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Oltre gli occhi: l’arte di Elisabetta Maria Arici

L’anima è la nostra dimora; gli occhi ne sono le finestre, e le parole i messaggeri

(Kahlil Gibran)

“L’arte, se è tale, ci deve condurre per mano verso i luoghi conosciuti dell’anima che non abbiamo visto mai. Ed è li che si deve svelare l’artista, non prima, non dopo”

(Simone De Clementi)

Perché un filosofo parla, scrive di arte? Perché la Bellezza è la materia prima di ogni pensiero, di ogni sapere, di ogni emozione.

In Occidente ce ne siamo dimenticati da un pezzo, ma è giunto il momento di invertire la rotta. L’arte, la sua espressione, la ricerca del bello non può essere  sganciata da ogni attività filosofica, da ogni riflessione, da ogni progetto sul nostro futuro: non più. Viviamo sotto la tirannia dell’efficacia, dell’ efficienza, della velocità,  dello scientismo. La via che conduce al bello, alla ricerca di strade espressive è poco battuta. L’arte sta ai margini e mancano le emozioni. Il nostro è un “sapere ignorante”.

Ecco allora che il filosofo è come un esploratore: cerca, indaga, scorge là dove gli occhi non si sono ancora posati. Segnala ciò che racconta il futuro che arriva, non la nostalgia del passato; si sposta da dove vanno le masse, da dove guida la moda per scorgere messaggi, simboli, colori in grado di raccontarci chi siamo davvero, aldilà di ogni convenzione e conformismo.

Un’Opera vera genera pensieri veri; artisti piccoli incarnano pensieri mediocri, artisti grandi danno vita a idee maestose, in grado di farci evolvere verso un futuro positivo.

È per questo che cerco l’oltre. E quando lo incontro  non solo lo descrivo, ma mi ci immergo, lo solco come mare inesplorato. La materia e il pensiero sono uno, lo si intuisce facilmente.

Incontrando Elisabetta Maria Arici, conoscendo la donna e l’artista, il suo lavoro e il suo pensiero, si aprono nuovi orizzonti, si vedono terre mai viste. È lei che come sciamano ci conduce a vederle, preparandoci, spiegando nuovi linguaggi. Un’artista che ha il coraggio di sondare la sua anima, di essere donna vera ma al contempo in grado di andare aldilà di ogni genere. Indefinibile, perché davvero cosciente che ogni etichetta è un limite, ogni scuola un modello da superare. Grata alla vita, allieva dei quattro elementi e della Natura, capace di cogliere i suggerimenti dell’Invisibile per renderlo Visibile: questa è Elisabetta, pittrice in continua ricerca, in continua evoluzione che rispecchia nell’arte il cammino di un’ esistenza.

Un’artista a tutto tondo, capace di donare emozioni a chi ha il coraggio di viverle. Nei suoi quadri sembra quasi svelarsi l’Inconscio Collettivo così caro a Jung, forme, colori, tratti capaci di parlare un linguaggio universale.

In questo Oceano di conoscenze comuni, universali, Elisabetta da voce ai paesaggi a lei cari, trasformandole in immagini archetipiche. Nelle sue tele c’è stratificato un tesoro immenso, depositato dagli occhi dei nostri antenati, come se fosse frutto di smisurate esperienze figlie di un numero incalcolabile di vite. Passato, presente e futuro si fondono, l’immagine è respiro, ricordo e premonizione ad un tempo.

Per questo le opere di Elisabetta piacciono, attirano persone di ogni tipo, di ogni provenienza e cultura: lo fanno perché parlano un linguaggio universale, comprensibile a diversi livelli a tutti. Il colore la fa da padrone, ma le proporzioni, le geometrie, le linee rispettano un’Armonia celeste. Il suo occhio è fotografico e riporta questa precisione nel quadro; ma i soggetti arrivano con colori ed energia direttamente dal sogno o forse da un mondo oltre il nostro chissà, quasi a prefigurare ciò che ancora non vediamo in questa terra.

Le immagini di Elisabetta, siano esse fiori, paesaggi, Angeli, mantengono un contatto diretto con una dimensione spirituale molto più autentica di quella fisica, svelano un sapere metafisico, iniziatico. Nella sua Opera l’artista è onda di vita che ci precede, incaricata di svelarci un pensiero nuovo, un mondo diverso con il suo messaggio di luci e di ombre, di pennellate decise e vigorose.

Se proprio urge una definizione, la chiamerei ELEMENTISTA. Nei suoi quadri troviamo l’energia e l’azione del Fuoco; le idee e il pensiero dell’Aria; le emozioni e i sentimenti dell’Acqua; la generosità e la prosperità della Terra. Il tutto fuso dal linguaggio del colore universale, fluido, vivificante.

E i modelli? Perché cercare paragoni, similitudini e non soffermarsi sull’originalità del suo codice, della sua estetica? La forza di Elisabetta Arici è la capacità di uscire dalla biografia per entrare nella narrazione universale, di uscire dal “compitino”, dalla riproduzione esatta della realtà per esplorare l’onirico. La forza di regalarci opere uniche, non gesti tecnici riproducibili in serie come la macchina industriale ha suggerito alla modernità, finita da un pezzo.

Elisabetta non è mai scontata, seriale, già vista. Ecco un motivo per avere una sua opera, ecco ciò che attrae davvero chi fa filosofia, chi vuole esplorare nuovi sentieri. Chi è davvero inattuale.

Come me.

Simone De Clementi

“Atte” (Elisabetta Maria Arici, acrilico su tela, 2016)

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The Project

Sta arrivando…

Coming soon…

THE PROJECT

Il progetto più inattuale del secolo.. per mucche viola

Lettera a un OSS

“Non può esser nota nessuna malattia da cui sia colpito un uomo vivente: poiché ogni uomo vivente ha le sue particolarità e soffre sempre d’una infermità particolare e sua”

(Lev Tolstoj)


“Quando si capisce che non si ha più nulla da dare, è meglio andarsene, aver il coraggio di ricominciare. Perché è difficile? Perché nessuno può darti la certezza che ci riuscirai …”

(Simone De Clementi)

Dedico questo scritto a tutti gli OSS (operatori socio sanitari) per due motivi: primo, perché sono convinto della straordinaria importanza della loro professione oggi e più ancora nel futuro; secondo, perché ho avuto la fortuna di propormi come formatore, e  ancora lo faccio, a molte persone che hanno deciso di intraprendere questa strada. Da loro ho sempre imparato molto …

 Poche parole. Poche parole, non temere, ma spero chiare e portatrici di un po’ di luce. Innanzitutto tu non sei un OSS: fai l’OSS. Tu hai un nome, un volto, una storia. Ma tu non sei un ruolo, un lavoro. Oggi hai deciso di fare questa professione o soltanto di conseguire questo titolo. Perché lo hai fatto, lo sai solo tu. Passione, curiosità, necessità … Ma chissà che cosa ti riserverà il domani. Proprio come una persona che si affida a te. Non è anziana, disabile, dipendente, malata. Si trova in questa condizione. Ora. Ma lei è altro. È Giulia, Simone, Elisabetta, Pietro … capire questo vuol dire essere sulla giusta strada. Lo dico perché poi, quando ti troverai in una struttura, la mattina, all’ora del giro, spesso non ci penserai. Non perché sei superficiale, ma perché non ne avrai il tempo. O la sera, dopo che avrai assistito un anziano nella cena, stanco non ti ricorderai a quanto ti è stato detto nelle ore di “Etica e Deontologia” o in un altro corso di aggiornamento che ti abbia trasmesso nozioni.

La tua unica chance è quella di aver avuto la fortuna di trovare qualcuno che ti abbia proposto un “sapere incarnato”, vivo, sfidante; non un sapere che passa solo attraverso il cervello (i neuroni muoiono presto, si sa) ma un sapere capace di toccare il cuore, di raggiungere le emozioni. E che ti abbia sfidato a pensare, a vedere il mondo, a viverlo nella sua complessità.

Ciò che leggerai sui manuali e sulle slide passerà presto. Brutta cosa i manuali: devi imparare per superare un esame, in modo uniforme, standardizzato. Ti convinci che esiste un linguaggio unico, quando la realtà ti porterà a scoprire la molteplicità dei saperi, la contaminazione. Non cascarci. Tu incontrerai cose e persone, malati, colleghi, strutture con il corpo, non solo con la mente. Pensaci. Pensaci ogni volta che il pensiero della routine ti turba, ti infastidisce.

Efficacia ed efficienza non sono gli unici obiettivi di lavoro, i criteri assoluti. Soprattutto per te che incontrerai dolore e gioia, speranza e disperazione, lutto e nascita. La vita. Allora pensa che un giorno, durante il corso, qualcuno ti disse che potevi essere tu il fattore di cambiamento. Anzi, dovevi esserlo. Un cambiamento nel fare, nell’approcciarsi all’altro, alla sofferenza. Al contesto di cura. Un cambiamento mite, ma luminoso, vivace. Un cambiamento che significa in fondo rivitalizzare spazi e oggetti, che esalta l’organizzazione perché è capace di andare oltre essa. Un cambiamento che può essere portato, testimoniato, solo da chi è disposto a cambiare se stesso.

Nel tuo lavoro ti renderai conto che nessun farmaco è più forte dello stesso operatore, e capirai che con la tua presenza e la tua influenza puoi infondere serenità e fiducia, aumentando il processo di guarigione o di miglioramento più di ogni trattamento.  Ricordati che le parole, le carezze, i sorrisi sono “cose”. Non usare la comunicazione a casaccio, perché non vi è differenza tra un farmaco sbagliato e una parola sbagliata. Ricorda che non esiste nessuna divisione tra corpo e mente, dunque ogni “cosa” che farai, che dirai riguarda la persona, incide su entrambi.

Ricorda di nutrire il tuo spirito: non puoi solo dare, ma devi ricevere. Il rischio è quello di diventare come una cisterna vuota. Se sarai svuotato, demotivato, vagherai per le stanze, per la struttura, vedrai problemi non opportunità; ti sentirai bloccato, non entusiasta e libero. Sopporterai casi, non incontrerai volti. Se arriverai a quel punto, smetti. Fai una pausa, per il bene tuo e degli altri. Vorresti essere assistito tu da qualcuno che non ha nulla da dare, che ti considera un peso e che non vede l’ora di andare a casa?

Ho già scritto molto. Troppo forse. Ma volevo dirti queste cose, che credo importanti. In fondo, potrei essere ancora più sintetico: ricordati di ascoltare e di ringraziare. Un comportamento rivoluzionario, se pensi che oggi siamo abituati a parlare e a lamentarci.

 Simone De Clementi

"Alto e luminoso" (foto di Elisabetta Arici)

“Alto e luminoso”
(foto di Elisabetta Arici)

La conoscenza ai tempi di Google

“Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà mai porne uno”

(Albert Einstein)

Un click. Un lieve, veloce click sulla tastiera e l’informazione, la notizia, la nozione, la curiosità è lì, a portata di mano.

Ma è vera conoscenza? Mai prima d’ora nella storia avevamo avuto la possibilità di accumulare così tante informazioni in poco tempo. Possiamo sapere il nome di una capitale lontana, possiamo conoscere la data esatta di una battaglia, le mosse strategiche, i nomi dei protagonisti, vincitori e vinti. Abbiamo la possibilità di trovare al volo le caratteristiche principali di un sistema filosofico. Possiamo conoscere la diagnosi, i sintomi e la prognosi di una malattia. E possiamo sapere anche dove viene curata meglio, e con quali tecniche. Possiamo tradurre da una lingua all’altra senza sforzo.

Ci sembra di poter conoscere davvero tutto, Google e gli altri motori di ricerca sono come oracoli. Rispondono, sempre, in breve tempo e quasi senza ambiguità. Son risposte a portata di mano. Certe, o così sembrano, e non richiedono fatica. Niente ricerche tra libri polverosi, niente viaggi alla ricerca del sapere. La risposta è lì, possiamo anche stamparcene una copia …

Ma è vero che conosciamo di più? Si, forse … anzi no. Dobbiamo intenderci su che cosa intendiamo per conoscenza. Per me conoscenza è la capacità di far sintesi tra i saperi, di coniugare teoria e pratica, di mettere in discussione, falsificando, ciò che sembra certo e scontato. La conoscenza è creatività e rigore, è comprensione profonda dell’essere delle cose. E’ abitare concetti e modelli con la sensibilità.

Se questo è l’orizzonte, allora urge una riflessione anche su come trasmettiamo la conoscenza, su come la condividiamo. Quanto antica e inappropriata appare oggi la scuola! Non è una questione (solo) di programmi, ma di senso. E di metodo. Come dobbiamo apparire superati noi docenti, noi insegnanti ai nostri alunni. Non sappiamo tutte le risposte subito, ad ogni loro domanda: l’oracolo si. Non possiamo spiegare in modo sintetico e analitico a un tempo: l’oracolo, tramite l’ipertesto si. non possiamo essere precisi su tutti gli argomenti, padroneggiarli tutti con la stessa precisione e lo stesso rigore: l’oracolo può. Non possiamo accrescere a dismisura le nostre informazioni, i particolari, i dettagli: anche questo l’oracolo può farlo.

Il fatto è che noi dobbiamo spostare il tiro. E dedicarci a fare ciò che nessun motore di ricerca potrà mai fare. Secondo me, dobbiamo educare al senso, dobbiamo insegnare a far le domande giuste, dobbiamo insegnare a dubitare, perfino dei nostri insegnamenti. Dobbiamo insegnare un sapere di cuore e di testa, dobbiamo insegnare a riconoscere l’errore e ad ammettere i propri limiti. Dobbiamo, secondo me, promuovere un sapere collaborativo, non competitivo. Dobbiamo provare ad essere un modello coerente, pur nelle nostre contraddizioni. Dobbiamo infine aiutare a far crescere ciò che c’è e educare alla responsabilità. Questo  nessun oracolo potrà mai farlo …

"Torre sull'acqua" foto di Elisabetta Arici

“Torre sull’acqua”
foto di Elisabetta Arici

La sfida dell’Occidente

“Mentre noi diciamo che la nostra ragione è la ragione di tutti gli uomini, questo non è solo un dire, questo è il nostro fare. Questo è il nostro imporre, a livello planetario, la mentalità razionale, la mentalità scientifico-tecnica, la produttività scientifico tecnica, l’assimilazione di tutti i modelli di vita a questo modello di vita”

(Ludovico Geymonat)

Di fronte alla crisi epocale che stiamo vivendo – crisi economica, sociale, politica, etica – in molti dicono che occorre immaginare modelli nuovi. Modelli capaci di andare oltre la visione adottata finora, modelli capaci di immaginare un futuro differente. In questa affermazione c’è molto di vero: ma non tutto. Bisogna dirci che manca il coraggio di portare a compimento questo ragionamento, di dargli una forma netta, compiuta. Per fare questo manca un passaggio, fondamentale, che la frase di Ludovico Geymonat (Torino, 1908 – Passirana di Rho, 1991) contiene in embrione: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’uomo occidentale non è l’uomo della Ragione universale, assolutamente vera, progressiva e infinita. Egli è invece l’uomo di una ragione, la sua. Per immaginare un futuro di speranza, diverso, con nuove risorse, dobbiamo avere dunque anche l’umiltà di guardare altrove. altri modelli, altre culture possono illuminare il nostro futuro, integrando le loro visioni alla nostra. Non è questione di negare la nostra cultura, semplicemente è ora di correggere i limiti insiti nella visione occidentale del mondo modificandola e arricchendola con visioni differenti e più funzionali. La nostra razionalità non è l’unica possibile; i nostri modelli non sono i più veri; la nostra cultura non è la migliore. Sono state quelle dominanti, quelle più forti, quelle che ci hanno permesso uno sviluppo incredibile e hanno permesso conquiste meravigliose. Ma hanno creato anche molte ingiustizie e disfunzionalità. E soprattutto, ora sembrano limoni spremuti più volte, incapaci di donare anche solo una goccia di succo. Di fronte a molti problemi i nostri modelli non hanno più nulla da dire, di fronte ad altri essi non sono più adeguati. E’ tempo allora di essere umili e di battere altre strade; è tempo di ascoltare, di osservare; è tempo di integrare modelli e visioni, rimettendo i nostri stili e le nostre soluzioni in discussione. Grazie alla democrazia l’Occidente può provare a giocare una partita di fondamentale importanza, in un ruolo di primo piano: quella di provare a superare sè stesso.

Simone De Clementi

Verso una nuova complessità (foto di Elisabetta Arici)