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FORMAZIONE POWER POINT

      “La società di massa non vuole cultura, ma svago”
(Hannah Arendt)

“There are no slides, so you’ll just have to be content with me”  

(Simone De Clementi)

Sono turbato. Ogni volta che faccio lezione e organizzo un corso, un convegno, arriva sempre qualcuno e mi fa la solita domanda: “ci fa avere le slide?” Annuisco, ormai rassegnato e provo a chiedere se interessa anche la bibliografia.

Disarmante la risposta: “Beh, si, eventualmente … ma non è importante, e metta pochi titoli … sa, non c’è tempo …”

Slide significa letteralmente “diapositiva”. Una immagine, veloce, per fissare concetti. In chi ascolta, certo. Ma soprattutto in chi deve esporre. Già, perché se siamo sinceri, le slide servono più a chi deve fare una lezione, una presentazione, non a chi ascolta. Sono dei pro memoria, dei post it concettuali che ci permettono di non perdere il filo logico, di scandire il nostro incontro.

Non sono, e non possono essere, fonte piena di conoscenza. La conoscenza, l’approfondimento, lo scambio stanno nello spazio/tempo d’aula, nell’incontro tra pensieri, esperienze, visioni del mondo. La slide è un mezzo. Può giusto servire per ripassare, per ricordare l’incontro in aula, magari per fissare nella memoria concetti ascoltati o appresi da un testo. Ma niente più.

Eppure oggi le slide imperano. Comandano lezioni universitarie, Master, convegni scientifici. Si fa a gara a chi stupisce di più, a chi usa la grafica più bizzarra, colorata e originale. Diciamoci la verità: ci stiamo concentrando sulla confezione, sul pacchetto. Il contenuto è spesso scontato, già sentito, addirittura poco chiaro o incoerente. E ci si giustifica sempre dicendo che è difficile concentrare un discorso in una slide. Troppo facile, troppo comoda la scusa. A volte accade anche l’irreparabile: oltre a non aver contenuti interessanti, chi parla non ha nemmeno un po’ di gusto, qualche minima nozione di grafica. E son dolori. Di slide forse si può non morire, ma certamente ci si può addormentare, tediare. A quanta violenza inutile sottoponiamo colleghi e studenti, lavoratori e manager.

Quale riflessione per chi educa, per chi fa formazione? Mi permetto di fare qualche osservazione. La prima: è pur vero che siamo nella società dell’immagine e che le slide, come filmati e fotografie, possono servire per chiarire, per fissare l’attenzione. Utile. A patto che esista un contenuto, che ci sia qualcosa da dire. In pratica la slide ci pone una sfida ulteriore, non ci semplifica la vita. La sfida è che dobbiamo trovare sempre qualcosa di nuovo, di innovativo, di inesplorato da portare all’attenzione. Non possiamo fare come per la raccolta differenziata: riciclare contenuti in contenitori diversi non è virtuoso. Meglio trovare forme differenti per proporre lo stesso contenuto, con varianti anche didattiche. Cambiare lo sfondo delle slide non significa però fare ciò.

Seconda osservazione. Non possiamo confondere le slide con un libro, con un video, con una dispensa, con una lezione. Per loro natura le slide semplificano. E il sapere, quello vero e critico, non quello appiccicaticcio, è complesso, intrecciato, problematico. La sfida che abbiamo di fronte è quella di insegnare un sapere critico, un metodo di lettura che sappia affrontare la complessità e la multidisciplinarietà prima dei singoli saperi, delle singole ricerche. Insomma, prima delle slide occorre insegnare a ricomporre il sapere, ad abitarlo, a sapere che oltre la slide c’è un oltre. Metaforicamente la slide è come la mappa di un territorio. Semplificata, in scala, senza dettagli, senza collegamenti, parziale. Il territorio è altro.

Terza osservazione. La contaminazione dei saperi deve portarci a migliorare sempre l’offerta, la qualità. Se slide devono essere, almeno applichiamoci, impariamo a farle. Possibilmente non seguendo i modelli standard, ma mettendoci il nostro stile, la nostra estetica, il nostro pensiero. Le nostre scelte di che cosa dire e che cosa non dire. E come. Impariamo quali sono gli elementi che visivamente disturbano, poi quelli che facilitano. Impariamo come lavora il nostro occhio, il nostro cervello. Quanto grande possiamo vedere. A che distanza. Come percepiamo i colori. Il tema della visione non è affatto scontato, né secondario.

Per concludere, vorrei invitare al coraggio. Coraggio di dire che le slide, pur belle, non sono l’essenziale. Coraggio di dire che per conoscere bisogna comunque applicarsi e, a volte, far fatica pur avendo a disposizione importanti supporti tecnologici.

Non confondiamo sostanza e accidente: Aristotele, in una slide, ce l’avrebbe insegnato …

Simone De Clementi

"Prova a gettare un sasso"  Foto di Elisabetta Arici

“Prova a gettare un sasso”
Foto di Elisabetta Arici

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