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La forza dell’alternanza: cambiare si può

“Il buon politico è quello che sa lasciare una buona eredità. Un Paese sano, un buon ricordo, politici migliori di lui che continueranno il suo lavoro. E che sa insegnare a fare a meno di lui”

(Simone De Clementi)

 

O la politica è una cosa seria o non è.  Se vogliamo davvero cambiare, dobbiamo saper esprimere con coerenza la novità dei tempi.

Non con l’ostinata fedeltà a una ideologia, come nel passato, o come spesso accade ancora, bensì con l’incrollabile fermezza nel seguire la voce della coscienza al servizio della comunità, dei cittadini.

E’ necessario, perché non sono i cittadini che si sono allontanati dalla politica, ma è la politica che ha abbandonato i cittadini.

Pensiamo alla “rottamazione”, parola creata da Matteo Renzi per esprimere la necessità di una rottura con il passato. Io ero a Firenze, quando nel 2010, molto osteggiato dalla politica, Renzi spiegò che voleva rottamare un sistema. Una parola forte, rottamare. Forse necessaria per il tempo. Una parola che denunciava l’impossibilità e l’incapacità della politica di immaginare nuovi scenari, di presentare uomini nuovi.

Io ho sempre preferito la parola alternanza, più rispettosa e profonda. Non c’è nessuno da rottamare, semmai sono gli assi di potere che vanno dissolti, vanno cambiati.Sono gli assi degli interessi che uccidono le comunità, che rovinano programmi e progetti. E’ l’egoismo che prevale sul servizio. Per questo, ne sono convinto, serve l’alternanza. Per evitare che l’azione politica si coauguli, si cristallizzi. Sono per una politica fluida, a tempo. Massimo due mandati. Poi si cambia, si deve cambiare, salvo casi eccezionali.

Chi amministra per troppo tempo, non fa crescere la comunità. Si lega a gruppi, a persone, e diventa schiavo del potere. Ecco perché la rottamazione deve essere coerente. Il PD non può barare. Non può chiedere il cambiamento senza farsi da parte nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni in cui governa da anni. 

Nei comuni, le giunte espressione del PD che governano da anni devono cambiare. Come quelle di ogni altra esperienza politica. Renzi stesso deve darsi un tempo, per poi venir rottamato. La buona politica e l’etica non passano per mezzo di qualche taumaturgica riforma o dalla vittoria di un partito.

Il vero rinnovamento politico, del Paese, non dipende da una nuova dottrina, ma dalla forza creativa della coscienza morale dei cittadini e dalla partecipazione.

La rottamazione non è un privilegio del PD. Deve essere la via maestra verso una sana alternanza. E’ tempo di responsabilità, è tempo di cambiamento. E’ tempo di trovare soluzioni coraggiose ed illuminate, oltre gli steccati dei partiti.

Simone De Clementi

"Verso la nuova politica" (foto di Elisabetta Arici)

“Verso la nuova politica”
(foto di Elisabetta Arici)

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Quel male chiamato mediocrità

“I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. La mente mediocre è incapace di comprendere l’uomo che rifiuta d’inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà”

(Albert Einstein)

“Penso in tutta onestà che la mediocrità rappresenti uno dei mali più profondi del nostro Paese. Un mediocre dopotutto è assai funzionale al potere”

(Simone De Clementi)

 

Chiarisco subito. Non sto scrivendo dell’ “Aurea mediocritas”, l’ottimale moderazione  tanto cara ad Orazio. Tutt’altro. Mi riferisco in queste righe alla mediocrità intesa come pochezza, non eccellenza, limitazione. Quella mediocrità che oggi fa far carriera.

Se siamo un Paese alla deriva, lo dobbiamo penso anche se non soprattutto al meccanismo perverso che troppo spesso scatta nella scelta dei collaboratori, dei responsabili, dei portavoce, di molte persone che a differenti livelli sono i fedelissimi di politici, manager, sindacalisti, professori, amministratori. Chi è a livello superiore sceglie spesso rappresentanti territoriali e collaboratori che non pongono problemi: fedeli più che preparati, conniventi più che critici, propensi alla carriera più che al servizio.

Succede nella politica, dove i parlamentari impongono a livello regionale, provinciale e nelle città persone il più delle volte abili a controllare il partito, a reclutare gli iscritti più che propense ad innovare e a mettere in discussione le scelte fatte in piccoli circoli. In politica, oggi, chi ha qualcosa di diverso da dire infastidisce. Non risponde alla logica della catena di comando, non è fedele. Meglio liberarsene prima che minacci lo status quo.

Così è nell’impresa. L’uomo mediocre teme sempre i cambiamenti, trova sicurezza solo nella fedeltà al capo ed ha un timore quasi morboso del nuovo. Per lui nulla è più penoso di una nuova idea. E per questo molte aziende sono incapaci di innovare, proprio perché i capi hanno intorno a sé replicanti, non collaboratori all’altezza.

Nel sindacato si raggiunge il grottesco. La carriera è legata a privilegi sul posto di lavoro. I più votati sono il più delle volte quelli che per interessi personali, prima che per interessi collettivi, mettono il loro tempo a disposizione. Ed anche qui la carriera ai livelli più alti è data da un mix di incapacità e di volontà di non contraddire chi sta più in alto. Il ruolo diventa quasi una medaglia da esibire. Dei colleghi, dei lavoratori spesso non ci si interessa per nulla. L’importante è far finta, fare teatrini. Tanto è vero che sulle minuzie si insiste, si va avanti con le rivendicazioni. Ma non appena le cose si fanno serie, c’è la fuga. La connivenza. La solidarietà falsa, colpevole.

Anche nell’università e nella ricerca è entrata da tempo la mediocrità. Sotto la forma dell’omologazione. Ricercatori e assistenti devono troppo frequentemente la loro fortuna alla ripetizione dei modelli dei baroni, alla ridondanza di contenuti. Vi sono pubblicazioni che suffragano le tesi dei maestri. Tutte volte a dimostrare la bontà di una scuola, di una persona, di una metodologia. Raramente qualcuno viene premiato per aver scovato modelli alternativi. Il maestro sarà sempre, in questa situazione, più bravo dell’allievo. Se li sceglie apposta meno dotati di talento, per non correre rischi. L’unico rischio è quello dell’inesorabile caduta della qualità, ma non sembra interessare un granché.

Nell’amministrazione pubblica infine troviamo i segni più inquietanti della decadenza. Sindaci ed assessori a volte improvvisati, dirigenti e dipendenti poco motivati e sempre più inappropriati. Non sono formati, non hanno la possibilità né la volontà di adottare le migliori prassi. Basterebbe copiare quello che fanno i migliori. Ma non è così. C’è chi ancora non sa usare un computer. C’è chi crede di poter fare ogni cosa, senza dar conto a nessuno. C’è chi ha fa del pregiudizio la sua ragione d’essere, e non ascolta.

Troppo spesso la mediocrità è un tappo per chi vorrebbe fare, per chi vorrebbe provare a cambiare. Vi sono poche speranze per noi finché non diverremo abbastanza maturi da liberarci dalle pastoie della mediocrità intesa nel suo significato peggiore. È la struttura stessa del mondo attuale che non ci permette questo lusso: una nazione o una civiltà che continua a produrre uomini e donne mediocri, a lunga scadenza, guadagna la propria morte materiale e spirituale.

Dobbiamo cambiare. Vorrei gente scomoda capace di sbagliare con originalità. Meglio dell’imbarazzante immobilismo di chi presidia una posizione in modo inadeguato, senza merito. Di chi fa errori funzionali a un sistema finito, errori che non verranno mai sanzionati.

Simone De Clementi

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Ripartire dalla cultura

“Molte lauree, molti diplomi , non fanno dell’Italia un Paese di cultura”  

(Corrado Alvaro)

Master, Corsi di Alta Formazione, Lauree triennali e specialistiche. Diplomi, pergamene, papiri, esami di stato e concorsi. Nonostante questa pletora di formazione, è davvero difficile sostenere che oggi l’Italia sia un paese di cultura. E’ difficile sostenerlo perché si investe poco nella scuola, nella ricerca e nell’Università, e quei pochi fondi che si stanziano vengono usati male. La logica che prevale è quella di “poco a tutti”, mentre le eccellenze e i migliori dovrebbero essere premiati. Questo accade anche con i docenti, dove conta l’anzianità, il fatto di essere di ruolo, o ordinari di cattedra, non il merito. Ma non basta. Il nostro Paese non può dirsi un Paese di cultura perché disprezza anche il patrimonio artistico, la tutela dei beni culturali, le tradizioni e i territori.

Nessun Paese al mondo ha bellezze artistiche e naturali come il nostro eppure le politiche di valorizzazione e tutela sono quasi ovunque migliori delle nostre. Una bella contraddizione. La politica certo non aiuta: anche in questo caso culturalmente siamo in difficoltà. Mancano progetti, visioni condivise per il futuro. Siamo pieni di “kit per candidati”, la parola d’ordine in ogni schieramento è “conformarsi”. Difficile che trovino spazio gli innovatori, gli esploratori, gli uomini liberi. Gli spazi sono occupati da cortigiani e personaggi immagine. L’Italia non è un Paese di cultura perché ciò che di bello e vero emerge è spesso frutto del caso o del genio personale. Infine, l’Italia non è un Paese di cultura semplicemente perché non crede in essa.

Possiamo crederci o no, ma la cultura è in grado di generare nuove opportunità economiche. Il settore culturale infatti è, all’interno dell’economia globale, un fattore strategico di primo piano. E non solo perché il numero delle persone interessate a divertimenti intelligenti, a un uso stimolante del tempo libero e alla ricerca di cose belle è aumentato nel mondo, toccando oggi i cinque continenti; ma anche perché, come sostiene Philip Kotler (http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Kotler) “gli insediamenti produttivi e gli investimenti si dirigono nelle aree territoriali dove trovano migliori condizioni”.

E se il nostro Paese, come l’Europa in genere, non può competere nei costi di produzione con altre aree emergenti del mondo, può sicuramente offrire, accanto alla qualità del personale, all’innovazione tecnico – scientifica, a sistemi logistici avanzati, un ambiente nettamente superiore per vivibilità, qualità della vita, cultura.

Basta solo crederci, e attuare politiche capaci di premiare questi fattori; politiche capaci nel contempo di semplificare davvero, eliminando burocrazie barocche, premiando anche fiscalmente chi offre lavoro e produce nel nostro Paese. La cultura può essere davvero la chiave di volta del nostro futuro. Se solo avremo politici sufficientemente colti per crederci.

Simone De Clementi

"Cultura Tricolore"   (foto di Elisabetta Arici)

“Cultura Tricolore”
(foto di Elisabetta Arici)

Per un nuovo miracolo italiano

“Garibaldi ha reso all’Italia il più grande servizio che un uomo potesse: ha dato agli italiani fiducia in sè stessi: ha provato all’Europa che gli italiani sanno battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistare una patria. […] Per quanto mi riguarda non mi importa nulla di frenare il suo successo: preferisco veder svanire la mia popolarità , perdere la mia reputazione, ma veder fare l’Italia”.

(Camillo Benso, conte di Cavour)

In questo momento storico, così delicato per il nostro Paese, la frase di Cavour sopra citata mi sembra particolarmente significativa, particolarmente “inattuale”. Credo che di fronte a un pensiero del genere, volto al Bene Comune, all’interesse di una nazione, in molti dovrebbero interrogarsi. A mio avviso qui c’è una lucida distinzione, una chiara coscienza, decisiva per valutare un uomo pubblico, fra ricerca di una popolarità da quattro soldi, fatta di privilegi e prebende, e ricerca di una popolarità  – gloria, capace di elevare l’azione politica. Cavour e Garibaldi erano differenti, profondamente differenti. Un rivoluzionario ed un diplomatico, un Repubblicano ed un Monarchico.  Entrambi capirono di avere una occasione storica e lavorarono insieme, riconoscendo le differenze. Il progetto era quello di realizzare uno Stato italiano modernamente ordinato in senso liberale, orientato all'”Europa vivente”, secondo una felice espressione di Carlo Cattaneo.  In fondo un progetto che è oggi di grande attualità. Forse la nostra sfida. Ecco allora la necessità di affidarsi a uomini nuovi, di grande spessore. Basta guardare a vecchie ideologie. Basta uomini immagine, occorre ritrovare uomini di pensiero e azione. L’attuale classe politica, di ogni colore, ha fallito ed è inadeguata a guardare al futuro.  E’ tempo di pensare a nuovi orizzonti, è tempo di avere nuovi progetti, nuove visioni.  E’ tempo di scegliere democraticamente, attraverso il voto libero da pregiudizi donne e uomini capaci di leggere il nostro tempo. E’ tempo di bocciare sonoramente, non votandoli, trasformisti, opportunisti, carrieristi. E’ tempo di mandare a casa chi in questa situazione ci ha portato. Ne saremo capaci?

Simone De Clementi

Prove di nuova politica

Solidarietà, non appagamento

“Il ruolo del governo nel sovvenzionare, in modo consistente, le classi agiate merita più di una frettolosa analisi. Se il sostegno e il finanziamento del governo sono a favore dei poveri vengono avanzati seri dubbi sulla necessità e sull’efficacia dell’azione di Stato; viene evidenziato l’effetto negativo che tale intervento ha sullo spirito e sul morale dei lavoratori. Tali preoccupazioni non insorgono quando l’azione del governo favorisce i ceti benestanti. Nessuno teme il danno provocatodalle pensioni della previdenza sociale e dalle prospettive a esse legate, nè il risparmiatore teme il salvataggio finanziario in caso di fallimento di una banca. Gli individui relativamente agiati ben sopportano gli effetti negativi che l’intervento finanziario e il sostegno del governo provocano sul loro morale. I poveri no.

(Kenneth Galbraith, “la cultura dell’appagamento” 1993)

Non possiamo usare giri di parole. La Società occidentale ha creato una democrazia dove i meno fortunati non partecipano. Questo sistema, che ha tenuto fino a oggi, è adesso a rischio. Il fatto, elementare e visibile a tutti, provato nell’esperienza e nella carne, è che i poveri sono aumentati. I ricchi, quelli molto ricchi, sono rimasti e rimarranno sempre. ma il resto della popolazione, molti agiati di un tempo, sono mediamente più poveri. E in più non c’è lavoro. L’appagamento della classe media è stato per anni fonte di silenzio. Oggi le voci ci interrogano, il rumore sta per diventare insopportabile. Il tema, ancora, è quello della giustizia: non possiamo proclamare che le risorse umane sono il patrimonio delle aziende e poi licenziamo, delocalizziamo, tagliamo fondi alla formazione, all’aggiornamento, non diamo incentivi, non motiviamo. Pensiamo addirittura di scardinare alcune conquiste sindacali (maternità, malattia). la chiave per il futuro, credo, è da ricercare nella solidarietà, non nell’appagamento individuale; nella lungimiranza, non nel presente; nella consapevolezza che un modello si è inclinato, per sempre, e bisogna crearne uno nuovo che, per essere efficace richiede uno sforzo collettivo. E’ tempo di investire e rischiare, non di facili guadagni che non costruiscono nulla.

Simone D

Magritte

La solidarietà può farci volare …

e Clementi

Economia nuova, idee antiche

“Oggigiorno quasi certamente né la sinistra né la destra contesteranno l’idea che stiamo attraversando una trasformazione economica fondamentale. I progressi della tecnologia digitale, le fibre ottiche, Internet, i satelliti e i trasporti hanno effettivamente livellato le barriere economiche tra Stati e continenti. […] La conseguenza di tali cambiamenti è stata l’emergere di ciò che alcuni chiamano un’economia del “chi vince prende tutto”, in cui la marea che sale non necessariamente solleva tutte le barche. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una forte crescita economica, ma a un’anemica crescita dei posti di lavoro; grandi balzi nella produttività, ma un appiattimento dei salari; consistenti profitti aziendali, che però solo in minima parte vanno a beneficio dei lavoratori. Per chi possiede abilità e talenti unici, e per i lavoratori con conoscenze specifiche – ingegneri, avvocati, consulenti e venditori – che ne facilitano il lavoro, la ricompensa potenziale di un mercato globale non è mai stata più ricca. Invece per gli operai, le cui prestazioni posono essere automatizzate o digitalizzate o delocalizzate in Paesi con salari più bassi, gli effetti possono essere terribili: una continua crescita del lavoro precario con basse retribuzioni, scarse tutele, il rischio di tracollo finanziario in caso di malattia, oltre all’impossibilità di risparmiare in vista della pensione o dell’istruzione superiore dei figli. la domanda è: che alternative abbiamo?”

(Barack Obama, “L’audacia della speranza“2006)

Partirei dalla conclusione del ragionamento di Barack Obama: “che alternative abbiamo?” Solo se sentiamo urgente e irrinunciabile questo interrogativo possiamo provare a trovare una risposta e ad immaginare un mondo nuovo, davvero nuovo. Quello colpisce è che la novità di questo mondo che andiamo cercando ha in sè parole antiche. Oggi di fronte a noi sta un mondo ingiusto. la nostra società ha pian piano escluso fasce sempre più vaste della popolazione dal benessere, ottenuto con grande sforzo e fatica dopo la seconda guerra mondiale in nome del profitto. Stiamo smontando i sistemi di welfare. Stiamo cancellando il diritto del lavoro e la dignità delle persone. Stiamo costruendo circuiti di debolezza, insicurezza, precarietà, disperazione. stiamo costruendo economie virtuali che nulla hanno a che fare con il vero lavoro di donne e uomini e con il merito. Stiamo perdendo etica e moralità, e le nostre basi spirituali sono attaccate alle radici. Stiamo colpendo i diritti civili faticosamente conquistati: salute, maternità, riposo, benessere sono vittime del nostro sistema di business, così come la famiglia. Molti sostengono: “è la globalizzazione!” ma non è così. Semmai è l’uso che facciamo della globalizzazione da mettere a processo. Di essa abbiamo colto solo i lati peggiori: scontro di civiltà, razzismo, paura, divisione, delocalizzazione, corsa al salario più basso (riempiendosi la bocca della parola Qualità) , negazione di incentivi, licenziamenti, vittoria della Finanza sulla Politica. Le occasioni, grandiose, di costruire un mondo più giusto, con più culture, più tollerante sono state disattese. Che alternative abbiamo, allora? molte, partendo dalla Solidarietà, dal rispetto, dal recupero di una dimensione collettiva, di appartenenza a città, comunità, gruppi. Se questa crisi farà cessare l’individualismo esasperato che abbiamo seguito in questi anni, sarà una vittoria; se questa crisi ci lascerà maggiore consapevolezza sull’ambiente e sull’importanza delle generazioni future sarà una vittoria; se questa crisi ci farà capire che l’economia si basa sul lavoro, su progetti che si costruiscono e non su speculazioni sarà una vittoria; se questa crisi ci consegnerà un futuro più giusto, etico, umano, in cui le differenti visioni morali ci consegnino saggezza, sarà una vittoria. Di fronte a noi sta la prima vera grande sfida della storia dell’umanità: immaginare un cambiamento positivo ed equo senza ricorrere a guerre, violenze o ingiustizie. Ne saremo all’altezza?

Simone De Clementi

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

Giuseppe Pelizza da Volpedo: il Quarto Stato

 

Non la fine, ma la riscoperta della politica

“… il timore della fine della politica nasce ogniqualvolta un modello di società è pervenuto al suo termine e non si riesce a intravedere il nuovo progetto a cui riferirsi e che bisogna realizzare. Ma anche in questo caso è legittimo sospettare che ci sia una confusione sulla natura della politica e che si abbia di essa una falsa rappresentazione scaturita da esperienze negative; ecco perchè qualcuno ha detto che questa nostra è “l’epoca dell’eclissi della politica”. Ma quel che più probabilmente ha provocato in molti una specie di black out o di oscuramento nei riguardi di essa sono le vicende dei partiti, divenuti i massimi attori e coloro che totalizzano la gran parte dell’azione politica; essi si sono attribuiti la legittimazione d’interpretare ciò che è politico e di produrre una totale identificazione tra politico e partitico”.

(Ennio Pintacuda, 1988)

Quando padre Ennio Pintacuda scriveva queste parole, la prima repubblica era alla fine. Stava nascendo la “Primavera di Palermo”, grazie alla linfa degli studi prodotti dall’Istituto di Formazione politica “Pedro Arrupe”. I partiti sembravano giganti stanchi, incapaci di leggere il reale. In I

Il buongoverno

talia si era prodotto un abisso invalicabile tra la politica e la gente comune. In pratica, con i dovuti aggiustamenti e con l’aggravante della Crisi Economica, la situazione attuale. Ripartire oggi significa allora ridare dignità alla politica, riscoprendola. La politica non sono i partiti. Dobbiamo crederlo fortemente: la politica sono gli uomini e le idee. Non serve allora cercare Guru improvvisati o nuovi contenitori elettorali: serve un progetto forte, capace di permettere a nuove idee e a nuove persone di esprimersi. La politica è una cosa seria: il suo indebolirsi produce l’imbarbarimento dei rapporti umani e della vita sociale. Ecco perchè oggi dobbiamo ricercare ciò che unisce: chi ha il senso dello Stato, della Comunità deve lavorare per tutti, gli insulti non servono.

Simone De Clementi