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Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

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Per una nuova cultura del lavoro

“Un capo è un uomo che ha bisogno degli altri” 

(Paul Valéry)

 

Lavorare meglio? Si può, soprattutto nel nostro Paese.  Ma che significa lavorare meglio?

Efficienza, efficacia, qualità. Ma anche attenzione alla sicurezza e meno stress lavorativo per i dipendenti. Certo, perché lavorare non significa per forza soffrire.  Anzi, dove il ben – essere organizzativo è più alto, dove c’è più attenzione ai dipendenti, dove il clima lavorativo è più collaborativo e disteso, i risultati sono migliori. E di tanto, sia in termini di fatturato e produzione, sia in termini di soddisfazione dei clienti.

Ma quali sono le cause allora della mancata applicazione di politiche aziendali virtuose capaci di migliorare la situazione? Beh, non c’è da crederci: la causa principale di stress sul posto di lavoro sono i “Bad Boss”, i cattivi capi. Il luogo comune che vede i dipendenti come causa dei mali aziendali deve essere criticamente rivisto. Più vero il detto che il pesce puzza dalla testa.

Se si lavora male, con poca soddisfazione e con scarsi risultati dobbiamo dunque guardare innanzitutto ai vertici. Dalla Pubblica amministrazione alla scuola; dalle aziende agli ospedali; dai trasporti ad alberghi e ristoranti. Per non parlare di partiti politici e sindacati, di associazioni e fondazioni, di banche e Associazioni di categoria. Dobbiamo proteggere le aziende e le persone dai cattivi capi.

Gli studi nel settore riportano che nel 1998 gli impiegati maltrattati negli Stati Uniti almeno una volta alla settimana erano il 20%, nel 2005 il 48%. Nel nostro Paese ultra sindacalizzato questi studi sono assai rari. Ma la percentuale sembra essere molto più alta, in tutti i settori.

In Italia il profilo del cattivo capo coincide con quello dell’egocentrico dispotico (comando e controllo) che tratta tutti come bambini stupidi e non favorisce la crescita aziendale. Molto spesso, per altro, questo capo è solo apparentemente capace. C’era da aspettarselo: dopotutto i dati sulla chiusura delle aziende dovranno pur dire qualcosa. Il profilo comprende politici che desiderano sottoposti e che spesso “si fanno le leggi”; amministrativi e manager duri, che spremono il personale per sentirsi forti.

A nessuno viene in mente di immaginare un luogo di lavoro sereno, capace di valorizzare e coinvolgere i lavoratori . Un luogo di lavoro dove il personale si senta parte di un progetto. Mentire, manipolare, non coinvolgere, non saper delegare, non saper chiedere scusa, non lodare mai è molto più semplice.

Ma è anche la strada che porta alla rovina.

Simone De Clementi

"Relax a prua"

“Relax a prua”

Solidarietà, non appagamento

“Il ruolo del governo nel sovvenzionare, in modo consistente, le classi agiate merita più di una frettolosa analisi. Se il sostegno e il finanziamento del governo sono a favore dei poveri vengono avanzati seri dubbi sulla necessità e sull’efficacia dell’azione di Stato; viene evidenziato l’effetto negativo che tale intervento ha sullo spirito e sul morale dei lavoratori. Tali preoccupazioni non insorgono quando l’azione del governo favorisce i ceti benestanti. Nessuno teme il danno provocatodalle pensioni della previdenza sociale e dalle prospettive a esse legate, nè il risparmiatore teme il salvataggio finanziario in caso di fallimento di una banca. Gli individui relativamente agiati ben sopportano gli effetti negativi che l’intervento finanziario e il sostegno del governo provocano sul loro morale. I poveri no.

(Kenneth Galbraith, “la cultura dell’appagamento” 1993)

Non possiamo usare giri di parole. La Società occidentale ha creato una democrazia dove i meno fortunati non partecipano. Questo sistema, che ha tenuto fino a oggi, è adesso a rischio. Il fatto, elementare e visibile a tutti, provato nell’esperienza e nella carne, è che i poveri sono aumentati. I ricchi, quelli molto ricchi, sono rimasti e rimarranno sempre. ma il resto della popolazione, molti agiati di un tempo, sono mediamente più poveri. E in più non c’è lavoro. L’appagamento della classe media è stato per anni fonte di silenzio. Oggi le voci ci interrogano, il rumore sta per diventare insopportabile. Il tema, ancora, è quello della giustizia: non possiamo proclamare che le risorse umane sono il patrimonio delle aziende e poi licenziamo, delocalizziamo, tagliamo fondi alla formazione, all’aggiornamento, non diamo incentivi, non motiviamo. Pensiamo addirittura di scardinare alcune conquiste sindacali (maternità, malattia). la chiave per il futuro, credo, è da ricercare nella solidarietà, non nell’appagamento individuale; nella lungimiranza, non nel presente; nella consapevolezza che un modello si è inclinato, per sempre, e bisogna crearne uno nuovo che, per essere efficace richiede uno sforzo collettivo. E’ tempo di investire e rischiare, non di facili guadagni che non costruiscono nulla.

Simone D

Magritte

La solidarietà può farci volare …

e Clementi