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Oltre gli occhi: l’arte di Elisabetta Maria Arici

L’anima è la nostra dimora; gli occhi ne sono le finestre, e le parole i messaggeri

(Kahlil Gibran)

“L’arte, se è tale, ci deve condurre per mano verso i luoghi conosciuti dell’anima che non abbiamo visto mai. Ed è li che si deve svelare l’artista, non prima, non dopo”

(Simone De Clementi)

Perché un filosofo parla, scrive di arte? Perché la Bellezza è la materia prima di ogni pensiero, di ogni sapere, di ogni emozione.

In Occidente ce ne siamo dimenticati da un pezzo, ma è giunto il momento di invertire la rotta. L’arte, la sua espressione, la ricerca del bello non può essere  sganciata da ogni attività filosofica, da ogni riflessione, da ogni progetto sul nostro futuro: non più. Viviamo sotto la tirannia dell’efficacia, dell’ efficienza, della velocità,  dello scientismo. La via che conduce al bello, alla ricerca di strade espressive è poco battuta. L’arte sta ai margini e mancano le emozioni. Il nostro è un “sapere ignorante”.

Ecco allora che il filosofo è come un esploratore: cerca, indaga, scorge là dove gli occhi non si sono ancora posati. Segnala ciò che racconta il futuro che arriva, non la nostalgia del passato; si sposta da dove vanno le masse, da dove guida la moda per scorgere messaggi, simboli, colori in grado di raccontarci chi siamo davvero, aldilà di ogni convenzione e conformismo.

Un’Opera vera genera pensieri veri; artisti piccoli incarnano pensieri mediocri, artisti grandi danno vita a idee maestose, in grado di farci evolvere verso un futuro positivo.

È per questo che cerco l’oltre. E quando lo incontro  non solo lo descrivo, ma mi ci immergo, lo solco come mare inesplorato. La materia e il pensiero sono uno, lo si intuisce facilmente.

Incontrando Elisabetta Maria Arici, conoscendo la donna e l’artista, il suo lavoro e il suo pensiero, si aprono nuovi orizzonti, si vedono terre mai viste. È lei che come sciamano ci conduce a vederle, preparandoci, spiegando nuovi linguaggi. Un’artista che ha il coraggio di sondare la sua anima, di essere donna vera ma al contempo in grado di andare aldilà di ogni genere. Indefinibile, perché davvero cosciente che ogni etichetta è un limite, ogni scuola un modello da superare. Grata alla vita, allieva dei quattro elementi e della Natura, capace di cogliere i suggerimenti dell’Invisibile per renderlo Visibile: questa è Elisabetta, pittrice in continua ricerca, in continua evoluzione che rispecchia nell’arte il cammino di un’ esistenza.

Un’artista a tutto tondo, capace di donare emozioni a chi ha il coraggio di viverle. Nei suoi quadri sembra quasi svelarsi l’Inconscio Collettivo così caro a Jung, forme, colori, tratti capaci di parlare un linguaggio universale.

In questo Oceano di conoscenze comuni, universali, Elisabetta da voce ai paesaggi a lei cari, trasformandole in immagini archetipiche. Nelle sue tele c’è stratificato un tesoro immenso, depositato dagli occhi dei nostri antenati, come se fosse frutto di smisurate esperienze figlie di un numero incalcolabile di vite. Passato, presente e futuro si fondono, l’immagine è respiro, ricordo e premonizione ad un tempo.

Per questo le opere di Elisabetta piacciono, attirano persone di ogni tipo, di ogni provenienza e cultura: lo fanno perché parlano un linguaggio universale, comprensibile a diversi livelli a tutti. Il colore la fa da padrone, ma le proporzioni, le geometrie, le linee rispettano un’Armonia celeste. Il suo occhio è fotografico e riporta questa precisione nel quadro; ma i soggetti arrivano con colori ed energia direttamente dal sogno o forse da un mondo oltre il nostro chissà, quasi a prefigurare ciò che ancora non vediamo in questa terra.

Le immagini di Elisabetta, siano esse fiori, paesaggi, Angeli, mantengono un contatto diretto con una dimensione spirituale molto più autentica di quella fisica, svelano un sapere metafisico, iniziatico. Nella sua Opera l’artista è onda di vita che ci precede, incaricata di svelarci un pensiero nuovo, un mondo diverso con il suo messaggio di luci e di ombre, di pennellate decise e vigorose.

Se proprio urge una definizione, la chiamerei ELEMENTISTA. Nei suoi quadri troviamo l’energia e l’azione del Fuoco; le idee e il pensiero dell’Aria; le emozioni e i sentimenti dell’Acqua; la generosità e la prosperità della Terra. Il tutto fuso dal linguaggio del colore universale, fluido, vivificante.

E i modelli? Perché cercare paragoni, similitudini e non soffermarsi sull’originalità del suo codice, della sua estetica? La forza di Elisabetta Arici è la capacità di uscire dalla biografia per entrare nella narrazione universale, di uscire dal “compitino”, dalla riproduzione esatta della realtà per esplorare l’onirico. La forza di regalarci opere uniche, non gesti tecnici riproducibili in serie come la macchina industriale ha suggerito alla modernità, finita da un pezzo.

Elisabetta non è mai scontata, seriale, già vista. Ecco un motivo per avere una sua opera, ecco ciò che attrae davvero chi fa filosofia, chi vuole esplorare nuovi sentieri. Chi è davvero inattuale.

Come me.

Simone De Clementi

“Atte” (Elisabetta Maria Arici, acrilico su tela, 2016)

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Prima delle parole. L’importanza dell’ascolto nella cura

“I medici sanno parlare, però non sanno ascoltare e ora sono circondato da tutte le medicine inutili che ho preso nel corso di un anno”

 (dal film “Caro Diario” di Nanni Moretti)

Parole, parole, parole. Soltanto parole tra paziente e operatore di cura, non importa se medico, infermiere, fisioterapista, tecnico di laboratorio od OSS. Parole che troppe volte sono inadatte a far fronte  ai bisogni più profondi dell’esperienza di malattia, quali l’accoglienza, l’accudimento, il rapporto affettivo. Parole che mancano o che eccedono, parole comunque orfane della capacità di ascoltare.

Si ripete quasi ossessivamente che l’ascolto è alla base di ogni processo comunicativo, eppure questa regola è costantemente disattesa. Il motivo è semplice: non si insegna ad ascoltare ma ad affermare. L’ascolto è un gesto concreto: va onorato praticandolo, non parlandone. Bisogna esercitarsi, imparare le sue regole, saper abitare i silenzi. L’ascolto non è una lista di domande che appartengono prima al professionista e poi al malato, ma è un’opportunità di lasciare esprimere l’altro con tempi e modalità del suo vissuto, della sua cultura.

In fondo il malato è il più grande esperto della sua malattia: più di ogni professionista, il paziente sa che cosa essa significa per la sua vita. Sa che cosa prova, quale dolore sente. Sa quali risorse può mettere in campo, quali sono le sue aspettative e le sue emozioni. Ascoltarlo dunque è più che ragionevole, perché solo attraverso la sua narrazione è possibile trovare il percorso di cura migliore.

Non c’è narrazione senza un corpo, il suo corpo. La medicina e l’assistenza delle macchine e delle procedure ha creato un paradossale gap tra il sentimento di malattia e la malattia oggettivamente intesa, ha creato l’eccesso di una attenzione che trascura la soggettività della persona. Succede che le parole non bastano e talvolta non servono o sono addirittura un inganno. I grafici, le immagini, le analisi e i numeri non sono noi e non ci assomigliano neanche tanto. Succede che la diagnosi non è la malattia e che ciò che dice il medico ci appare lontano. Perché non proviene dall’ascolto, ma da una esaltazione dell’io. Migliorare l’assistenza significa allora colmare questa distanza.  Attraverso l’umile saggezza di un operatore che chiede al paziente informazioni e poi in silenzio prova a capire.

Occorrono professionisti capaci di scendere nel pozzo della sofferenza, capaci di muoversi in un luogo molto faticoso, con poca luce, freddo, senza dividere l’affezione del corpo e l’afflizione dell’animo. E con la coscienza che fuori dal pozzo c’è un giardino fatto di fiori, frutta e luce: il giardino della salute, della medicina sostenibile perché umana.

Simone De Clementi  (Filosofo della scienza) 

Pubblicato su “Il Giornale di Brescia” Venerdì 15 maggio 2015

"Parole vuote" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Parole vuote”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

Mai sconfitto

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come l’abisso da un estremo all’altro

Ringrazio qualunque divinità esista

Per la mia anima invincibile.

 

Nella feroce morsa delle circostanze

Non ho arretrato, né gridato.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

Il mio capo è insanguinato, ma indomito.

 

Oltre questo luogo d’ira e lacrime

Incombe il solo Orrore delle ombre

Eppure la minaccia degli anni

Mi trova e mi troverà senza paura.

 

Non importa quanto stretta sia la porta,

Quanto carica di punizioni la sentenza,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

(William Ernest Henley)

Il miglior modo, credo, per ricordare Nelson Mandela. La poesia, bellissima, che il leader sudafricano, primo Presidente del suo Paese dopo l’apartheid e premio Nobel per la pace nel 1993, ripeteva ogni giorno durante i suoi anni di prigionia.

Una poesia che parla a tutti noi. Che ci esorta a non piegare la testa di fronte alla vita. Che ci ricorda la nostra forza.

Leggerla dieci volte, senza interruzioni, almeno una volta alla settimana. Come impegno. Come atto di amore verso noi stessi. Verso la vita. Un atto di umiltà e di grandezza. Un ringraziamento per ciò che siamo: comunque.

Un invito a prendersi le proprie responsabilità.

Simone De Clementi

("Cuore non vinto" foto di Elisabetta Arici)

(“Cuore non vinto” foto di Elisabetta Arici)

La forza dell’alternanza: cambiare si può

“Il buon politico è quello che sa lasciare una buona eredità. Un Paese sano, un buon ricordo, politici migliori di lui che continueranno il suo lavoro. E che sa insegnare a fare a meno di lui”

(Simone De Clementi)

 

O la politica è una cosa seria o non è.  Se vogliamo davvero cambiare, dobbiamo saper esprimere con coerenza la novità dei tempi.

Non con l’ostinata fedeltà a una ideologia, come nel passato, o come spesso accade ancora, bensì con l’incrollabile fermezza nel seguire la voce della coscienza al servizio della comunità, dei cittadini.

E’ necessario, perché non sono i cittadini che si sono allontanati dalla politica, ma è la politica che ha abbandonato i cittadini.

Pensiamo alla “rottamazione”, parola creata da Matteo Renzi per esprimere la necessità di una rottura con il passato. Io ero a Firenze, quando nel 2010, molto osteggiato dalla politica, Renzi spiegò che voleva rottamare un sistema. Una parola forte, rottamare. Forse necessaria per il tempo. Una parola che denunciava l’impossibilità e l’incapacità della politica di immaginare nuovi scenari, di presentare uomini nuovi.

Io ho sempre preferito la parola alternanza, più rispettosa e profonda. Non c’è nessuno da rottamare, semmai sono gli assi di potere che vanno dissolti, vanno cambiati.Sono gli assi degli interessi che uccidono le comunità, che rovinano programmi e progetti. E’ l’egoismo che prevale sul servizio. Per questo, ne sono convinto, serve l’alternanza. Per evitare che l’azione politica si coauguli, si cristallizzi. Sono per una politica fluida, a tempo. Massimo due mandati. Poi si cambia, si deve cambiare, salvo casi eccezionali.

Chi amministra per troppo tempo, non fa crescere la comunità. Si lega a gruppi, a persone, e diventa schiavo del potere. Ecco perché la rottamazione deve essere coerente. Il PD non può barare. Non può chiedere il cambiamento senza farsi da parte nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni in cui governa da anni. 

Nei comuni, le giunte espressione del PD che governano da anni devono cambiare. Come quelle di ogni altra esperienza politica. Renzi stesso deve darsi un tempo, per poi venir rottamato. La buona politica e l’etica non passano per mezzo di qualche taumaturgica riforma o dalla vittoria di un partito.

Il vero rinnovamento politico, del Paese, non dipende da una nuova dottrina, ma dalla forza creativa della coscienza morale dei cittadini e dalla partecipazione.

La rottamazione non è un privilegio del PD. Deve essere la via maestra verso una sana alternanza. E’ tempo di responsabilità, è tempo di cambiamento. E’ tempo di trovare soluzioni coraggiose ed illuminate, oltre gli steccati dei partiti.

Simone De Clementi

"Verso la nuova politica" (foto di Elisabetta Arici)

“Verso la nuova politica”
(foto di Elisabetta Arici)

Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

Quale formazione?

Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare”

(Albert Einstein)

“Non può esserci spazio per una formazione inutile e noiosa. Il tempo che ci è dato su questa Terra è troppo poco”

(Simone De Clementi)

 

 

Che cosa è per noi la formazione? Vorrei fare questa domanda, per nulla retorica, a tutti coloro che si occupano di formazione. Si sostiene che essa è utile, strategica, necessaria. Ma credo che non sia sempre così. Perché, per dirla tutta, ne esiste anche una irrilevante, costosa perfino dannosa. Quest’ultima è la formazione fatta solo per obbligo, non  pianificata. E’ la formazione subita. E’ la formazione improvvisata. E’ la formazione che non gratifica né formatori né formati. E’ la formazione che ricalca i manuali, eseguita senz’anima e passione. Senza eros, inteso come ricerca di completezza, di bellezza. O ancora è la formazione “evento”, un incrocio tra “isola dei famosi” e “Zelig”, il calderone molto spesso rivolto a manager, venditori, professionisti e dirigenti dove vi sono i più grossi sprechi di tempo e di risorse senza alcun risultato.

Ma veniamo al dunque. Prima di tutto mi piace parlare di “esperienza formativa”. Vi sono i contenuti, vi è l’esperienza. Ecco allora che parlare di formazione significa immediatamente pensare ai temi, ai luoghi, alle modalità formative. E ai docenti. Il tutto deve essere pensato come una esperienza emozionante per chi partecipa, non come un noioso passaggio di nozioni, che il più delle volte rimane, per i lavoratori, gli studenti e per le organizzazioni, materia morta.

Una vera esperienza formativa non può essere noiosa. Può essere spiazzante, non condivisa, provocatoria, … può essere tutto. Ma non noiosa. Perché una buona formazione deve solleticare la curiosità, il ragionamento, l’approfondimento personale. Invece, quanto sapere conformato e poco utile in molte ore d’aula! E quante opportunità perse. Perse perché abbiamo fatto della parola innovazione un totem, senza innovare innanzitutto le pratiche formative; perché abbiamo fatto della parola competizione un mantra, copiando sempre gli stessi schemi; perché abbiamo interpretato la parola internazionalizzazione scimmiottando spesso pratiche provenienti da oltre oceano poco funzionali alle nostre realtà.

Per me fare formazione significa ricercare. Mettersi in gioco. Osservare. E soprattutto coinvolgere e lavorare insieme alle persone, intese nella loro totalità. Mente e corpo. Organizzazione e contesto. Una formazione pensata soltanto per la mente, per la memoria passa presto. E’ destinata all’ oblio perché non parla a tutto il nostro essere, non interroga le nostre emozioni, la nostra individualità. A mio avviso la formazione va incarnata. Il sapere va incarnato. Con la voce, i gesti, attraverso esperienze sensoriali. Non solo visive. Attraverso il gioco, una delle più potenti e più sottovalutate attività formative, soprattutto nel nostro Paese. Perché ciascuno possa sperimentare, perché anche il corpo possa ricordare ed essere educato.

Ecco allora l’importanza dei luoghi. Devono essere certamente funzionali, ma anche belli, gradevoli. Non mi spiego davvero come la bellezza sia esclusa dai luoghi educativi: sensi, colori, forme possono rendere più efficace l’apprendimento, ma pochi sembrano curarsene. E se vi è una formazione “on the job”, inserita nel contesto lavorativo, dovrebbe esserci anche lo spazio per esperienze fuori contesto. In questo caso il valore della formazione come incentivo aumenta, così come solitamente aumenta la motivazione. E lo scambio, il confronto di differenti realtà arricchisce. Questa idea l’abbiamo sempre tenuta per i profili più alti. Iniziare anche a pensare che questa modalità potrebbe servire a tutto il personale è una sfida culturale.

Formazione è ancora per me dialogo tra le discipline, globalità. Se la specializzazione del sapere è una realtà, che può presentare punti di forza, la formazione può rappresentare l’occasione per un dialogo e una costruzione comune di linguaggi, prassi, processi, modelli organizzativi. L’appartenenza in una organizzazione passa anche dalla conoscenza del lavoro altrui, delle differenti problematiche, dei diversi approcci. E perché no, dalle differenti aspettative.

Ancora, formazione è per me contaminazione di metodi. Proposta di casi. Visione esterna e analisi interna. Fatica e leggerezza. Coinvolgimento e confronto. E formazione deve essere giustizia. Nelle richieste economiche, nelle richieste di tempo. Vi è un equilibrio da rispettare tra tempi di lavoro e tempi formativi. Vi è un tempo opportuno, che non è quello dei periodi in cui il lavoro diminuisce: può essere per assurdo il contrario, dipende quali sono gli obiettivi. E poi c’è la serietà: di chi la offre la formazione, ma anche di chi la usufruisce. Fare formazione significa sempre e comunque far entrare energia nuova nell’organizzazione, nella persona. Bisogna aprirsi al nuovo, all’incontro, al possibile cambiamento. Barricarsi è improduttivo.

La mia idea è che una formazione di qualità deve essere memorabile. Utile. Motivante. E, soprattutto oggi, equa e trasparente: nei costi, negli obiettivi, nelle modalità di inclusione. Nella scelta dei docenti, che non si pesano né dal compenso, né dal CV. Nè tantomeno dalla vicinanza all’ organizzazione. Si pesano dai contenuti, da ciò che hanno da proporre. E se son bravi, bisogna fare come con i buoni amici: non si lasciano scappare.

Infine, sarebbe bello che per ogni azienda, per ogni realtà, per ogni persona si sapesse quale ricaduta ha avuto la formazione, quale utilità. Quali prospettive ha aperto, quali correttivi è stata capace di apportare.

Un passo verso il riconoscimento di ciò che è utile. E verso l’eliminazione di tutti quei corsi, quei Master, quei percorsi che non qualificano l’offerta, ma disorientano i fruitori.

 Simone De Clementi

"Formatore in pausa" (foto Elisabetta Arici)

“Formatore in pausa”
(foto Elisabetta Arici)

Quel male chiamato mediocrità

“I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. La mente mediocre è incapace di comprendere l’uomo che rifiuta d’inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà”

(Albert Einstein)

“Penso in tutta onestà che la mediocrità rappresenti uno dei mali più profondi del nostro Paese. Un mediocre dopotutto è assai funzionale al potere”

(Simone De Clementi)

 

Chiarisco subito. Non sto scrivendo dell’ “Aurea mediocritas”, l’ottimale moderazione  tanto cara ad Orazio. Tutt’altro. Mi riferisco in queste righe alla mediocrità intesa come pochezza, non eccellenza, limitazione. Quella mediocrità che oggi fa far carriera.

Se siamo un Paese alla deriva, lo dobbiamo penso anche se non soprattutto al meccanismo perverso che troppo spesso scatta nella scelta dei collaboratori, dei responsabili, dei portavoce, di molte persone che a differenti livelli sono i fedelissimi di politici, manager, sindacalisti, professori, amministratori. Chi è a livello superiore sceglie spesso rappresentanti territoriali e collaboratori che non pongono problemi: fedeli più che preparati, conniventi più che critici, propensi alla carriera più che al servizio.

Succede nella politica, dove i parlamentari impongono a livello regionale, provinciale e nelle città persone il più delle volte abili a controllare il partito, a reclutare gli iscritti più che propense ad innovare e a mettere in discussione le scelte fatte in piccoli circoli. In politica, oggi, chi ha qualcosa di diverso da dire infastidisce. Non risponde alla logica della catena di comando, non è fedele. Meglio liberarsene prima che minacci lo status quo.

Così è nell’impresa. L’uomo mediocre teme sempre i cambiamenti, trova sicurezza solo nella fedeltà al capo ed ha un timore quasi morboso del nuovo. Per lui nulla è più penoso di una nuova idea. E per questo molte aziende sono incapaci di innovare, proprio perché i capi hanno intorno a sé replicanti, non collaboratori all’altezza.

Nel sindacato si raggiunge il grottesco. La carriera è legata a privilegi sul posto di lavoro. I più votati sono il più delle volte quelli che per interessi personali, prima che per interessi collettivi, mettono il loro tempo a disposizione. Ed anche qui la carriera ai livelli più alti è data da un mix di incapacità e di volontà di non contraddire chi sta più in alto. Il ruolo diventa quasi una medaglia da esibire. Dei colleghi, dei lavoratori spesso non ci si interessa per nulla. L’importante è far finta, fare teatrini. Tanto è vero che sulle minuzie si insiste, si va avanti con le rivendicazioni. Ma non appena le cose si fanno serie, c’è la fuga. La connivenza. La solidarietà falsa, colpevole.

Anche nell’università e nella ricerca è entrata da tempo la mediocrità. Sotto la forma dell’omologazione. Ricercatori e assistenti devono troppo frequentemente la loro fortuna alla ripetizione dei modelli dei baroni, alla ridondanza di contenuti. Vi sono pubblicazioni che suffragano le tesi dei maestri. Tutte volte a dimostrare la bontà di una scuola, di una persona, di una metodologia. Raramente qualcuno viene premiato per aver scovato modelli alternativi. Il maestro sarà sempre, in questa situazione, più bravo dell’allievo. Se li sceglie apposta meno dotati di talento, per non correre rischi. L’unico rischio è quello dell’inesorabile caduta della qualità, ma non sembra interessare un granché.

Nell’amministrazione pubblica infine troviamo i segni più inquietanti della decadenza. Sindaci ed assessori a volte improvvisati, dirigenti e dipendenti poco motivati e sempre più inappropriati. Non sono formati, non hanno la possibilità né la volontà di adottare le migliori prassi. Basterebbe copiare quello che fanno i migliori. Ma non è così. C’è chi ancora non sa usare un computer. C’è chi crede di poter fare ogni cosa, senza dar conto a nessuno. C’è chi ha fa del pregiudizio la sua ragione d’essere, e non ascolta.

Troppo spesso la mediocrità è un tappo per chi vorrebbe fare, per chi vorrebbe provare a cambiare. Vi sono poche speranze per noi finché non diverremo abbastanza maturi da liberarci dalle pastoie della mediocrità intesa nel suo significato peggiore. È la struttura stessa del mondo attuale che non ci permette questo lusso: una nazione o una civiltà che continua a produrre uomini e donne mediocri, a lunga scadenza, guadagna la propria morte materiale e spirituale.

Dobbiamo cambiare. Vorrei gente scomoda capace di sbagliare con originalità. Meglio dell’imbarazzante immobilismo di chi presidia una posizione in modo inadeguato, senza merito. Di chi fa errori funzionali a un sistema finito, errori che non verranno mai sanzionati.

Simone De Clementi

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