova stagione di architettura e di ingegneria per il sociale è da pensare e da realizzare, con al centro  le esigenze degli anziani del nuovo millennio, così diversi da quelli del secolo scorso; fatta di materiali adeguati, naturali,  di percorsi a colori, di luce, di esperienze tattili, di benessere e di sicurezza.  Penso agli strumenti a disposizione degli operatori, indispensabili per la sicurezza degli ospiti e del personale stesso e che spesso mancano o non sono utilizzati. Penso all’importanza della prevenzione anche all’interno del sistema assistenziale, intesa soprattutto come risorsa capace di educare e stimolare la capacità dei singoli a prendersi cura di sé. Penso all’attenzione che dovrebbe avere una corretta alimentazione, il primo tra i farmaci.

E certo, penso soprattutto alla formazione

Innovazione digitale in RSA: Il futuro è anche questo

specifica degli operatori, sia tecnico-professionale sia relazionale, a volte trascurata o sottovalutata. Non è possibile affrontare situazioni complesse senza un adeguato aggiornamento, senza lavorare sulle novità proposte in campo medico, educativo, assistenziale, senza diffondere le conoscenze linguistiche e comunicative essenziali per saper far fronte alle richieste dei familiari, alla relazione con le persone anziane. Non si può pensare di offrire umanizzazione nelle cure se non si lavora per costruire team efficienti, efficaci e soprattutto motivati. Incoerenze di un sistema che deve cambiare. Dunque, più competenze agli operatori, più formazione anche in settori che finora venivano trascurati. Capacità di gestire emergenze, a tutti i livelli. Su questo occorre puntare. Come occorre puntare sulle nuove tecnologie, su dispositivi ad hoc capaci di mettere in contatto i familiari con gli ospiti a distanza, su tecnologie capaci di portare davvero la digitalizzazione dei dati nelle strutture e di renderli fruibili a medici, laboratori, ospedali. Informatizzare, formare e umanizzare: tre parole che devono ispirare il domani.

Io non sono scoraggiato riguardo al futuro. D’accordo che il facile ottimismo di ieri è impossibile; d’accordo che ci troviamo di fronte a una crisi mondiale che ci lascia sgomenti di fronte al domani. Ma ogni crisi ha al tempo stesso i suoi rischi e le sue possibilità. Può significare blocco o rinnovamento. Dipende da noi, soltanto da noi. Questo è un momento di fine e di inizio.

I vecchi sistemi di lavoro e di organizzazione non possono essere la risposta per il futuro, ed inevitabilmente scompariranno. In un momento buio e confuso, avere questa certezza, avere questa determinazione ci può condurre a realizzare un sistema migliore.

                                                                                                                                                      Simone De Clementi

Appunti per il tempo che verrà

“Ciò che contraddistingue le menti davvero originali non è l’essere i primi a vedere qualcosa di nuovo, ma il vedere come nuovo ciò che è vecchio, conosciuto da sempre, visto e trascurato da tutti” (Friedrich Nietzsche)

“Una crisi, dolorosa, profonda, quasi assurda può portare in sé i semi di una grande rinascita, di un mondo più giusto e migliore. Tocca a noi decidere, tocca a noi accorgerci se cambiare la rotta o proseguire indifferenti verso il Nulla” 

(Simone De Clementi)

Qualcosa non andava. Ora ce ne rendiamo conto. Anzi, molti tra noi in questo periodo hanno avuto una conferma di qualcosa che avevano in qualche modo già intuito. Meglio mettere ora, mentre siamo ancora in emergenza e Dio sa fino a quando, queste cose per iscritto. Per riflettere, immaginare il mondo che ci sarà dopo. E realizzarlo insieme, con una visione differente. E con Amore.

Iniziamo dalle nostre città, dai nostri Paesi. Le abbiamo spesso svuotate dei servizi essenziali, dei negozi che garantivano il necessario per la nostra vita: alimentari, botteghe, artigiani, negozi di prima necessità. Perfino farmacie.  Il consumismo e la legge del profitto ci ha portati a costruire grandi centri commerciali, con grandi negozi, con grandi parcheggi, ma lontani dalle nostre case. Perfetto: quando però non possiamo uscire da un territorio, da un comune, capiamo l’importanza del negoziante nel nostro paese, nel nostro quartiere. Comprendiamo l’importanza di un servizio, aldilà di ogni questione di prezzo. E, se ci pensiamo, vediamo anche che sono proprio quei grandi centri commerciali che hanno fatto chiudere i negozi nei nostri paesi. Abbiamo fatto del consumismo una divinità, anche quando i primi segnali di poca sostenibilità iniziavano ad arrivare. Ora questi luoghi appaiono per quel che sono: irreali, alienanti, inutili, perché sono lontani e perché con una pandemia in corso non è proprio il massimo andare in posti con un casino di gente. La città di domani dovrebbe tenerne conto, e far tornare a vivere le attività commerciali nei comuni, nei rioni, nelle frazioni è segno di lungimiranza e di umanità, di nuova economia. Di incontro e di solidarietà, di innovazione e di qualità della vita.

Città viva (Foto di Simone De Clementi)

Lo stesso discorso vale per i servizi. Chiusi molti uffici postali, ci sono pochi studi medici (pochi dottori per scelta e diciamolo, sbagliata, grazie al numero chiuso), uffici pubblici ridotti e spesso decentrati.  E molto altro, basta metterci la testa. Può essere tutto informatizzato? Direi di no. Con i servizi educativi, con i servizi alla persona e con i servizi pubblici non si risparmia, si investe. Si investe bene, ovvio. Ma si investe. Ricordiamoci di chi ha chiuso ospedali, ambulatori, uffici. Ricordiamoci di chi ha diminuito i mezzi pubblici. Di chi ha chiuso scuole, asili, centri ricreativi. Tutto in nome dell’ottimizzazione, del risparmio. In realtà hanno fatto tagli senza senso che hanno peggiorato la nostra vita, perché gli sprechi, diciamolo, erano proprio da altre parti. Ospedali senza posti letto, forze dell’ordine senza benzina e mezzi, comuni spesso sotto organico e con uffici obsoleti, strade e ferrovie inadeguate, meno servizi. E tasse sempre e comunque più alte. Qualcosa da ripensare forse l’abbiamo.

Vogliamo parlare poi della scuola, di ogni ordine e grado, maltrattata, violentata, ridotta al silenzio? I bravi docenti non bastano perché non hanno gli strumenti, spesso quelli essenziali. Molte scuole sono vecchie, inadeguate. I programmi certamente lo sono. Il rispetto dei ruoli, fondamentale per ogni agenzia educativa, perso. Poca meritocrazia, tanta approssimazione. Anche a livello universitario, il più alto grado d’istruzione del nostro Paese. Tanta fuffa, più laureati ma nella maggior parte dei casi di livello inferiore, con meno qualità. Le tesi della triennale sono spesso una vergogna, una mancanza di rispetto verso i candidati, verso la loro intelligenza. È lo specchio del Paese, meno qualità da un lato, più approssimazione dall’altro. E questo in ogni campo: nella politica, nazionale, regionale, comunale in ogni schieramento; nelle professioni, nelle arti e nei mestieri. Nella scienza, nella medicina, nella formazione.

Il lavoro poi. Più che diffondere benessere, crescita personale, merito si ha il coraggio di proporre ancora il sacrificio come valore, la quantità al posto della qualità, l’adulazione dei superiori al posto della meritocrazia, il potere personale al posto di un’ organizzazione razionale. In qualunque realtà ciò che conta sono la relazione, la fiducia e l’armonia. Queste cose sono alla base di ogni successo, di ogni capacità di competere lealmente sul mercato. Il lavoro è la via che deve garantire non soltanto sussistenza ma anche dignità a una persona. Dunque va pagato. E chi lavora meglio va pagato di più, garantendo un minimo a tutti. Le aziende che hanno innovato, premiato, trattato bene e scelto con oculatezza il personale sono vive, sono sul mercato. Le altre sono fallite o falliranno, e francamente non è una disgrazia.

E, non da ultimo, ci sono i valori che si trasmettono concretamente con i messaggi che diamo e con i comportamenti che mettiamo in essere. Quali sono i valori che potrebbero servirci, passata l’emergenza? Certamente una competizione virtuosa, volta alla collaborazione più che all’eliminazione dell’altro. Una gara per permettere a ciascuno di esprimere il suo talento, il suo lato migliore, ma con la volontà di condividere il sapere e le buone pratiche. Poi solidarietà e attenzione alla qualità della nostra vita e all’ambiente più che al solo profitto: utile certo, ma non come ragione di vita. Ci sono molti modi di essere ricchi e forse non ce ne rendiamo conto. Ancora giustizia, che è un equilibrio virtuoso tra il rigore e la misericordia. Poi bellezza e cultura, perché è con quelle che nel passato il nostro Paese ha conosciuto i suoi momenti più importanti, sereni, creativi. E innovazione e memoria, unite, perché abbiamo bisogno di collaborazione, di energia e freschezza ma anche di riflessione ed esperienza. Abbiamo bisogno di un patto generazionale perché questo è stato alla base di ogni grande civiltà, delle convivenze umane felici, feconde: la coesione e l’ascolto, la collaborazione tra le generazioni. Con una convinzione precisa: nessuno si salva da solo.

È da questa visione che dipenderà il nostro esserci, quello dei nostri figli, delle generazioni future. È dalle scelte concrete che faremo, figlie di questa visione, che dipenderà la qualità della vita, nostra e di tutti gli esseri viventi su questo meraviglioso pianeta. Intuirlo è fantastico, iniziare a pensarci insieme e agire è sacro.

Simone De Clementi

Oltre la comunicazione: l’azione verbale come via per il Nuovo Mondo

“Dio si manifesta in ogni cosa, ma la parola costituisce

 uno dei Suoi mezzi preferiti per agire, giacché esso è il pensiero trasformato in vibrazione.

Parlando, introduci nell’aria intorno a te ciò che prima era soltanto energia.

Stai sempre molto attenta a tutto quello che dici – continuò Wicca. La parola possiede un potere più

 grande di molti rituali”.

(Paulo Cohelo)

“Siamo il respiro di una narrazione vivente che si nutre di testi.

Un buon cibo dona gioia e una buona vita ”.

(Simone De Clementi)

Le parole sono importanti. Le parole fanno, creano mondi. In questi giorni ne abbiamo prove tangibili. La nostra vita ha avuto una variazione di qualità, verso il basso, non tanto per il diffondersi di un virus, quanto per la narrazione di questo evento. La narrazione presentata, da giornalisti, scienziati, politici, autorità è stata per lo più volta a colpire i nostri pensieri e le nostre emozioni portandoci verso uno stato di non salute. Come? Beh, è semplice: ogni pensiero, ogni riflesso a livello della mente fa attraversare a tutta la nostra chimica interna un cambiamento. Il nostro corpo sta meglio o peggio con il variare delle parole che ascolta, che dice, che pensa. E il cambiamento provocato dalla narrazione in questo inizio 2020 non è certo stato bello.

Il cattivo uso della narrazione è un fenomeno che accade spesso. In modo consapevole a volte, inconsapevolmente altre: il fatto è che non vi è molta differenza, gli esiti sono quello che conta. La soluzione è facile ed è a nostra portata. È una soluzione innovativa, poiché l’innovazione passa da molte strade. Vi sono eventi che, se ce ne accorgiamo, ci danno la possibilità di migliorare, di evolvere, di fare qualcosa di davvero importante per noi e per gli altri tra moltissime cose che facciamo soltanto per obbligo o per routine. I mutamenti ambientali, i flussi migratori e la loro gestione, le condizioni economiche dei nostri tempi, gli allarmi epidemiologici collegati alle emergenze sanitarie e molti altri segni raccontano, se ci facciamo caso, di competenze su cui investire. Competenze utili, se non indispensabili, per abitare i tempi che ci stanno venendo incontro.

“Parole oltre la cornice”
(foto di Elisabetta Arici)

Mai come ora appare evidente che nel Nuovo Mondo, nella società che è alle porte, le cosiddette competenze relazionali (soft skills) saranno necessarie per collaborare, per convivere, per realizzare business e servizi, per fare un salto di qualità nella politica, nella Pubblica Amministrazione, nella Scuola, nella sanità e nel sociale, nell’impresa. Ovunque. Andranno a permeare ogni segmento della società in modo importante, non per obbligo ma per richiesta. Saranno in una parola strategiche e di fatto lo sono già: il fatto è che non ci abbiamo dato troppa importanza, ci abbiamo pensato poco.

È giunto il tempo di occuparcene, perché il risultato che possiamo ottenere è il miglioramento della nostra vita, della nostra convivenza civile. Certo, queste competenze vanno profondamente ripensate. Nell’ultimo decennio si è investito con più o meno convinzione soprattutto sull’area “comunicazione”. Molte volte con qualità e progettualità, altre volte con approssimazione; a volte con interessanti sperimentazioni, altre volte con luoghi comuni e inesattezze. Chi ha puntato davvero sulla qualità ne ha tratto giovamento, in ogni contesto: interno, esterno, nelle vendite, nel marketing, nel miglioramento del benessere lavorativo, nella motivazione di individui e gruppi.

Oggi sono dell’idea che questo paradigma vada profondamente rivisto. Per penetrare con più precisione e coscienza nell’argomento e, soprattutto, per rendere queste competenze effettive nella realtà odierna, profondamente differente da ciò che è stato.

È tempo di cambiare visione passando dal concetto di comunicazione, parola di trasmissione e passività, di equivoco e di opinione, a quello di azione verbale.  L’azione verbale è la coerente corrispondenza tra parole pensate, pronunciate o scritte e azioni, tra codici di comportamento e comportamenti, tra regole e gioco, inteso nel senso ampio di ogni attività organizzata umana. L’azione verbale si occupa delle relazioni e delle interazioni che si creano tra le persone, partendo dalle parole.  È qualcosa di ampio, di vasto, di attivo che prevede comportamenti basati sulla reciprocità, capaci di stimolare la critica e la crescita conseguente di singoli e gruppi al fine di ottenere un incessante miglioramento dei soggetti interessati e, addirittura, delle istituzioni stesse. L’azione verbale è capace di andare oltre la spinta corporativa e settoriale che vede tante piccole realtà dialogare al loro interno senza riuscire a rapportarsi con gli altri, tante famiglie sociali e professionali chiudersi al loro interno, con i propri linguaggi, i propri segni, i propri riti senza trovare intersezioni di interessi e di intenti.

L’azione verbale è poi un’azione testuale, cioè un’attività capace di prendere in considerazione ogni testo: immagini, suoni, parole, simboli, gesti, abiti sono tutti esempi di “textum”, ovvero di intrecci di interazione. Una parola giusta può in sintesi essere smentita da un’immagine, da un suono, da un gesto e viceversa. Ogni testo è capace di creare un mondo e la scelta consapevole delle parole è in grado di mutare il mondo in cui ci troviamo a vivere. Abbiamo nelle nostre mani insomma una grande responsabilità.

È subito chiaro che le varie forme in cui la comunicazione è stata declinata, come per esempio “comunicazione per vendere”, “comunicazione assertiva”, “comunicazione di crisi” eccetera, vengono molto ridimensionate per lasciare più spazio a una cornice più grande, più completa, che pur affrontando le specifiche di particolari situazioni trova unità in una visione più generale, “olistica” nel significato etimologico del termine. In questa cornice occorre lavorare sulle competenze relazionali in profondità, costruendo una metacompetenza capace di coinvolgere attivamente le persone. Le metodologie didattiche adatte al compito sono più fluide di quelle tradizionali e basate sul gioco, sulla rappresentazione, sulla conoscenza dei punti di forza e dei punti di debolezza dell’individuo e sull’espressione in situazione dei contenuti appresi. Teoria certo, ma soprattutto una costante pratica, un lavoro di affinamento progressivo con un costante aggiornamento. In questa cornice l’altro è visto come alleato, come elemento allenante che sprona a ottenere sempre migliori risultati. La competizione lascia il posto alla collaborazione, alla correzione reciproca tesa al raggiungimento dei risultati migliori.

È facile entrare con gioia in tempi migliori, con la coscienza e la consapevolezza che siamo noi a crearli, ogni giorno, con le nostre scelte. E con le nostre parole. Se vogliamo davvero innovare e cambiare il nostro Paese, Pubblica Amministrazione in primis, è importante aiutare tutti, dipendenti, dirigenti, decisori politici ed economici, cittadini a fare un salto di qualità. Per il loro bene, per il nostro. Occorre fare certo, ma occorre anche scegliere le parole giuste, i testi più efficaci. Saranno proprio queste nuove modalità a costituire un nuovo Filo di Arianna capace di condurci in quella che Karl Popper definiva “Società Aperta”.

Nuovi contenuti, nuove modalità didattiche, nuovi obiettivi. Corsi che sono percorsi di vita, di esperienza, di consapevolezza. Ingredienti nuovi e magici per cambiare la solita zuppa. Le idee ottime hanno fatto il loro tempo: è tempo di creare qualcosa di veramente straordinario.

Simone De Clementi

Verso un nuovo paradigma: gestire i conflitti con la pratica collaborativa

“La disciplina mentale non richiede alcuna credenza o fede, ma soltanto la presa di coscienza che lo sviluppo di una mente più calma e limpida è un obiettivo nobile” (Dalai Lama)

“Prima di entrare in un conflitto è importante avere gli strumenti per comprenderlo, per gestirlo. E quando padroneggiamo questi strumenti ci accorgiamo che la maggior parte dei conflitti semplicemente si risolvono” (Simone De Clementi)

Non è facile scardinare certe credenze. Sono come scritte nel nostro DNA, tramandate dalla cultura, dalla famiglia, dalla scuola, dal pensiero dominante. Una di queste credenze è quella che afferma che “bisogna prendere un avvocato solo per fare la guerra”, per avere ragione, per distruggere chi sta dall’altra parte. Una visione particolare, che intende i professionisti come pugili pronti a suonarsele, perché pagati, e spesso non si sa bene il perché, qual è l’obiettivo, che cosa davvero vogliamo e, ancor di più, che cosa possiamo ottenere.

Accade in molti casi: che ci sia di mezzo un’eredità, una lite per un confine, un problema di vicinato o con un professionista o altro poco importa. La credenza è forte e permane anche nel campo delicato del diritto di famiglia: le separazioni, pensiamo, devono essere sanguinose e litigiose. È nella loro natura.

Il libro di Armando Cecatiello “Separarsi bene con la pratica collaborativa” (Cornaredo, red!, 2017, 157 pagine, 10,00 euro TEMPO STIMATO DI LETTURA: DIECI GIORNI), presenta un punto di vista differente. Partendo dalla constatazione che la fine di una relazione è sempre un momento non facile, un’esperienza che porta con sé sofferenza, l’autore si chiede se sia sempre necessario aggiungere risentimento, desiderio di vendetta, rabbia, un mix di elementi che rovina la vita di tutte le parti coinvolte. Spesso l’esito dei processi di divorzio è fatto di storie di distruzione personale, familiare e finanziaria: una sconfitta, in ogni caso, per tutti.

Per fortuna esiste un altro modo di vedere le cose, un altro sentiero che è possibile percorrere quando i rapporti s’incrinano, gli interessi divergono. Si tratta della pratica collaborativa, una modalità di risolvere le controversie che ha avuto il suo esordio negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, ad opera di Stuart Webb, avvocato di Minneapolis e giunta in Italia attorno al 2010.

Il cuore della pratica collaborativa è una negoziazione centrata sugli interessi e sui bisogni delle parti che riconoscendosi e legittimandosi, divengono protagoniste di tutto il percorso. Come scrive l’avvocato Cecatiello, il metodo non contenzioso è “la via attraverso cui si riscopre la capacità di comunicare efficacemente e di individuare le soluzioni più vantaggiose, piuttosto che demandare a un giudice ogni decisione sul futuro”. In questo percorso, le parti sono affiancate da un team interdisciplinare di professionisti formati al procedimento collaborativo (avvocati, facilitatori della comunicazione, esperti finanziari) che li supportano nella fase di accordo: chi infatti è più competente nel risolvere le divergenze di una separazione se non gli stessi coniugi?

La lettura ha il pregio di esporre chiaramente e attraverso esempi concreti il cuore della pratica collaborativa e il suo cambiamento di paradigma rispetto allo schema classico. Se è vero che questo modello non può essere sempre adottato (come scrive Cecatiello “la pratica collaborativa non può essere utilizzata nel caso in cui una delle parti non si senta libera di decidere, stia subendo pressioni, sia sotto ricatto o tema gravi ripercussioni su di sé o sui figli minori”), è pur evidente che propone concretamente un approccio alle separazioni, ma in generale ai conflitti, fondato sulla trasparenza, sulla fiducia, sul riconoscimento dei reciproci bisogni e desideri. Propone una via che conduce a una società non già meno litigiosa, ma più responsabile, più giusta, più propensa a guardare al futuro che a perdersi in un crogiuolo di sentimenti nocivi, come la rabbia e il rancore. In alcuni Paesi la pratica collaborativa è stata estesa nell’ambito commerciale e nel settore del diritto del lavoro: i risultati sono stati eccellenti. Il messaggio è che possiamo trovare accordi convenienti, ma ancor più precisamente che è importante mantenere una buona relazione tra le parti anche dopo l’accordo.

L’approccio collaborativo ha infine il merito di farci riflettere sulla figura dell’avvocato e su che cosa ci aspettiamo quando ci rivolgiamo a lui. La lettura del libro ha rafforzato in me alcune convinzioni e mi ha sollecitato molte riflessioni. Un bravo avvocato deve certamente entrare quasi “in simbiosi” con il cliente raccogliendo ogni tipo d’informazione sul caso e rappresentando chi lo paga. Ma non essendo coinvolto in prima persona, distaccandosi da emozioni e passioni che spesso possono condurre a visioni distorte, un buon avvocato deve saper negoziare nell’interesse di una causa più grande che prevede la soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Un buon avvocato deve anche saper dire dei no capaci di far intraprendere strade più vantaggiose. Se ci pensiamo, la negoziazione è la strada attraverso cui persone con valori e interessi anche molto diversi devono percorrere per trovare soluzioni costruttive per vivere e lavorare insieme in gioia e serenità. E un buon avvocato deve essere capace di affiancare il cliente per fargli vedere la soluzione migliore, che è già presente nella situazione e va solo portata alla luce.

La credenza che un avvocato serva solo per litigare lasciamola al passato, al mondo che vogliamo lasciarci alle spalle. Diamo valore a questi professionisti, diamo valore alla nostra vita, al nostro tempo. Facciamoci aiutare quando siamo offuscati dalle tenebre del nostro cuore, scegliamo persone capaci di riportare la luce nella nostra vita. Professionisti che sanno essere guerrieri in un senso più vasto. Come diceva Toro Seduto Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità”. Ecco, questo è un buon modo di intendere il mestiere di avvocato. Ricordiamocene quando lo cerchiamo, chiediamogli di trovare soluzioni vantaggiose, non di scatenare guerre nella maggior parte dei casi inutili. Chiediamogli di gestire i conflitti, non di alimentarli. I primi a rimetterci, in fondo, siamo noi stessi.

Simone De Clementi

Fare non basta

“Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa”

(Madre Teresa di Calcutta)

Prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine, scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione”

(Platone)

 “Il mio talento è ciò che devo fare. Infatti si fa in base a ciò che si è”

(Simone De Clementi)

L’importante è fare. E, dopo aver fatto, dirlo, altrimenti non conta. Questi i dettami della nostra società che non ha dubbi sulla loro bontà e sul loro valore.

Per questo s’insegna già ai bambini a darsi da fare, a impegnarsi in mille attività, a occupare il tempo facendo. E a raccontarlo, a documentarlo in una narrazione senza sosta. Ma, è triste dirlo, anche senza qualità. Più passa il tempo più tutti fanno: male però.

Un bel problema, che sembrerebbe in contraddizione con le categorie di efficienza ed efficacia che reggono la nostra economia e che sono ormai applicate (almeno nominalmente) in ogni settore, dalla sanità alla produzione di Wonderbra. Com’ è dunque possibile essere paladini del fare e poi constatare che si hanno risultati non all’altezza? Quali possono essere le cause? E le soluzioni?

A ben vedere la ragione è semplice: si fa in base a quello che si è. E, se non si coltiva l’essere, il fare diventa un idolo, un muoversi sgraziato, un realizzare un elenco di azioni insensate, persino inutili. Molte azioni (inutili e casuali), pochi gesti (movimenti finalizzati alla soddisfazione, al risultato). Abbiamo creato una società piena di persone che fanno certo, ma senza professionalità, fanno ma come dilettanti. Ce ne accorgiamo quando, per i casi della vita, ci imbattiamo in loro: possono dirsi imbianchini, OSS, infermieri, idraulici, insegnanti, commesse, assessori. Grafici e badanti. Possono presentarsi in mille modi a noi, dicendosi tante cose. Ma noi in loro incontriamo soltanto delusioni, frustrazioni, rabbia. E tanta, tanta approssimazione.

Come mai? La risposta più inattuale che mi è arrivata, ed anche la più credibile, è che un demone potente si è accasato nel nostro pensiero, il demone che dice che tutti possono fare tutto, non occorre aiuto. E non occorre tutta questa professionalità. In una società che paga poco e che riconosce poco il valore altrui, chi si improvvisa è beato. Poi c’è la tecnologia, ci sono i tutorial, ci sono i corsi a 9,99, c’è la buona volontà. Non vorremo per caso affidarci ad altri, quando possiamo farlo noi o lo possono fare i nostri amici, o amici di amici. In fin dei conti, che ci vuole? L’hai fatto? Si. Il come quasi non interessa, è una domanda superflua e che nella maggior parte dei casi è anche una scocciatura, come chi ingenuamente la pone.

Che sarà mai fare una fotografia? Che ci vuole ad insegnare, a vendere, a fare coaching. Scrivere? Ma lo sanno fare tutti! E poi fare animazione o assistenza a un anziano, a un disabile… sono cose elementari, bisogna anche studiare? Ecco, il demone sta lavorando.  Si è impossessato del nostro pensiero. E ci sta trascinando sempre più in basso, verso la mediocrità. Un po’ per ignoranza, un po’ per non pagare il giusto, un po’ perché siamo convinti di poter mettere il becco dappertutto: siamo un po’ idraulici, un po’ pedagogisti, un po’ allenatori di calcio, un po’ medici. E tanto altro. Diciamo la nostra senza essere interpellati e, soprattutto, preparati.

Una ben strana idea di democrazia ci ha insegnato che ogni pensiero è uguale a un altro e che ciascuno può dire ciò che vuole: la notte di Hegel, dove tutte le vacche sono nere, in confronto è un gioco da ragazzi.

Pazienza ed esperienza sono parole desuete, fuori moda. Come competenza e preparazione. Conta la velocità, l’agire. Eseguire e poi postare sui social, raccontare, uscire sui giornali. Fare un manifesto, dirlo agli amici, appuntarlo su una cartella clinica. Comunque. L’azione serve in quanto si può narrare, o certificare, conta poco la sua qualità.  Il fare per il fare dunque, senza obiettivi, senza verifiche. Seriamente, dove vogliamo andare?

Usciamo da questo tunnel orribile, da queste convinzioni limitanti. Alziamo la testa e torniamo a vedere la luce. Come? Semplice. Diciamo chiaro e tondo che fare non basta. Poi insegniamo questo concetto, ripetiamolo. E mettiamolo in pratica. Perché prima del fare c’è il pensare, e per pensare occorre essere o nulla ha più senso.

La formazione, quella vera, serve proprio a questo. Scuole, Università, corsi servono solo se hanno chiaro questo concetto, se questo è il loro fine. Sono utili se contribuiscono a insegnare che la qualità di quello che facciamo dipende essenzialmente da chi siamo. Il risultato finale è figlio della nostra motivazione, del nostro sapere. Dell’alleanza tra il nostro cervello e il nostro cuore. Di come siamo centrati su ciò che siamo perché è da li che arriva il nostro talento. E attraverso la realizzazione del nostro talento possiamo operare con professionalità, garantire qualità e, perché no, essere anche soddisfatti, felici.

Ci vuole tempo per formare l’essere. Ci vuole tempo per affinarsi, per studiare, per comunicare con chi sta intorno in modo adulto, responsabile. Ci vuole tempo per avere professionisti completi, capaci. Persone che vanno riconosciute, pagate, motivate. Per avere sempre il meglio. Per essere competitivi. Come diceva Carl Gustav Jung, “tu sei quello che fai, non quello che dici di fare”. Un grande insegnamento che oggi ha pochi seguaci. Tutti leoni da tastiera, coraggiosi a parole, nelle dichiarazioni d’intenti. Ma se da quelle parole, se da quel dire arrivano risultati scadenti, cattiverie, fallimenti, è di questo che dobbiamo prendere atto, solo e soltanto di questo. Significa che non vi è coerenza tra parole e azioni, entrambe vuote di energia e di sostanza. Dedichiamo più tempo alle azioni, vere, reali, e meno alla loro narrazione. Una narrazione per altro nella maggior parte dei casi senza spessore, senza qualità, che viene divorata dagli eventi, dal fluire delle immagini e delle parole, come un post sulla bacheca di un social.

E proponiamo un modello centrato sull’essere. Chi è fa davvero, con qualità, in sicurezza, con risultati concreti, tangibili. Il fare ha senso soltanto se è in armonia con l’essere o se è una sua ricerca. Il resto è attivismo, fuga dal presente, giustificazione.

Riempire il tempo di attività è contro la qualità del lavoro e della vita stessa. Valorizzare il tempo di una attività è la risposta migliore che abbiamo. Una buona gestione del tempo aumenta l’autostima, la competitività, la salute. Il resto è spazzatura.

Non siamo tutti uguali, non possiamo fare tutti le stesse cose. Affermarlo è il primo passo per sottolineare la dignità delle nostre azioni, il sacro che vi è in ogni lavoro. Negarlo è proprio di chi non vuole cambiare nulla. La scelta spetta a noi.

Simone De Clementi

“Tempo per Essere” (foto di Elisabetta Arici)

Resilienza: nuove rotte per attraversare le prove della vita

“Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”
(Friedrich Nietzsche)

 “Tutto sulla Terra è resiliente: montagne, oceani, vegetali, animali. Essere resilienti, in fondo, significa essere vivi. Non esistere soltanto, ma essere vivi e coscienti di esserlo”

(Simone De Clementi)

“Resilienza – di Sergio Astori posato su una cassetta artistica di Elisabetta Arici”

Un libro può darci intelligenza, a volte sapere. Raramente la grazia di vederci trasformati al termine della sua lettura. Sergio Astori riesce a farlo con “Resilienza” (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, 140 pagine, 16,00 euro), il suo ultimo lavoro, che accosta chiarezza espositiva a contenuti di grande interesse.

Ero timoroso prima di aprire il libro: vi sono termini che un filosofo guarda con sospetto. Quando le parole diventano una moda, quasi uno slogan, non è facile portare alla luce ragionamenti e riflessioni capaci di fare crescere, di portare luce. E resilienza oggi è una parola passepartout, usata e abusata, quasi violentata dalla moda, dal momento. La maggior parte delle volte è utilizzata senza anima, appare vuota, scontata. È un puro suono, qualcosa che serve a dimostrare agli altri che in qualche modo si è aggiornati. Si ripete, ma non si è esplorata la sua anima, la sua essenza.  Bravo l’autore a proporre una lettura innovativa, multidisciplinare, propria; è stato capace, come indicato nel sottotitolo, di andare oltre, trovando nuove rotte.

Il libro di Sergio Astori, psichiatra e docente dell’Università Cattolica di Milano, è dunque una piacevole sorpresa, per almeno due ragioni. La prima è che l’autore intreccia l’esperienza personale, professionale, con eventi di cronaca che ci hanno toccato nel profondo e che, forse, inconsapevolmente ci segnano come uomini e donne nel nostro quotidiano ancora oggi. Il riferimento all’11 settembre è più di un fatto biografico: è una riflessione su ciò che uno snodo drammatico della storia può lasciare nel nostro inconscio.  Quella dell’autore è una narrazione che coinvolge e che dà sostanza ad aspetti importanti del significato della parola resilienza, come ad esempio la capacità di adattamento e la modalità individuale di affrontare il cambiamento.  Resilienza è una parola ricca, usata in discipline differenti, dalla biologia all’ingegneria, dal mondo degli affari allo sport.  Ma proprio in questa pluralità si coglie l’importanza di un vocabolo che può diventare una risorsa per la nostra società, a patto di salvarla dalla deriva del “nulla” che spesso l’accompagna.

La seconda ragione, ancor più sorprendente, è che il libro di Sergio Astori propone anche degli strumenti per “fare” e “diffondere” la resilienza. Innanzitutto a livello individuale, ma poi sorprendentemente, anche nei gruppi, nelle comunità. Le schede, inserite tra le pagine con una grafica differente, e la sintesi a fine di ogni capitolo sono le modalità con cui questo proposito prende forma. In questo senso il libro ci aiuta a ricapitolare quanto appreso a poco a poco, ci fa degli esempi concreti, diviene strumento di lavoro sia intellettuale sia professionale.

Il libro è importante per questo: rifugge dall’aggiungere altri significati, altre sfumature alla parola ma scava, va in profondità e, come scrive l’autore, “preferisce documentare diverse situazioni nelle quali si è concretizzata la dimensione resiliente dei fanciulli, delle famiglie e delle comunità”.

Il testo ha il merito di essere scritto con chiarezza e di essere capace di condurci oltre la “routine” della vita quotidiana, della stanchezza che spesso si annida proprio nei lavori di relazione, di educazione, di aiuto. Un percorso utile per insegnanti, per medici, per avvocati. Ma anche per tutti i professionisti della cura, indistintamente, e per ogni persona alla ricerca di una crescita personale.

L’Opera di Astori indica che l’anima umana, quando solca il mare della vita, può essere scossa dai venti e dalle maree, da ciò che accade intorno: ma, seguendo le stelle, fuor di metafora il nostro cuore, ha in sé la forza ed il coraggio per partecipare ad ogni attività, per far fronte a tutto. Siamo teneri e tenaci, adattabili, versatili. Resilienti. Siamo in grado di far fruttare e perfezionare tutti i beni spirituali e materiali di cui disponiamo.  Basta accorgersene e allenarsi, praticare. Prima nelle piccole cose, poi in ogni sfida. Sergio Astori fa riferimento con rara finezza alla “viva essenza umana” di Romano Guardini e scrive: “[…] resilienza è anche capacità di misurarsi con la rottura dell’integrità di una vicenda e di un percorso, accettando di guardare alla propria ferita. Chi è resiliente è anche paziente perché rinuncia alla pretesa del tutto e subito”.

In questo Passaggio d’epoca sono molteplici le prove che ci troviamo a fronteggiare. È importante guardarle con gioia e con la capacità di flettere la nostra anima, il nostro corpo. °In fondo, stiamo già cambiando, il nostro DNA lo racconta. Tempi nuovi ci attendono e noi li possiamo abitare.

Il libro di sergio Astori lo pre-annuncia, staccandosi dai messaggi conformisti di chi nel nostro tempo vuole frenarci. È dunque un libro inattuale a tutti gli effetti, un libro da leggere e da mettere nello zaino che porteremo nel Nuovo Mondo.

Simone De Clementi

  • RESILIENZA (INGEGNERIA): Capacità di una struttura (come un ponte o un edificio) di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi;
  • RESILIENZA (BIOLOGIA): Capacità di un tessuto di ripararsi dopo aver subito un danno;
  • RESILIENZA (PSICOLOGIA): Abilità di un individuo di superare in modo efficace le situazioni avverse, di risollevarsi dopo una crisi, di rinascere dopo un trauma;
  • RESILIENZA (ECOLOGIA): Capacità di un Ecosistema di sfuggire a un livello irreversibile di degrado

Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

The Project

Sta arrivando…

Coming soon…

THE PROJECT

Il progetto più inattuale del secolo.. per mucche viola

A testa bassa

“Se il corpo del mondo non viene mantenuto sano, noi diventiamo matti”

 (James Hillman)

 “Un guerriero non può abbassare la testa, altrimenti perde di vista l’orizzonte dei suoi sogni”

(Paulo Coelho)

“Abbracci, strette di mani, sguardi. Emozioni. Tutto ciò che non può darci il virtuale. Viviamo il presente, nel mondo, nel corpo. Non scappiamo via”

(Simone De Clementi)

 Ci hai mai fatto caso? Esiste un mondo là fuori. Il sole, il cielo, il lago. Il mare o le montagne. La pioggia e il vento. Ci sono i nostri simili, ci sono gli animali, ci sono gli alberi e i fiori. E, mentre viaggiamo, mentre ci spostiamo, quotidianamente, per andare al lavoro, a casa o alla nostra meta, qualunque essa sia, ci sono volti, persone che sono potenziali incontri. Ci sono situazioni che potrebbero attirare la nostra attenzione: problemi, ma anche gioie; situazioni capaci di farci riflettere. Ci sono, ma noi ci passiamo in mezzo disattenti, quasi non fosse il nostro mondo. Siamo connessi, sempre connessi. E distratti.

A testa bassa, in treno, sul bus. Per strada. O con gli occhi fissi, senza uno sguardo attento, giriamo mentre ascoltiamo musica o voci in cuffia. Parliamo a voce alta non si sa con chi, mentre passiamo davanti alla vita. A testa bassa. Dling, bip. Ecco un messaggio, una connessione. Sappiamo tutto di quello che scrive un amico che abita lontano, non ci accorgiamo che il nostro treno è in ritardo. Scriviamo frasi d’amore al nostro vicino di casa, ma quando lo vediamo non riusciamo a spiccicare parola. Forse riusciamo a chiedere meccanicamente“Come va?” ma non ascoltiamo davvero la risposta. Siamo di fretta, siamo in chat con il mondo. Chiudiamo contratti, collaborazioni, perfino amori con un sms. Ma spesso siamo in difficoltà a gestire una relazione, una frustrazione, un conflitto.  A testa bassa. Possiamo dire con la leggerezza di un bit le peggiori cose di un collega, di un docente, di un professore, di un amico. Ma non faccia a faccia: siamo coraggiosi soltanto on line.

C’è qualcosa che mi fa pensare. Scriviamo stati, mandiamo tweet. Quasi ossessivamente. Postiamo selfie (un modo più moderno di dire autoscatto) con un narcisismo imbarazzante. Non per fare memoria, nella maggior parte dei casi, ma per mostrare, per mostrarsi. Per documentare ogni azione. Non importa quale. Basta esserci. A testa bassa qualcuno vedrà, leggerà. Eppure spesso dai nostri social rimane fuori il mondo: il nostro, quello vero. Se vogliamo davvero fare dei passi avanti dobbiamo provare a usare questa grande tecnologia in modo diverso. Dobbiamo portarci dentro la responsabilità, l’essere adulti, per davvero.

La vera questione allora non è entrare nei social, conoscerli, sapervi avere accesso. Ma abitarli responsabilmente, usarli per evolvere. Questa è la sfida. Questo il mandato.

Alziamo la testa. Guardiamo il mondo. Guardiamo la vita. La vita non è quella on line. La nostra umanità si gioca nelle relazioni, nello stare nel mondo, nelle città, nelle situazioni, non nel ritirarsi da esse. Alziamo la testa e cerchiamo sguardi oltre ai bip. Potremmo accorgerci che un buongiorno è molto meglio di un tweet.

Simone De Clementi

"Wide awake" (foto di Elisabetta Arici)

“Wide awake”
(foto di Elisabetta Arici)