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Verso un nuovo paradigma: gestire i conflitti con la pratica collaborativa

“La disciplina mentale non richiede alcuna credenza o fede, ma soltanto la presa di coscienza che lo sviluppo di una mente più calma e limpida è un obiettivo nobile” (Dalai Lama)

“Prima di entrare in un conflitto è importante avere gli strumenti per comprenderlo, per gestirlo. E quando padroneggiamo questi strumenti ci accorgiamo che la maggior parte dei conflitti semplicemente si risolvono” (Simone De Clementi)

Non è facile scardinare certe credenze. Sono come scritte nel nostro DNA, tramandate dalla cultura, dalla famiglia, dalla scuola, dal pensiero dominante. Una di queste credenze è quella che afferma che “bisogna prendere un avvocato solo per fare la guerra”, per avere ragione, per distruggere chi sta dall’altra parte. Una visione particolare, che intende i professionisti come pugili pronti a suonarsele, perché pagati, e spesso non si sa bene il perché, qual è l’obiettivo, che cosa davvero vogliamo e, ancor di più, che cosa possiamo ottenere.

Accade in molti casi: che ci sia di mezzo un’eredità, una lite per un confine, un problema di vicinato o con un professionista o altro poco importa. La credenza è forte e permane anche nel campo delicato del diritto di famiglia: le separazioni, pensiamo, devono essere sanguinose e litigiose. È nella loro natura.

Il libro di Armando Cecatiello “Separarsi bene con la pratica collaborativa” (Cornaredo, red!, 2017, 157 pagine, 10,00 euro TEMPO STIMATO DI LETTURA: DIECI GIORNI), presenta un punto di vista differente. Partendo dalla constatazione che la fine di una relazione è sempre un momento non facile, un’esperienza che porta con sé sofferenza, l’autore si chiede se sia sempre necessario aggiungere risentimento, desiderio di vendetta, rabbia, un mix di elementi che rovina la vita di tutte le parti coinvolte. Spesso l’esito dei processi di divorzio è fatto di storie di distruzione personale, familiare e finanziaria: una sconfitta, in ogni caso, per tutti.

Per fortuna esiste un altro modo di vedere le cose, un altro sentiero che è possibile percorrere quando i rapporti s’incrinano, gli interessi divergono. Si tratta della pratica collaborativa, una modalità di risolvere le controversie che ha avuto il suo esordio negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta, ad opera di Stuart Webb, avvocato di Minneapolis e giunta in Italia attorno al 2010.

Il cuore della pratica collaborativa è una negoziazione centrata sugli interessi e sui bisogni delle parti che riconoscendosi e legittimandosi, divengono protagoniste di tutto il percorso. Come scrive l’avvocato Cecatiello, il metodo non contenzioso è “la via attraverso cui si riscopre la capacità di comunicare efficacemente e di individuare le soluzioni più vantaggiose, piuttosto che demandare a un giudice ogni decisione sul futuro”. In questo percorso, le parti sono affiancate da un team interdisciplinare di professionisti formati al procedimento collaborativo (avvocati, facilitatori della comunicazione, esperti finanziari) che li supportano nella fase di accordo: chi infatti è più competente nel risolvere le divergenze di una separazione se non gli stessi coniugi?

La lettura ha il pregio di esporre chiaramente e attraverso esempi concreti il cuore della pratica collaborativa e il suo cambiamento di paradigma rispetto allo schema classico. Se è vero che questo modello non può essere sempre adottato (come scrive Cecatiello “la pratica collaborativa non può essere utilizzata nel caso in cui una delle parti non si senta libera di decidere, stia subendo pressioni, sia sotto ricatto o tema gravi ripercussioni su di sé o sui figli minori”), è pur evidente che propone concretamente un approccio alle separazioni, ma in generale ai conflitti, fondato sulla trasparenza, sulla fiducia, sul riconoscimento dei reciproci bisogni e desideri. Propone una via che conduce a una società non già meno litigiosa, ma più responsabile, più giusta, più propensa a guardare al futuro che a perdersi in un crogiuolo di sentimenti nocivi, come la rabbia e il rancore. In alcuni Paesi la pratica collaborativa è stata estesa nell’ambito commerciale e nel settore del diritto del lavoro: i risultati sono stati eccellenti. Il messaggio è che possiamo trovare accordi convenienti, ma ancor più precisamente che è importante mantenere una buona relazione tra le parti anche dopo l’accordo.

L’approccio collaborativo ha infine il merito di farci riflettere sulla figura dell’avvocato e su che cosa ci aspettiamo quando ci rivolgiamo a lui. La lettura del libro ha rafforzato in me alcune convinzioni e mi ha sollecitato molte riflessioni. Un bravo avvocato deve certamente entrare quasi “in simbiosi” con il cliente raccogliendo ogni tipo d’informazione sul caso e rappresentando chi lo paga. Ma non essendo coinvolto in prima persona, distaccandosi da emozioni e passioni che spesso possono condurre a visioni distorte, un buon avvocato deve saper negoziare nell’interesse di una causa più grande che prevede la soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Un buon avvocato deve anche saper dire dei no capaci di far intraprendere strade più vantaggiose. Se ci pensiamo, la negoziazione è la strada attraverso cui persone con valori e interessi anche molto diversi devono percorrere per trovare soluzioni costruttive per vivere e lavorare insieme in gioia e serenità. E un buon avvocato deve essere capace di affiancare il cliente per fargli vedere la soluzione migliore, che è già presente nella situazione e va solo portata alla luce.

La credenza che un avvocato serva solo per litigare lasciamola al passato, al mondo che vogliamo lasciarci alle spalle. Diamo valore a questi professionisti, diamo valore alla nostra vita, al nostro tempo. Facciamoci aiutare quando siamo offuscati dalle tenebre del nostro cuore, scegliamo persone capaci di riportare la luce nella nostra vita. Professionisti che sanno essere guerrieri in un senso più vasto. Come diceva Toro Seduto Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica sé stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a sé stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità”. Ecco, questo è un buon modo di intendere il mestiere di avvocato. Ricordiamocene quando lo cerchiamo, chiediamogli di trovare soluzioni vantaggiose, non di scatenare guerre nella maggior parte dei casi inutili. Chiediamogli di gestire i conflitti, non di alimentarli. I primi a rimetterci, in fondo, siamo noi stessi.

Simone De Clementi

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Diritto Collaborativo: una prospettiva innovativa per risolvere i conflitti

L’educazione dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione”

(BertrandRussell)

Il diritto collaborativo è un metodo alternativo e stragiudiziale, che consente di evitare un procedimento contenzioso avanti il tribunale.

Il concetto di processo collaborativo è stato elaborato nel 1989 da Stuart Webb, un avvocato americano, specializzato in diritto di famiglia, che aveva compreso che la soluzione giudiziaria nel divorzio infliggeva danni più gravi alle famiglie del divorzio stesso.

Dal 1989 la pratica collaborativa si è diffusa sempre più negli Stati Uniti e nel mondo ed è risultato un metodo con un alto tasso di riuscita e di soddisfazione che, come emerso da diversi studi, evita ulteriori giudizi contenziosi dopo la separazione o il divorzio.

Nelle controversie di diritto di famiglia, questo pratica permette di trovare una soluzione soddisfacente per tutti i componenti della famiglia in primo luogo i figli.

Si tratta di un nuovo modo di separarsi con rispetto e in modo razionale.

Il procedimento è centrato sui coniugi o partner e guidato dagli stessi.

Il procedimento consiste in una negoziazione che riunisce le parti e i loro rispettivi avvocati, che li consigliano e assistono, in uno spirito di collaborazione, per trovare una soluzione concordata nell’interesse di tutti.

Il diritto collaborativo è una efficace alternativa al Tribunale e nella maggior parte dei casi risolve realmente i problemi delle coppie in crisi che, alla fine del procedimento, si rivolgono al Tribunale solo per formalizzare l’accordo raggiunto.

Le parti con laiuto e lassistenza dei loro avvocati, controllano il procedimento, tutti

lavorano in un clima di cooperazione e di fiducia che riduce la tensione emotiva del conflitto, così le parti possono concentrarsi sulla ricerca di soluzioni condivise senza pressioni o condizionamenti connessi alla minaccia del ricorso al tribunale.

Da ultimo si deve sottolineare che il procedimento collaborativo è più rapido di quello giudiziale e di conseguenza ha costi minori.

(Avv. Armando Cecatiello, Milano)

L’avvocato Armando Cecatiello, esperto in Diritto Collaborativo

www.cecatiello.it

 

 

 

 

 

Quale papà?

“Sto per diventare padre. La prima immagine a distogliermi da un’euforia folleggiante, gioiosa di lacrime, abbracci, miracolosità è il vuoto che finalmente sto per riempire. Sarò padre con la stessa dedizione con la quale non avrei voluto smettere di essere figlio”.

(Sebastiano Mondadori)

Papà: due sillabe un po’ giocose, quasi identiche che nascondono un impegno grande, un ruolo di difficile interpretazione. E che diviene ancor più difficile in caso di separazione, se si vuole provare almeno a vivere questa condizione con responsabilità.  Così almeno credo io, e lo dico riflettendo sulla mia esperienza di papà separato, a prescindere dai sacri testi delle coppie modello. Dopotutto, quando una storia finisce non finisce la vita: si chiude piuttosto un progetto, non nel migliore dei modi certo, perchè si chiude con un fallimento. Ma si chiude anche con il dono alla nostra vita di vissuti, emozioni e regali meravigliosi che ci sengeranno la vita per sempre, come i figli appunto. Già, i figli. Più che un problema, per un padre dovrebbero essere una risorsa, degli  occhi che possono insegnare  che c’è un modo diverso di vedere le cose. Dopo le normali zuffe iniziali, gli sgarbi, le ripicche, i figli sono per i papà un esempio oltre che un aiuto, un richiamo alla presenza e alla responsabilità. In fondo … qual è il ruolo di un padre? Io lo intendo come uno stimolo verso la crescita, la forza d’animo, il gioco. Questo credo che in fondo ci chiedano i nostri figli: una presenza serena, anche se separata dalla mamma, capace però di condividere con lei un progetto educativo e di donare del tempo, donando emozioni e concretezza. Un papà normale, capace di rispettare le persone e in grado di ammettere i propri errori. Un modello imperfetto ma vicino. Un uomo, in fondo un povero uomo, capace però di accompagnarli nella vita …

Simone De Clementi

Presenza: quello che un papà può dare …