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Quale formazione?

Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per imparare”

(Albert Einstein)

“Non può esserci spazio per una formazione inutile e noiosa. Il tempo che ci è dato su questa Terra è troppo poco”

(Simone De Clementi)

 

 

Che cosa è per noi la formazione? Vorrei fare questa domanda, per nulla retorica, a tutti coloro che si occupano di formazione. Si sostiene che essa è utile, strategica, necessaria. Ma credo che non sia sempre così. Perché, per dirla tutta, ne esiste anche una irrilevante, costosa perfino dannosa. Quest’ultima è la formazione fatta solo per obbligo, non  pianificata. E’ la formazione subita. E’ la formazione improvvisata. E’ la formazione che non gratifica né formatori né formati. E’ la formazione che ricalca i manuali, eseguita senz’anima e passione. Senza eros, inteso come ricerca di completezza, di bellezza. O ancora è la formazione “evento”, un incrocio tra “isola dei famosi” e “Zelig”, il calderone molto spesso rivolto a manager, venditori, professionisti e dirigenti dove vi sono i più grossi sprechi di tempo e di risorse senza alcun risultato.

Ma veniamo al dunque. Prima di tutto mi piace parlare di “esperienza formativa”. Vi sono i contenuti, vi è l’esperienza. Ecco allora che parlare di formazione significa immediatamente pensare ai temi, ai luoghi, alle modalità formative. E ai docenti. Il tutto deve essere pensato come una esperienza emozionante per chi partecipa, non come un noioso passaggio di nozioni, che il più delle volte rimane, per i lavoratori, gli studenti e per le organizzazioni, materia morta.

Una vera esperienza formativa non può essere noiosa. Può essere spiazzante, non condivisa, provocatoria, … può essere tutto. Ma non noiosa. Perché una buona formazione deve solleticare la curiosità, il ragionamento, l’approfondimento personale. Invece, quanto sapere conformato e poco utile in molte ore d’aula! E quante opportunità perse. Perse perché abbiamo fatto della parola innovazione un totem, senza innovare innanzitutto le pratiche formative; perché abbiamo fatto della parola competizione un mantra, copiando sempre gli stessi schemi; perché abbiamo interpretato la parola internazionalizzazione scimmiottando spesso pratiche provenienti da oltre oceano poco funzionali alle nostre realtà.

Per me fare formazione significa ricercare. Mettersi in gioco. Osservare. E soprattutto coinvolgere e lavorare insieme alle persone, intese nella loro totalità. Mente e corpo. Organizzazione e contesto. Una formazione pensata soltanto per la mente, per la memoria passa presto. E’ destinata all’ oblio perché non parla a tutto il nostro essere, non interroga le nostre emozioni, la nostra individualità. A mio avviso la formazione va incarnata. Il sapere va incarnato. Con la voce, i gesti, attraverso esperienze sensoriali. Non solo visive. Attraverso il gioco, una delle più potenti e più sottovalutate attività formative, soprattutto nel nostro Paese. Perché ciascuno possa sperimentare, perché anche il corpo possa ricordare ed essere educato.

Ecco allora l’importanza dei luoghi. Devono essere certamente funzionali, ma anche belli, gradevoli. Non mi spiego davvero come la bellezza sia esclusa dai luoghi educativi: sensi, colori, forme possono rendere più efficace l’apprendimento, ma pochi sembrano curarsene. E se vi è una formazione “on the job”, inserita nel contesto lavorativo, dovrebbe esserci anche lo spazio per esperienze fuori contesto. In questo caso il valore della formazione come incentivo aumenta, così come solitamente aumenta la motivazione. E lo scambio, il confronto di differenti realtà arricchisce. Questa idea l’abbiamo sempre tenuta per i profili più alti. Iniziare anche a pensare che questa modalità potrebbe servire a tutto il personale è una sfida culturale.

Formazione è ancora per me dialogo tra le discipline, globalità. Se la specializzazione del sapere è una realtà, che può presentare punti di forza, la formazione può rappresentare l’occasione per un dialogo e una costruzione comune di linguaggi, prassi, processi, modelli organizzativi. L’appartenenza in una organizzazione passa anche dalla conoscenza del lavoro altrui, delle differenti problematiche, dei diversi approcci. E perché no, dalle differenti aspettative.

Ancora, formazione è per me contaminazione di metodi. Proposta di casi. Visione esterna e analisi interna. Fatica e leggerezza. Coinvolgimento e confronto. E formazione deve essere giustizia. Nelle richieste economiche, nelle richieste di tempo. Vi è un equilibrio da rispettare tra tempi di lavoro e tempi formativi. Vi è un tempo opportuno, che non è quello dei periodi in cui il lavoro diminuisce: può essere per assurdo il contrario, dipende quali sono gli obiettivi. E poi c’è la serietà: di chi la offre la formazione, ma anche di chi la usufruisce. Fare formazione significa sempre e comunque far entrare energia nuova nell’organizzazione, nella persona. Bisogna aprirsi al nuovo, all’incontro, al possibile cambiamento. Barricarsi è improduttivo.

La mia idea è che una formazione di qualità deve essere memorabile. Utile. Motivante. E, soprattutto oggi, equa e trasparente: nei costi, negli obiettivi, nelle modalità di inclusione. Nella scelta dei docenti, che non si pesano né dal compenso, né dal CV. Nè tantomeno dalla vicinanza all’ organizzazione. Si pesano dai contenuti, da ciò che hanno da proporre. E se son bravi, bisogna fare come con i buoni amici: non si lasciano scappare.

Infine, sarebbe bello che per ogni azienda, per ogni realtà, per ogni persona si sapesse quale ricaduta ha avuto la formazione, quale utilità. Quali prospettive ha aperto, quali correttivi è stata capace di apportare.

Un passo verso il riconoscimento di ciò che è utile. E verso l’eliminazione di tutti quei corsi, quei Master, quei percorsi che non qualificano l’offerta, ma disorientano i fruitori.

 Simone De Clementi

"Formatore in pausa" (foto Elisabetta Arici)

“Formatore in pausa”
(foto Elisabetta Arici)

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