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Per una nuova cultura del lavoro

“Un capo è un uomo che ha bisogno degli altri” 

(Paul Valéry)

 

Lavorare meglio? Si può, soprattutto nel nostro Paese.  Ma che significa lavorare meglio?

Efficienza, efficacia, qualità. Ma anche attenzione alla sicurezza e meno stress lavorativo per i dipendenti. Certo, perché lavorare non significa per forza soffrire.  Anzi, dove il ben – essere organizzativo è più alto, dove c’è più attenzione ai dipendenti, dove il clima lavorativo è più collaborativo e disteso, i risultati sono migliori. E di tanto, sia in termini di fatturato e produzione, sia in termini di soddisfazione dei clienti.

Ma quali sono le cause allora della mancata applicazione di politiche aziendali virtuose capaci di migliorare la situazione? Beh, non c’è da crederci: la causa principale di stress sul posto di lavoro sono i “Bad Boss”, i cattivi capi. Il luogo comune che vede i dipendenti come causa dei mali aziendali deve essere criticamente rivisto. Più vero il detto che il pesce puzza dalla testa.

Se si lavora male, con poca soddisfazione e con scarsi risultati dobbiamo dunque guardare innanzitutto ai vertici. Dalla Pubblica amministrazione alla scuola; dalle aziende agli ospedali; dai trasporti ad alberghi e ristoranti. Per non parlare di partiti politici e sindacati, di associazioni e fondazioni, di banche e Associazioni di categoria. Dobbiamo proteggere le aziende e le persone dai cattivi capi.

Gli studi nel settore riportano che nel 1998 gli impiegati maltrattati negli Stati Uniti almeno una volta alla settimana erano il 20%, nel 2005 il 48%. Nel nostro Paese ultra sindacalizzato questi studi sono assai rari. Ma la percentuale sembra essere molto più alta, in tutti i settori.

In Italia il profilo del cattivo capo coincide con quello dell’egocentrico dispotico (comando e controllo) che tratta tutti come bambini stupidi e non favorisce la crescita aziendale. Molto spesso, per altro, questo capo è solo apparentemente capace. C’era da aspettarselo: dopotutto i dati sulla chiusura delle aziende dovranno pur dire qualcosa. Il profilo comprende politici che desiderano sottoposti e che spesso “si fanno le leggi”; amministrativi e manager duri, che spremono il personale per sentirsi forti.

A nessuno viene in mente di immaginare un luogo di lavoro sereno, capace di valorizzare e coinvolgere i lavoratori . Un luogo di lavoro dove il personale si senta parte di un progetto. Mentire, manipolare, non coinvolgere, non saper delegare, non saper chiedere scusa, non lodare mai è molto più semplice.

Ma è anche la strada che porta alla rovina.

Simone De Clementi

"Relax a prua"

“Relax a prua”

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Lavoro e sorriso

“Se io ci tengo a fare qualcosa

non lo chiamo lavoro”

Si lavora per i soldi, ma non solo. Non è retorica. Oggi poi, che ti pagano anche poco è ancora più vero.  Si lavora per la soddisfazione di veder costruito qualcosa, si lavora perchè si vuole dare il proprio contributo a un progetto, a una azienda, a un gruppo. Si lavora per sentirsi dire “bravo!” e per vedere riconosciuti il proprio ingegno, la propria costanza, la propria fatica.  Si lavora per incontrare persone da cui apprendere e a cui insegnare. Si lavora per appartenenza a un gruppo e, perchè no, per stare insieme. Non bisogna aver studiato in una Business School per sapere che un luogo di lavoro attento al personale, con buone relazioni, rilassato è più competitivo, sicuro e vincente. Eppure… molto spesso trionfa l’idea dell’incazzatura sul lavoro. Si mettono sotto pressione per nulla i lavoratori, il management. Si vive sempre in un clima di emergenza, di sospetto, di  difficoltà.  In buona parola si mettono le basi per il burn out, i cambiamenti di azienda, il rancore, la scarsca comunicazione. Qui inizia il fallimento, qui stanno le difficoltà di molte aziende. In fondo bei casi di suicidio economico.  proviamo a sviluppare il benessere aziendale. Proviamo a trovare processi trasparenti di incentivazione. proviamo a premiare il merito. Proviamo a investire in servizi per lavoratori e a farli stare bene, fisicamente e psicologicamente. Proviamo a ridurre le tensioni… Proviamo… Scopriremmo che i mercati non fanno poi così paura.