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Quale papà?

“Sto per diventare padre. La prima immagine a distogliermi da un’euforia folleggiante, gioiosa di lacrime, abbracci, miracolosità è il vuoto che finalmente sto per riempire. Sarò padre con la stessa dedizione con la quale non avrei voluto smettere di essere figlio”.

(Sebastiano Mondadori)

Papà: due sillabe un po’ giocose, quasi identiche che nascondono un impegno grande, un ruolo di difficile interpretazione. E che diviene ancor più difficile in caso di separazione, se si vuole provare almeno a vivere questa condizione con responsabilità.  Così almeno credo io, e lo dico riflettendo sulla mia esperienza di papà separato, a prescindere dai sacri testi delle coppie modello. Dopotutto, quando una storia finisce non finisce la vita: si chiude piuttosto un progetto, non nel migliore dei modi certo, perchè si chiude con un fallimento. Ma si chiude anche con il dono alla nostra vita di vissuti, emozioni e regali meravigliosi che ci sengeranno la vita per sempre, come i figli appunto. Già, i figli. Più che un problema, per un padre dovrebbero essere una risorsa, degli  occhi che possono insegnare  che c’è un modo diverso di vedere le cose. Dopo le normali zuffe iniziali, gli sgarbi, le ripicche, i figli sono per i papà un esempio oltre che un aiuto, un richiamo alla presenza e alla responsabilità. In fondo … qual è il ruolo di un padre? Io lo intendo come uno stimolo verso la crescita, la forza d’animo, il gioco. Questo credo che in fondo ci chiedano i nostri figli: una presenza serena, anche se separata dalla mamma, capace però di condividere con lei un progetto educativo e di donare del tempo, donando emozioni e concretezza. Un papà normale, capace di rispettare le persone e in grado di ammettere i propri errori. Un modello imperfetto ma vicino. Un uomo, in fondo un povero uomo, capace però di accompagnarli nella vita …

Simone De Clementi

Presenza: quello che un papà può dare …

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