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Resilienza: nuove rotte per attraversare le prove della vita

“Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”
(Friedrich Nietzsche)

 “Tutto sulla Terra è resiliente: montagne, oceani, vegetali, animali. Essere resilienti, in fondo, significa essere vivi. Non esistere soltanto, ma essere vivi e coscienti di esserlo”

(Simone De Clementi)

“Resilienza – di Sergio Astori posato su una cassetta artistica di Elisabetta Arici”

Un libro può darci intelligenza, a volte sapere. Raramente la grazia di vederci trasformati al termine della sua lettura. Sergio Astori riesce a farlo con “Resilienza” (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, 140 pagine, 16,00 euro), il suo ultimo lavoro, che accosta chiarezza espositiva a contenuti di grande interesse.

Ero timoroso prima di aprire il libro: vi sono termini che un filosofo guarda con sospetto. Quando le parole diventano una moda, quasi uno slogan, non è facile portare alla luce ragionamenti e riflessioni capaci di fare crescere, di portare luce. E resilienza oggi è una parola passepartout, usata e abusata, quasi violentata dalla moda, dal momento. La maggior parte delle volte è utilizzata senza anima, appare vuota, scontata. È un puro suono, qualcosa che serve a dimostrare agli altri che in qualche modo si è aggiornati. Si ripete, ma non si è esplorata la sua anima, la sua essenza.  Bravo l’autore a proporre una lettura innovativa, multidisciplinare, propria; è stato capace, come indicato nel sottotitolo, di andare oltre, trovando nuove rotte.

Il libro di Sergio Astori, psichiatra e docente dell’Università Cattolica di Milano, è dunque una piacevole sorpresa, per almeno due ragioni. La prima è che l’autore intreccia l’esperienza personale, professionale, con eventi di cronaca che ci hanno toccato nel profondo e che, forse, inconsapevolmente ci segnano come uomini e donne nel nostro quotidiano ancora oggi. Il riferimento all’11 settembre è più di un fatto biografico: è una riflessione su ciò che uno snodo drammatico della storia può lasciare nel nostro inconscio.  Quella dell’autore è una narrazione che coinvolge e che dà sostanza ad aspetti importanti del significato della parola resilienza, come ad esempio la capacità di adattamento e la modalità individuale di affrontare il cambiamento.  Resilienza è una parola ricca, usata in discipline differenti, dalla biologia all’ingegneria, dal mondo degli affari allo sport.  Ma proprio in questa pluralità si coglie l’importanza di un vocabolo che può diventare una risorsa per la nostra società, a patto di salvarla dalla deriva del “nulla” che spesso l’accompagna.

La seconda ragione, ancor più sorprendente, è che il libro di Sergio Astori propone anche degli strumenti per “fare” e “diffondere” la resilienza. Innanzitutto a livello individuale, ma poi sorprendentemente, anche nei gruppi, nelle comunità. Le schede, inserite tra le pagine con una grafica differente, e la sintesi a fine di ogni capitolo sono le modalità con cui questo proposito prende forma. In questo senso il libro ci aiuta a ricapitolare quanto appreso a poco a poco, ci fa degli esempi concreti, diviene strumento di lavoro sia intellettuale sia professionale.

Il libro è importante per questo: rifugge dall’aggiungere altri significati, altre sfumature alla parola ma scava, va in profondità e, come scrive l’autore, “preferisce documentare diverse situazioni nelle quali si è concretizzata la dimensione resiliente dei fanciulli, delle famiglie e delle comunità”.

Il testo ha il merito di essere scritto con chiarezza e di essere capace di condurci oltre la “routine” della vita quotidiana, della stanchezza che spesso si annida proprio nei lavori di relazione, di educazione, di aiuto. Un percorso utile per insegnanti, per medici, per avvocati. Ma anche per tutti i professionisti della cura, indistintamente, e per ogni persona alla ricerca di una crescita personale.

L’Opera di Astori indica che l’anima umana, quando solca il mare della vita, può essere scossa dai venti e dalle maree, da ciò che accade intorno: ma, seguendo le stelle, fuor di metafora il nostro cuore, ha in sé la forza ed il coraggio per partecipare ad ogni attività, per far fronte a tutto. Siamo teneri e tenaci, adattabili, versatili. Resilienti. Siamo in grado di far fruttare e perfezionare tutti i beni spirituali e materiali di cui disponiamo.  Basta accorgersene e allenarsi, praticare. Prima nelle piccole cose, poi in ogni sfida. Sergio Astori fa riferimento con rara finezza alla “viva essenza umana” di Romano Guardini e scrive: “[…] resilienza è anche capacità di misurarsi con la rottura dell’integrità di una vicenda e di un percorso, accettando di guardare alla propria ferita. Chi è resiliente è anche paziente perché rinuncia alla pretesa del tutto e subito”.

In questo Passaggio d’epoca sono molteplici le prove che ci troviamo a fronteggiare. È importante guardarle con gioia e con la capacità di flettere la nostra anima, il nostro corpo. °In fondo, stiamo già cambiando, il nostro DNA lo racconta. Tempi nuovi ci attendono e noi li possiamo abitare.

Il libro di sergio Astori lo pre-annuncia, staccandosi dai messaggi conformisti di chi nel nostro tempo vuole frenarci. È dunque un libro inattuale a tutti gli effetti, un libro da leggere e da mettere nello zaino che porteremo nel Nuovo Mondo.

Simone De Clementi

  • RESILIENZA (INGEGNERIA): Capacità di una struttura (come un ponte o un edificio) di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi;
  • RESILIENZA (BIOLOGIA): Capacità di un tessuto di ripararsi dopo aver subito un danno;
  • RESILIENZA (PSICOLOGIA): Abilità di un individuo di superare in modo efficace le situazioni avverse, di risollevarsi dopo una crisi, di rinascere dopo un trauma;
  • RESILIENZA (ECOLOGIA): Capacità di un Ecosistema di sfuggire a un livello irreversibile di degrado
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La forza dell’alternanza: cambiare si può

“Il buon politico è quello che sa lasciare una buona eredità. Un Paese sano, un buon ricordo, politici migliori di lui che continueranno il suo lavoro. E che sa insegnare a fare a meno di lui”

(Simone De Clementi)

 

O la politica è una cosa seria o non è.  Se vogliamo davvero cambiare, dobbiamo saper esprimere con coerenza la novità dei tempi.

Non con l’ostinata fedeltà a una ideologia, come nel passato, o come spesso accade ancora, bensì con l’incrollabile fermezza nel seguire la voce della coscienza al servizio della comunità, dei cittadini.

E’ necessario, perché non sono i cittadini che si sono allontanati dalla politica, ma è la politica che ha abbandonato i cittadini.

Pensiamo alla “rottamazione”, parola creata da Matteo Renzi per esprimere la necessità di una rottura con il passato. Io ero a Firenze, quando nel 2010, molto osteggiato dalla politica, Renzi spiegò che voleva rottamare un sistema. Una parola forte, rottamare. Forse necessaria per il tempo. Una parola che denunciava l’impossibilità e l’incapacità della politica di immaginare nuovi scenari, di presentare uomini nuovi.

Io ho sempre preferito la parola alternanza, più rispettosa e profonda. Non c’è nessuno da rottamare, semmai sono gli assi di potere che vanno dissolti, vanno cambiati.Sono gli assi degli interessi che uccidono le comunità, che rovinano programmi e progetti. E’ l’egoismo che prevale sul servizio. Per questo, ne sono convinto, serve l’alternanza. Per evitare che l’azione politica si coauguli, si cristallizzi. Sono per una politica fluida, a tempo. Massimo due mandati. Poi si cambia, si deve cambiare, salvo casi eccezionali.

Chi amministra per troppo tempo, non fa crescere la comunità. Si lega a gruppi, a persone, e diventa schiavo del potere. Ecco perché la rottamazione deve essere coerente. Il PD non può barare. Non può chiedere il cambiamento senza farsi da parte nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni in cui governa da anni. 

Nei comuni, le giunte espressione del PD che governano da anni devono cambiare. Come quelle di ogni altra esperienza politica. Renzi stesso deve darsi un tempo, per poi venir rottamato. La buona politica e l’etica non passano per mezzo di qualche taumaturgica riforma o dalla vittoria di un partito.

Il vero rinnovamento politico, del Paese, non dipende da una nuova dottrina, ma dalla forza creativa della coscienza morale dei cittadini e dalla partecipazione.

La rottamazione non è un privilegio del PD. Deve essere la via maestra verso una sana alternanza. E’ tempo di responsabilità, è tempo di cambiamento. E’ tempo di trovare soluzioni coraggiose ed illuminate, oltre gli steccati dei partiti.

Simone De Clementi

"Verso la nuova politica" (foto di Elisabetta Arici)

“Verso la nuova politica”
(foto di Elisabetta Arici)

Il Rinascimento parte dalle amministrative


“I cattivi amministratori sono eletti dai bravi cittadini che non vanno a votare”

(George Jean Nathan) 

 

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

(Italo Calvino)

Il prossimo maggio nel nostro Paese si voterà in oltre 4 mila Comuni. Per rinnovare gli organi di governo eletti nel 2009, ma anche per rieleggere gli amministratori in più di 100 comuni commissariati. Così vanno le cose. Nulla di speciale, in apparenza. Ma se guardiamo più in profondità credo si tratti di un momento di una importanza straordinaria. Perché, a mio modesto avviso, l’Italia del futuro parte da qui. Dai Comuni e da un contesto sociale delicato, segnato da una crisi strutturale di un sistema socio-economico e valoriale e dalla difficoltà dei “partiti storici” a dare risposte credibili dentro le istituzioni.

Il rischio, in questo periodo, è quello di avere amministrazioni locali ingovernabili, o per incapacità o per frammentazione del voto, situazioni in cui non si sarà capaci di dare risposte concrete ai molti problemi che incombono. Ecco perché credo che in questo momento sia essenziale tornare a una vera politica, soprattutto a livello locale, capace di dialogare con la comunità, con i territori nella loro complessità.

E’ tempo di scegliere le energie migliori, non di mettere in lista i “signori dei voti” o chi è garantito da un partito. E’ tempo di innovare, di trovare sentieri nuovi, nel bilancio, nell’assistenza, nei lavori pubblici, nella cultura. E nell’organizzazione della macchina amministrativa.

Occorre innanzitutto un richiamo ai valori della solidarietà in un momento in cui le ideologie sono in crisi, le strutture di partito in movimento e le risorse economiche scarseggiano. Non dobbiamo permettere che il declino dei partiti porti con sé il declino della politica: sarebbe la fine. Il colpo mortale ai nostri delicati equilibri. Si tratta piuttosto di ridare centralità ai grandi obiettivi, alla buona amministrazione, all’attenzione verso tutti i cittadini. Si tratta di immaginare il futuro, scardinando alcune distorsioni del passato. Si tratta di recuperare un modello di partecipazione e di cittadinanza attiva capace di  superare la tendenza al disimpegno politico.

Per questo credo nel civismo, nelle liste civiche, nelle contaminazioni. A livello locale non è l’ideologia che conta ma contano piuttosto le idee e le persone. Abbattiamo gli steccati dell’appartenenza; lasciamoci alle spalle la logica delle tessere. E’ tempo di costruire ponti, di tessere relazioni tra le intelligenze e le passioni.

Ripartire si può. Dalle nostre città. Dai Sindaci, dalle giunte. Da cittadini, propositivi, non da arrabbiati capaci solo di dire di no.

                                                                                                                                                        Simone De Clementi

"Sotto la stessa bandiera" (foto di Elisabetta Arici)

“Sotto la stessa bandiera”
(foto di Elisabetta Arici)

Ripartire dalle città per una nuova visione

Robert Kennedy“Ogni nostra città è oramai il luogo di quasi tutti i problemi della vita americana: povertà e odio razziale, fallimento scolastico ed esistenze stentate, oltre agli altri mali della nuova nazione urbana – traffico congestionato, immondizia, pericoli, mancanza di propositi, – che affliggono tutti tranne i più ricchi e fortunati. Parlare delle condizioni di vita nelle città, pertanto, significa parlare delle condizioni di vita in America. Migliorare le città significa migliorare la vita del popolo americano. La città è un luogo dove gli uomini dovrebbero essere in grado di vivere con dignità, in sicurezza e in armonia; dove i più grandi risultati della civilizzazione moderna e i piaceri senza tempo offerti dalla bellezza naturale dovrebbero essere a disposizione di tutti. Se questo è ciò che desideriamo, avremo bisogno di ben altro rispetto ai programmi sulla povertà, ai programmi sull’edilizia e a quelli sull’occupazione, sebbene queste cose siano pure necessarie. Avremo bisogno di un flusso di immaginazione, di inventiva, di disciplina e di duro lavoro mai raggiunti da quando i primi avventurieri partirono per conquistare lande sconosciute.

(Robert F. Kennedy, 15 agosto 1966) 

In queste parole di Robert F. Kennedy (Brookline, 1925 – Los Angeles, 1968) vi è al centro la città. La città americana, certo. Ma dopo anni le sue parole sembrano adattarsi a un contesto differente, come quello delle città del nostro Paese. L’Italia è l’Italia dei Comuni, delle città. Amministrare con lungimiranza e responsabilità una città significa davvero migliorare la vita dei cittadini. Robert Kennedy indicava alcuni “nodi” del governo cittadino, molto attuali. Oggi a complicare le cose è arrivata la crisi, strutturale e non congiunturale; è arrivata la globalizzazione; vi sono i nuovi scenari internazionali ed i flussi di milioni di persone di differenti culture che cercano una convivenza pacifica. Occorrono più che mai menti illuminate. occorre collaborazione. Occorre andare oltre le ideologie e immaginare nuove soluzioni. In fondo, una sfida esaltante che potrebbe farci tornare grandi come furono grandi molti governi comunali.

Simone De Clementi