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Oltre la comunicazione: l’azione verbale come via per il Nuovo Mondo

“Dio si manifesta in ogni cosa, ma la parola costituisce

 uno dei Suoi mezzi preferiti per agire, giacché esso è il pensiero trasformato in vibrazione.

Parlando, introduci nell’aria intorno a te ciò che prima era soltanto energia.

Stai sempre molto attenta a tutto quello che dici – continuò Wicca. La parola possiede un potere più

 grande di molti rituali”.

(Paulo Cohelo)

“Siamo il respiro di una narrazione vivente che si nutre di testi.

Un buon cibo dona gioia e una buona vita ”.

(Simone De Clementi)

Le parole sono importanti. Le parole fanno, creano mondi. In questi giorni ne abbiamo prove tangibili. La nostra vita ha avuto una variazione di qualità, verso il basso, non tanto per il diffondersi di un virus, quanto per la narrazione di questo evento. La narrazione presentata, da giornalisti, scienziati, politici, autorità è stata per lo più volta a colpire i nostri pensieri e le nostre emozioni portandoci verso uno stato di non salute. Come? Beh, è semplice: ogni pensiero, ogni riflesso a livello della mente fa attraversare a tutta la nostra chimica interna un cambiamento. Il nostro corpo sta meglio o peggio con il variare delle parole che ascolta, che dice, che pensa. E il cambiamento provocato dalla narrazione in questo inizio 2020 non è certo stato bello.

Il cattivo uso della narrazione è un fenomeno che accade spesso. In modo consapevole a volte, inconsapevolmente altre: il fatto è che non vi è molta differenza, gli esiti sono quello che conta. La soluzione è facile ed è a nostra portata. È una soluzione innovativa, poiché l’innovazione passa da molte strade. Vi sono eventi che, se ce ne accorgiamo, ci danno la possibilità di migliorare, di evolvere, di fare qualcosa di davvero importante per noi e per gli altri tra moltissime cose che facciamo soltanto per obbligo o per routine. I mutamenti ambientali, i flussi migratori e la loro gestione, le condizioni economiche dei nostri tempi, gli allarmi epidemiologici collegati alle emergenze sanitarie e molti altri segni raccontano, se ci facciamo caso, di competenze su cui investire. Competenze utili, se non indispensabili, per abitare i tempi che ci stanno venendo incontro.

“Parole oltre la cornice”
(foto di Elisabetta Arici)

Mai come ora appare evidente che nel Nuovo Mondo, nella società che è alle porte, le cosiddette competenze relazionali (soft skills) saranno necessarie per collaborare, per convivere, per realizzare business e servizi, per fare un salto di qualità nella politica, nella Pubblica Amministrazione, nella Scuola, nella sanità e nel sociale, nell’impresa. Ovunque. Andranno a permeare ogni segmento della società in modo importante, non per obbligo ma per richiesta. Saranno in una parola strategiche e di fatto lo sono già: il fatto è che non ci abbiamo dato troppa importanza, ci abbiamo pensato poco.

È giunto il tempo di occuparcene, perché il risultato che possiamo ottenere è il miglioramento della nostra vita, della nostra convivenza civile. Certo, queste competenze vanno profondamente ripensate. Nell’ultimo decennio si è investito con più o meno convinzione soprattutto sull’area “comunicazione”. Molte volte con qualità e progettualità, altre volte con approssimazione; a volte con interessanti sperimentazioni, altre volte con luoghi comuni e inesattezze. Chi ha puntato davvero sulla qualità ne ha tratto giovamento, in ogni contesto: interno, esterno, nelle vendite, nel marketing, nel miglioramento del benessere lavorativo, nella motivazione di individui e gruppi.

Oggi sono dell’idea che questo paradigma vada profondamente rivisto. Per penetrare con più precisione e coscienza nell’argomento e, soprattutto, per rendere queste competenze effettive nella realtà odierna, profondamente differente da ciò che è stato.

È tempo di cambiare visione passando dal concetto di comunicazione, parola di trasmissione e passività, di equivoco e di opinione, a quello di azione verbale.  L’azione verbale è la coerente corrispondenza tra parole pensate, pronunciate o scritte e azioni, tra codici di comportamento e comportamenti, tra regole e gioco, inteso nel senso ampio di ogni attività organizzata umana. L’azione verbale si occupa delle relazioni e delle interazioni che si creano tra le persone, partendo dalle parole.  È qualcosa di ampio, di vasto, di attivo che prevede comportamenti basati sulla reciprocità, capaci di stimolare la critica e la crescita conseguente di singoli e gruppi al fine di ottenere un incessante miglioramento dei soggetti interessati e, addirittura, delle istituzioni stesse. L’azione verbale è capace di andare oltre la spinta corporativa e settoriale che vede tante piccole realtà dialogare al loro interno senza riuscire a rapportarsi con gli altri, tante famiglie sociali e professionali chiudersi al loro interno, con i propri linguaggi, i propri segni, i propri riti senza trovare intersezioni di interessi e di intenti.

L’azione verbale è poi un’azione testuale, cioè un’attività capace di prendere in considerazione ogni testo: immagini, suoni, parole, simboli, gesti, abiti sono tutti esempi di “textum”, ovvero di intrecci di interazione. Una parola giusta può in sintesi essere smentita da un’immagine, da un suono, da un gesto e viceversa. Ogni testo è capace di creare un mondo e la scelta consapevole delle parole è in grado di mutare il mondo in cui ci troviamo a vivere. Abbiamo nelle nostre mani insomma una grande responsabilità.

È subito chiaro che le varie forme in cui la comunicazione è stata declinata, come per esempio “comunicazione per vendere”, “comunicazione assertiva”, “comunicazione di crisi” eccetera, vengono molto ridimensionate per lasciare più spazio a una cornice più grande, più completa, che pur affrontando le specifiche di particolari situazioni trova unità in una visione più generale, “olistica” nel significato etimologico del termine. In questa cornice occorre lavorare sulle competenze relazionali in profondità, costruendo una metacompetenza capace di coinvolgere attivamente le persone. Le metodologie didattiche adatte al compito sono più fluide di quelle tradizionali e basate sul gioco, sulla rappresentazione, sulla conoscenza dei punti di forza e dei punti di debolezza dell’individuo e sull’espressione in situazione dei contenuti appresi. Teoria certo, ma soprattutto una costante pratica, un lavoro di affinamento progressivo con un costante aggiornamento. In questa cornice l’altro è visto come alleato, come elemento allenante che sprona a ottenere sempre migliori risultati. La competizione lascia il posto alla collaborazione, alla correzione reciproca tesa al raggiungimento dei risultati migliori.

È facile entrare con gioia in tempi migliori, con la coscienza e la consapevolezza che siamo noi a crearli, ogni giorno, con le nostre scelte. E con le nostre parole. Se vogliamo davvero innovare e cambiare il nostro Paese, Pubblica Amministrazione in primis, è importante aiutare tutti, dipendenti, dirigenti, decisori politici ed economici, cittadini a fare un salto di qualità. Per il loro bene, per il nostro. Occorre fare certo, ma occorre anche scegliere le parole giuste, i testi più efficaci. Saranno proprio queste nuove modalità a costituire un nuovo Filo di Arianna capace di condurci in quella che Karl Popper definiva “Società Aperta”.

Nuovi contenuti, nuove modalità didattiche, nuovi obiettivi. Corsi che sono percorsi di vita, di esperienza, di consapevolezza. Ingredienti nuovi e magici per cambiare la solita zuppa. Le idee ottime hanno fatto il loro tempo: è tempo di creare qualcosa di veramente straordinario.

Simone De Clementi

Per una nuova cultura del lavoro

“Un capo è un uomo che ha bisogno degli altri” 

(Paul Valéry)

 

Lavorare meglio? Si può, soprattutto nel nostro Paese.  Ma che significa lavorare meglio?

Efficienza, efficacia, qualità. Ma anche attenzione alla sicurezza e meno stress lavorativo per i dipendenti. Certo, perché lavorare non significa per forza soffrire.  Anzi, dove il ben – essere organizzativo è più alto, dove c’è più attenzione ai dipendenti, dove il clima lavorativo è più collaborativo e disteso, i risultati sono migliori. E di tanto, sia in termini di fatturato e produzione, sia in termini di soddisfazione dei clienti.

Ma quali sono le cause allora della mancata applicazione di politiche aziendali virtuose capaci di migliorare la situazione? Beh, non c’è da crederci: la causa principale di stress sul posto di lavoro sono i “Bad Boss”, i cattivi capi. Il luogo comune che vede i dipendenti come causa dei mali aziendali deve essere criticamente rivisto. Più vero il detto che il pesce puzza dalla testa.

Se si lavora male, con poca soddisfazione e con scarsi risultati dobbiamo dunque guardare innanzitutto ai vertici. Dalla Pubblica amministrazione alla scuola; dalle aziende agli ospedali; dai trasporti ad alberghi e ristoranti. Per non parlare di partiti politici e sindacati, di associazioni e fondazioni, di banche e Associazioni di categoria. Dobbiamo proteggere le aziende e le persone dai cattivi capi.

Gli studi nel settore riportano che nel 1998 gli impiegati maltrattati negli Stati Uniti almeno una volta alla settimana erano il 20%, nel 2005 il 48%. Nel nostro Paese ultra sindacalizzato questi studi sono assai rari. Ma la percentuale sembra essere molto più alta, in tutti i settori.

In Italia il profilo del cattivo capo coincide con quello dell’egocentrico dispotico (comando e controllo) che tratta tutti come bambini stupidi e non favorisce la crescita aziendale. Molto spesso, per altro, questo capo è solo apparentemente capace. C’era da aspettarselo: dopotutto i dati sulla chiusura delle aziende dovranno pur dire qualcosa. Il profilo comprende politici che desiderano sottoposti e che spesso “si fanno le leggi”; amministrativi e manager duri, che spremono il personale per sentirsi forti.

A nessuno viene in mente di immaginare un luogo di lavoro sereno, capace di valorizzare e coinvolgere i lavoratori . Un luogo di lavoro dove il personale si senta parte di un progetto. Mentire, manipolare, non coinvolgere, non saper delegare, non saper chiedere scusa, non lodare mai è molto più semplice.

Ma è anche la strada che porta alla rovina.

Simone De Clementi

"Relax a prua"

“Relax a prua”