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Il Potere della Parola

Mi chiamo De Clementi. Simone De Clementi. In tre parole una storia, una narrazione, un mondo. È così per tutti, e non ce ne rendiamo conto: noi siamo la prima narrazione di un evento.

Nomi, che sono parole, che descrivono universi e relazioni. Nel mio lavoro e nei miei studi mi occupo di parole, perché ciascuno di noi è parola e genera parole: il linguaggio indica il modello di realtà di chi parla. Mi concentro sulle parole, perché le parole sono concrete e generano gesti reali, abbondanti, rivoluzionari. Le parole sono motivazione e azione a un tempo e se si vuole cambiare si parte da lì. Le parole, se in armonia con il nostro essere, formano ed educano perché risvegliano in noi ciò che sappiamo già. Accorgersene significa incamminarsi sul sentiero del Benessere, una via che passa attraverso un linguaggio di salute: responsabile, scelto, adulto. Un linguaggio che svela ciò che siamo davvero e che crea la realtà, che ogni giorno decide della nostra vita e della nostra salute.

Cambiare le nostre parole, scegliere il Benessere, scegliere di evolvere è possibile, in ogni momento. Basta ascoltarsi. Lo sapevano bene gli antichi: “Conosci te stesso”, una sentenza appartenente alla sapienza greca, scritta sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi, poi fatta propria da Socrate. Una frase usata come invito, ad ascoltarsi, a decodificare i segnali che invia il nostro corpo liberandosi dai condizionamenti della mente. Una via che esorta a cercare la verità attraverso il dialogo: una verità che ogni persona ha dentro di sé, come un diamante che va estratto dalla propria anima. Il primo passo è intuire che siamo una narrazione e non esiste in questo mondo una narrazione senza un corpo. Un corpo che balla, che ringrazia, che ride, che canta è un corpo in gioia, un corpo che sta bene.  Il corpo poi è la porta della spiritualità: non vi è accesso a questa dimensione senza consapevolezza corporea. Per cambiare ciò che ti circonda, per evolvere, per arrivare alla bellezza e alla salute del corpo e della mente, impara il potere della parola. Le parole sono cose.

Simone De Clementi

"Change" - In azione a Sirmione (foto di Elisabetta Arici)

“Change” – In azione a Sirmione
(foto di Elisabetta Arici)

 

 

 

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C’è un altro modo di vedere le cose

“Da qualunque punto di vista la si consideri, la salute degli americani sta venendo meno. La nostra spesa pro capite in assistenza sanitaria è di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra società nel mondo, eppure due terzi degli americani sono sovrappeso, e più di quindici milioni di nostri connazionali soffrono di diabete, una cifra in rapido aumento. Siamo afflitti dalle cardiopatie con la stessa frequenza di trent’anni fa, e la guerra al cancro lanciata negli anni Settanta del Novecento si è rivelata un insuccesso clamoroso” 

(T. Colin Campbell)

“Non è facile percorrere strade nuove. Devi essere un esploratore. Ma quando qualcuno ha trovato una via e aperto una strada, allora dipende tutto da te. Da come scegli”

(Simone De Clementi)

Una buona dieta è l’arma più potente di cui disponiamo contro le malattie. C’è scritto su The China Study. C’è scritto nella tradizione medica ippocratica, nei testi ayurvedici, in quelli di Medicina tradizionale cinese. C’è scritto in svariate ricerche “scientifiche” occidentali. Non è vero insomma che per stare meglio dobbiamo aumentare la spesa di farmaci. Non è vero che dobbiamo spendere molto in diagnostica. Si può costruire un modello medico basato sulla prevenzione, sulla buona alimentazione e sulla promozione della salute. Costa meno, è più efficace e combatte le principali patologie del nostro tempo.  Però non conviene. Si tratta di un modello tanto semplice quanto scomodo. È un modello combattuto dalla nostra società in cui domina la disinformazione.

Forse è proprio perché mi definisco formatore che non ci sto. Perché formare è dare la possibilità di vedere le cose in un altro modo. Perché formare, in fondo, è provare a svegliare le coscienze dal sonno, dal dogma, dallo status quo. Dal conformismo e dal “si dice” che occupa la nostra vita.

Senza diventare oracolo, santone. Senza costringere nessuno. Soltanto facendo circolare idee, ragionamenti. Vie alternative. Per crescere, insieme. Per far vedere che nulla di ciò che facciamo è eterno e indiscutibile. In fondo, gli stessi principi che hanno permesso alla scienza di progredire. Fra ostacoli e resistenze.

La posta in gioco è alta: c’è chi ci vuol far credere che il progresso nel campo della salute passa attraverso spese sempre più alte, tecnologia più costosa, farmaci innovativi. Questo modello è diabolico e insostenibile oltre che falso. C’è un modo di vedere le cose diverso: il progresso nel campo della salute passa attraverso una sana alimentazione, il rispetto dell’ambiente, la ricerca delle grandi potenzialità curative presenti in Natura. Con un po’ d’innovazione, meno spese e più efficacia. E con la diffusione di corretti stili di vita. Governi, industria, scienza, medicina… un intreccio di interessi spesso indistinguibile, dove non si sa se si lavora per perseguire il profitto o promuovere la salute. Oggi non possiamo permettercelo più. Perché è immorale, perché non è economico.

Formare è dunque il primo passo. Far circolare idee. Condotte. Stili sani di vita. Per non vivere addormentati. Per evitare

"Bambino Vitruviano" (foto di Elisabetta Arici)

“Bambino Vitruviano”
(foto di Elisabetta Arici)

la beffa di donare i soldi per la ricerca o pagare una assistenza a malattie che potrebbero essere tranquillamente evitate.

Simone De Clementi

 

Nuova Schiavitù

“Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare sé stessi”

(Joseph Conrad)

“La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto”

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Cap VI, 302)

Senza rendersene conto e senza che apparentemente nessuno in particolare l’abbia stabilito, la nostra società sta producendo una nuova schiavitù. Attenzione però: nessuno la chiamerà mai tale, ci riteniamo troppo evoluti e democratici per farlo. Ma è così. Lavorare non è più un diritto, ma una fortuna. Una concessione data, a patto di fare i bravi e di non chiedere il giusto. E con la scusa che il lavoro è un costo troppo alto, si licenzia, di mette in cassa integrazione, si delocalizza.

L’idea è sempre la stessa, il copione non varia. Manager pagati profumatamente abbattono i costi cercando di tagliare il costo più alto, quello del lavoro appunto. Non sono scienziati, né esperti. Ci riuscirebbe anche uno studente scarso al primo anno di Economia. Il diritto del lavoro è spesso calpestato, in un panorama di crisi che ha nella disoccupazione il suo dato più preoccupante. Si sprecano parole, articoli, discorsi. Molti invocano sacrifici, rinunce, diminuzione degli stipendi. Solitamente sono quelli che di sacrifici non ne fanno, che hanno redditi garantiti e la pensione assicurata. In una parola più che opinion leader sono ipocriti. Poi ci sono quelli “che la flessibilità è bella”. Bravi. Peccato che abbiamo precarietà e non flessibilità. Concetto un po’ diverso. Solitamente chi esalta questo stato di cose ha un posto fisso, commesse per migliaia di euro e i suoi discendenti sistemati. Anche qui sorge qualche sospetto: la coerenza non è più virtù.

In tempo di crisi che fare? La risposta che arriva da molti manager è semplice: pagare meno, per essere competitivi con coreani, cinesi, e con tutti i lavoratori di quel mondo che sfrutta, affama, impoverisce.

Può l’Europa accettare un modello simile? Direi proprio di no. Dobbiamo opporci alla tendenza attualmente dominante della società che ci chiede di dimenticare le nostre radici, le nostre conquiste di civiltà per abbracciare un modello economicista spinto,  incapace di vedere la persona, il lavoratore, la lavoratrice. Più che a Marx, penso alla Dottrina Sociale della Chiesa. E, tanto per non scandalizzare nessuno, sottolineo che esistono molti contatti tra queste visioni, considerate invece come eterni contrapposti.

Non è soltanto un discorso di difesa il mio. Ma anche di attacco. Sono convinto che da questa crisi possiamo uscire soltanto con soluzioni nuove, con modelli differenti, più giusti. La via è quella di investire, di abbassare le tasse, di dare lavoro. Dobbiamo liberare energie, non soffocarle. E’ finito il tempo dei balocchi: chi fa impresa deve assumersi i suoi rischi e calcolare che per qualche anno potrebbe guadagnare meno per far crescere il Paese: nulla di indecoroso, soprattutto se tra politica ed economia si riuscirà a trovare una giusta alleanza, non una sudditanza.

Il caso Electrolux è un simbolo di un mondo che dobbiamo rifiutare. Non sarà temo l’unico. Licenziamenti indiscriminati, delocalizzazione, proposta di dimezzare gli stipendi, minacce di chiusure. Dobbiamo avere il coraggio di indignarci, di denunciare, di chiedere alla politica di intervenire. Di dire che questi modelli sono inumani, di sanzionare. E se non cambiano rotta, di espellere queste realtà. Devono fallire.

Devono fallire perché non posso essere l’esempio del mondo che verrà, del mondo che vogliamo. Un mondo fatto di merito, di impegno; ma anche di dignità, di equa remunerazione, di diritti e di doveri. Di partecipazione e di benessere lavorativo. Di attenzione ai principali diritti dei lavoratori: infortuni, maternità, malattia. Basta pensare ai lavoratori come schiavi; basta guardare solo ai conti. Vi è qualcosa di più grande nel lavoro, nell’impresa. Vi è il profitto, ma guarda caso chi investe, innova, forma, pianifica, sa motivare il suo team resta a galla. Gli altri affondano. Vogliamo forse una società barbara?

Il futuro che immagino è fatto di responsabilità condivisa e di lavoratori coinvolti. Il futuro che immagino racconta di una differente organizzazione del lavoro, di competenze diffuse. Il futuro che immagino cambia l’idea del lavoro, non il suo valore etico. L’umiliazione e la miseria, proposta da molti, è solo una subdola tentazione che non può aver futuro.

                                                                                                                                                           Simone De Clementi

 

"Non più gabbiani ma in gabbia" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Non più gabbiani ma in gabbia”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

Il vocabolo crisi … e l’opportunità

“Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta” ora sta a significare: “Guidatore dacci dentro!” Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale. la crisi come necessità di accellerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza ai passeggeri, ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse. Così intesa la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari, una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo, ma crisi può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa.

(Ivan Illich, “Disoccupazione creativa 1978)

Una frase profetica: Ivan Illich (Vienna, 1926 – Brema, 2002) da vero libero pensatore, curioso ricercatore della conoscenza non determinata dall’autorità o dal dogma, riesce in queste poche righe a descrivere una situazione, a criticarla ma a guardare avanti. Lo stato delle cose non è buono, desiderabile… ma sta a noi cercare di cambiare orizzonte.Un insegnamento di Illich